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Bernard-Henri Lévy, il filosofo che si butta in tutte le proteste col suo profilo migliore

febbraio 21, 2014 Francesco Amicone

C’è una protesta che piace ai liberal? C’è anche lui. Dalla Libia alla Siria, oggi in Ucraina. Sempre in uniforme: completo nero e camicia bianca scollacciata.

Un anno fa, il filosofo francese Bernard-Henri Lévy chiedeva al suo paese di «non cedere alla pressione delle piazze né all’intimidazione dei falsi sapienti». Quella fu l’unica occasione in cui si schierò dalla parte del potere contro i fermenti del popolo (che protestava per i matrimoni gay). Oggi, coerentemente tornato in sé, Levy lancia appelli da Kiev scagliando anatemi sul governo filo-russo di Yanukovich: «Fermate i giochi di Sochi», grida alle televisioni di tutto il mondo, chiedendo all’Unione Europea di intervenire, non per sedare le proteste e trovare una soluzione alla rivolta sanguinosa ma per abbattere il governo ucraino (ora definito dai media «regime»).
Chi sia Levy, per quale ragione è necessario parlarne, è presto detto. Lo scriveva correttamente Giulio Meotti sul Foglio un anno fa: perché «come ti giri, c’è lui». Ovvero: c’è un moto di piazza? Una ribellione? Una rivoluzione? C’è un interesse occidentale e “liberal” in gioco? Il messia della libertà,  il «filosofo più potente del mondo», che a furia di viaggiare si è meritato ampiamente l’acronimo “Bhl”, arriverà, puntualissimo a timbrare il cartellino ribellista, con le sue considerazioni e i suoi suggerimenti.

LEVY, «IL PARAGURU». Chi conosce Bhl giura che l’onnipresenza della sua sagoma tra il bel mondo parigino, o tra le folle rivoltose benedette dall’occidente, ha un grande valore simbolico. Lui «fa politica con altri mezzi», dicono i suoi amici. Per i detrattori l’ubiquità di Bhl è uno stratagemma per vendere libri, mettendo al centro dell’attenzione dei media la propria mise sexy e un po’ logora – abito scuro e camicia bianca scollacciata -. A chi lo accusa di essere non un attivista ma un banalissimo «paraguru», «un opportunista» (il Foglio), Levy risponderebbe definendosi «un filosofo coi piedi per terra»,« un filosofo coinvolto», «un intellettuale in azione». E in difesa della sua inseparabile uniforme, che non abbandona a ogni latitudine e condizione climatica, si limita a dire, come fece in un’intervista a Panorama: «È il mio modo di essere». «Quando mi vesto agisco d’istinto», spiegò all’intervistatrice, Celia Walden. Attitudine che gli ha creato non pochi problemi: «Quando mi sono recato in visita dal Papa, il protocollo prevedeva l’obbligo della cravatta». In quella breve intervista Levy fu abbastanza brillante da regalare frasi quali «Platone ha torto» e «non si può fare l’amore tutto il giorno», nonché un retroscena sul suo viaggio a Tripoli, in una Piazza Verde circondata dai cecchini. Ebbe qualche timore, confessò alla Walden, «ma se avessi mostrato ai miei compagni anche un minimo segno di paura, qualcuno l’avrebbe filmato e pubblicato in rete. Questo pensiero mi ha aiutato a mantenere i nervi saldi».

IL FILOSOFO PIÙ RICCO D’EUROPA. «Pochi scrittori vengono maltrattati tanto quanto me», è solito vantarsi Levy. Il motivo per cui il “Papa di Saint-Germain-des-Près” viene pizzicato spesso dalla stampa, specialmente quella conservatrice – lascia intendere lui – è che è bello, ricco, istruito, liberal, con uno spiccato senso di sé e degli affari. D’altronde non nasconde di intrattenere relazioni con tutta l’élite parigina. Può essere milionario, certo, ma non è un capitalista. Ribelle? Ma non ha mai abbracciato il marxismo. Siccome poi è anche un editorialista di Le Point, giornale di sinistra francese, è umanitariamente interventista ma non un cowboy guerrafondaio. Si fa apprezzare da una certa popolazione femminile, ma lui ha una preferenza per l’ereditiere. «Il filosofo più ricco d’Europa» è uno dei suoi innumerevoli soprannomi. Bhl ha una villa a Marrakech, una casa a Tangeri, una proprietà alle Seychelles. L’azienda ereditata dal padre – che subito ha venduto in cambio di una bella sommetta – gli ha permesso di dedicarsi anima e corpo alla causa dei deboli contro quella dei forti. Ha partecipato in qualità di giornalista alla liberazione del Bangladesh contro il Pakistan, si è fatto promotore dell’intervento nella guerra in Bosnia e si è pronunciato contro i campi di concentramento serbi, ha passato un anno in Pakistan cercando di scoprire la verità circa l’esecuzione di Daniel Pearl, ha sponsorizzato la guerra in Libia e si è piccato del mancato intervento in Siria. Attualmente Bhl si trova in Ucraina.

