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Benedetto XVI: «Non è la disobbedienza la via per rinnovare la Chiesa»

aprile 6, 2012 Benedetta Frigerio

Oggi, durante la Messa del Crisma, Benedetto XVI ha risposto all’appello alla disobbedienza, firmato dai diversi sacerdoti austriaci che chiedono l’apertura al celibato delle donne e degli omosessuali. «I sacerdoti non annunciano teorie e opinioni private, ma la fede della Chiesa della quale siamo servitori».

«Di recente, un gruppo di sacerdoti in un paese europeo ha pubblicato un appello alla disobbedienza, portando al tempo stesso anche esempi concreti di come possa esprimersi questa disobbedienza, che dovrebbe ignorare addirittura decisioni definitive del Magistero – ad esempio nella questione circa l’Ordinazione delle donne, in merito alla quale il beato Papa Giovanni Paolo II ha dichiarato in maniera irrevocabile che la Chiesa, al riguardo, non ha avuto alcuna autorizzazione da parte del Signore». Sono le parole di papa Benedetto XVI che, questa mattina durante la messa crismale, in cui si chiede ai sacerdoti di rinnovare le loro promesse, ha preso spunto dall’appello pubblicato lo scorso giugno in Austria per domandare ai suoi figli: «È la disobbedienza una via per rinnovare la Chiesa?». Un interrogativo rivolto ai sacerdoti che chiedono l’apertura al celibato delle donne e degli omosessuali.

Il Pontefice ha ricordato che «il presupposto di ogni vero rinnovamento» è «solo la conformazione a Cristo». Riferendosi ai comandamenti, all’istituzione del matrimonio e del sacerdozio Benedetto XVI ha ricordato anzitutto che Cristo ha «corretto le tradizioni umane che minacciavano di soffocare la parola e la volontà di Dio» e che «lo ha fatto per risvegliare nuovamente l’obbedienza alla vera volontà di Dio, alla sua parola sempre valida». La Pasqua che comincia questa sera, ha proseguito il Santo Padre, ci dice che il Signore si è fatto servo della volontà del Padre e non padrone: «Egli ha concretizzato il suo mandato con la propria obbedienza e umiltà fino alla Croce, rendendo così credibile la sua missione. Non la mia, ma la tua volontà: questa è la parola che rivela il Figlio, la sua umiltà e insieme la sua divinità, e ci indica la strada».

Benedetto XVI non si è fermato qui. E ha incalzato nuovamente i suoi «amici»: se «Cristo è il presupposto e la base di ogni rinnovamento» è ancora a Lui che bisogna guardare per rispondere, smontando l’obiezione per cui la sua figura «ci appare troppo elevata». Perché «il Signore lo sa». E per questo «ha provveduto a “traduzioni” in ordine di grandezza più accessibili e più vicine a noi», come i santi sacerdoti Ambrogio e Agostino. In secondo luogo ha messo in guardia dalla tentazione di pensare che il rinnovamento corrisponda al consenso, perché «Dio non guarda ai grandi numeri e ai successi esteriori, ma riporta le sue vittorie nell’umile segno del granello di senape». Benedetto XVI ha poi ricordato che i sacerdoti non «annunciano teorie e opinioni private, ma la fede della Chiesa della quale siamo servitori».

A tal fine, il Papa ha ribadito la necessità di re-imparare il catechismo e di diffondere la conoscenza del Vangelo, contro l’«analfabetismo religioso che si diffonde in mezzo alla nostra società così intelligente» che però ha dimenticato «i fondamenti della fede», da cui «la nostra ragione e il nostro cuore devono essere toccati» se si vuole essere «amministratori dei misteri di Dio».

L’ultima parola chiave dell’omelia papale è stata quella dello «zelo per le anime», di cui si parla come di «un’espressione fuori moda». Ma che serve a scongiurare i rischi dell’identificazione del sacerdote con l’operatore sociale. Perché la preoccupazione deve essere «sull’uomo intero (…) non soltanto del corpo, ma proprio anche delle necessità dell’anima dell’uomo». E così, come l’anima e il corpo, anche la fede e la vita non devono essere separate, altrimenti si dà «la sensazione che noi compiamo coscienziosamente il nostro orario di lavoro, ma prima e dopo apparteniamo a noi stessi».

A ciò si oppone la totalità della dedizione. Quella che il Papa ha chiesto di rinnovare insieme sacerdoti. «Per una nuova fecondità» che viene dall’«essere ricolmi della gioia e della fede, dalla radicalità dell’obbedienza, dalla dinamica della speranza e dalla forza dell’amore».

@frigeriobenedet

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1 Commenti

  1. giesse scrive:

    La disobbedienza pubblica alla Chiesa penso che nasca da un capovolgimento della posizione originaria.
    Sono cattolico perche’,riconoscendo la mia opinione inadeguata(perlomeno verso cio’ che conta),
    mi affido ad un giudizio piu’ grande del mio cercando di comprenderlo nelle sue ragioni.
    Non lo subisco ma sono in attesa che si esprima per poter adeguare e completare il mio.
    Chiesa mater (sguardo benevolo sull’uomo), magistra (2000 anni in compagnia dell’uomo, della sua vita, delle sue difficolta’, dei suoi dubbi, delle sue meschinita’,,,).
    Il tutto garantito dalla presenza del Divino.
    Quindi, se tengo di più alla mia opinione, al mio modo di vedere, arrivando alla disobbedienza pubblica, che ci sto a fare nella Chiesa, non è meglio andarsene?

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