STRATEGA MILITARE? Nonostante  i suoi numerosi talenti, Pierre Vidal-Naquet, noto storico francese, taccia Levy di essere «un mediocre candidato al baccalaureato» che dimostra di avere idee geopolitiche un po’ confuse. Per esempio, Levy giudicò la guerra in Iraq «imbecille e improvvisata», un «bel lavoro di Stranomore disinvolti e incompetenti, ebbri di tecnologia e di morale» e della loro «idea messianica di una democrazia paracadutata con i chewing-gum». Parole di ghiaccio, che poi, qualche anno dopo, sarebbero evaporate sotto il sole della “primavera araba”. Nel tentativo di promuovere l’intervento europeo in Africa e in Medio Oriente, spiegò che «quando l’Occidente interviene fa calare l’integralismo, invece quando non interviene lo fa montare». Citò due casi esemplari. Primo esempio: «in Egitto l’Occidente non ha fatto nulla, il popolo si è liberato da solo e i Fratelli Musulmani si sono attribuiti il merito della liberazione, hanno indetto le elezioni e le hanno vinte». Esempio contrario: «in Libia, l’Occidente è intervenuto, ci sono state le elezioni, i Fratelli Musulmani le hanno perse e il partito che le ha vinte è filo-occidentale, laico e antifondamentalista, come lo è il primo ministro del Paese». Passato nemmeno un anno da quelle dichiarazioni, in Egitto, continuano le violenze ma Morsi è finito in galera, i fratelli mussulmani sono stati messi al cappio dall’esercito e il generale Al-Sisi si appresta a diventare presidente; la Libia, asserragliata da milizie tuareg, orde di integralisti e tribù in lotta fra loro è nel caos e il Parlamento “laico” ha decretato la sharia fonte di tutte le leggi.

LA FILOSOFIA DEL BOTUL. Bhl un giorno è nella piazze dove c’è una protesta, l’indomani è a bere champagne in una festa privata al Museo d’Orsay, accusa chi non lo può sopportare. La maggior parte dei suoi amici mondani ha imparato a comprenderlo, ma prega comunque che non dia più consigli ai comandanti in capo degli eserciti occidentali (come fece con Sarkozy sulla Libia). I più infiammati contro di lui sperano che non si occupi più di filosofia. Non tanto perché, in nome della verità, è dai tempi del maggio francese che si confessa seguace di Jean Paul Sartre. Ma perché, sostengono, la verità non riuscirebbe a beccarla nemmeno se l’avesse sotto il naso. Ciò che effettivamente accade nel “caso Botul”. L’episodio è celebre: Levy nel suo libro De la guerre en philosophie citò in modo serio il pensiero di tal filosofo Jean-Baptiste Botul, invenzione scherzosa di un giornale satirico francese. Botul avrebbe scritto otto conversazioni su Kant dal titolo La vita sessuale di Emmanuel Kant e sarebbe stato autore di una serie di conferenze in una fantomatica Nueva Königsberg (Paraguay) fondata da una comunità di neokantiani in fuga dall’Europa. Levy fu ingannato dalla bufala, e si mise a lodare l’intelligenza di Botul, il quale «all’indomani della Seconda guerra mondiale, nella sua serie di conferenze ai neokantiani del Paraguay, dimostrò che il loro eroe era un falso astratto, un puro spirito di pura apparenza».

UN PRATO «BAGNATO DAL SOLE». Anche come scrittore, Bhl ha dovuto sopportare una numerosa quantità di critiche. Per capire perché, forse basta un pezzo saliente dell’opera American Vertigo, resoconto di un viaggio sulle orme di quello di Tocqueville negli Stati Uniti e che Bhl fece in automobile con autista. Nel brano, citato da Meotti sul Foglio, Levy scrive di aver sentito «il richiamo di Tocqueville» quando «prostrato da un forte bisogno di fare pipì e stufo di dovermi fermare da Starbucks, McDonald’s e Pizza Hut, (…) ho chiesto a Tim (l’autista, ndr) di lasciarmi vicino a un campo d’erba bagnato dal sole». «Avevo appena iniziato – scrive Levy – quando dietro di me sento un’automobile che si ferma. Mi volto. È un’auto della polizia. “Che cosa sta facendo?”. “Sto prendendo una boccata d’aria”. “Prendere una boccata d’aria è proibito”. “Ok, sto facendo pipì”. “Far pipì è proibito”. “Allora mi dica cosa è permesso?”. “Niente, è vietato fermarsi sulle autostrade”. “Non lo sapevo”. “Ora se ne vada”. “Sono francese”. “Non me ne importa niente che lei sia francese. La legge è uguale per tutti!». Meglio Botul, no?

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2 Commenti

  1. Giulio Dante Guerra scrive:

    Una curiosità: il cognome di questo Jean-Baptiste Botul è stato inventato con riferimento al botulino, il microrganismo la cui tossina è usata per “spianare” le rughe? In caso affermativo, quali “rughe” filosofiche, ideologiche o d’altro genere, di Bhl si intendevano spianare?

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