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Abbronzatevi con questo: “La versione di Barney” di Mordecai Richler

agosto 8, 2012 Emanuele Boffi

Può una caotica, slabbrata, assurda storia d’amore avere qualcosa in più da dire delle tante patacche sentimentali d’oggi? Sì, se è quella di Barney Panofsky (che non ha nulla di edificante da raccontarci)

Non tutte le belle storie d’amore possono essere edificanti e lineari. Quella di Barney, ad esempio. Parla un po’ alla rinfusa di mogli ex mogli tradimenti Parigi Canada cocaina whiskey hockey assassini letteratura una pistola rimorsi figli i sette nani e «quell’accidente per tirare su la minestra». Non mancano sudicie pagine da romanzetto softcore, sigari Montecristo e «Miriam, la mia adorata Miriam». Se avete capito poco c’è un film che potrebbe aiutarvi, altrimenti questo è il riassunto wikipediano che farebbe rivoltare nella tomba Mordecai Richler, autore de La versione di Barney: l’anziano produttore tv Barney Panofsky, ormai miliardario grazie alla Totally Unnecessary Production, scrive un libro di memorie pro domo sua per difendersi dalle accuse di Terry McIver, suo ex sodale, che gli ha dedicato un’opera diffamatoria, dipingendolo come un inetto e un assassino.

Ma questa è solo la versione di McIver. Quella di Barney è il pindarico racconto della propria squinternata esistenza, scadenzata da tre fallimentari matrimoni: il primo con la suicida Clara, il secondo con «la seconda signora Panofsky», il terzo con Miriam, l’adorata Miriam, tradita in una dissennato flirt con una sciacquetta senza nome. Il tutto narrato alla rinfusa ché Barney ha l’alzheimer, è un inguaribile bugiardo ed è dotato di un anticonformismo non di maniera che gli permette di farsi beffe di vegani, froci, lesbiche, destra, sinistra, cucina giapponese, accademici e di tutta l’ipocrisia che ruota intorno al terzo pianeta del sistema solare («Miriam era tornata da due giorni e non avevamo ancora fatto l’amore, cosa che la lasciava perplessa, ma io non ero affatto sicuro di non essermi beccato l’herpes, o lo scolo, o dio ne scampi quell’altra malattia, quella dei tossici e delle checche. Ma su, quella che sembra la sigla di un ente benefico. L’AIDS, ecco»).

Non tutte le belle storie d’amore possono essere edificanti e lineari. Quella di Barney, ad esempio, non sarebbe molto adatta per un corso fidanzati in parrocchia o per un reading durante un corso di pilates. Ma sarebbe ottima come grimaldello per scardinare il concetto di amore che oggi va per la maggiore e secondo cui un rapporto di coppia deve basarsi su: rispetto degli spazi, empatia, compatibilità sessuale, rodaggio prematrimoniale e altre amenità di questo tenore. Barney – al contrario – è alcolizzato e risentito, incostante e geloso e, in definitiva, un uomo sbagliato consapevole solo di avere ricevuto una grazia immeritata. Miriam, appunto. «Miriam aveva una grazia naturale, ed era adorabilmente ignara di quanto la sua presenza lasciasse il segno. Non credo di averglielo mai detto, ma avrei potuto passare la vita a guardarla, beandomi del suo splendore. E anche adesso, se chiudo gli occhi e riesco a ricacciare indietro le lacrime la rivedo. Magari che allatta Saul, con gli occhi bassi, una mano a reggere quella piccola nuca così fragile, oppure mentre insegna a leggere a Mike facendolo sembrare un gioco, e tutti e due ridono felici. (…) Ai tempi d’oro, se dovevamo uscire la sera, ci davamo appuntamento al bar del Ritz, e io la aspettavo seduto a un tavolo in disparte, così da vederla entrare, elegantissima, serena, e mandarmi un bacio amoroso e un sorriso mentre tutti non avevano occhi che per lei. Miriam, mia adorata Miriam».

La versione di Barney è una lunga e sconclusionata autogiustificazione dei propri errori («Tutta colpa di Terry», è la prima frase del libro), che mette alla berlina tutti gli sforzi umani per meritarsi il premio del grande amore, tutte le ridicole fantasie di chi crede che basti un po’ di training autogeno – si chiami questo carriera o affinità di coppia – per “far funzionare il rapporto”, come si dice oggi. Una lunga autogiustificazione che non porta a nulla perché Miriam non torna e la vecchiaia inacidisce solo i ricordi di un vecchio sporcaccione risentito: «La vita è assurda e nessuno di noi, in pratica, capisce gli altri».

Il libro – sommamente divertente, non a caso piacque a quelli del Foglio è dunque la vicenda di un grande amore perduto e dell’inesausta, illogica e caparbia volontà di riconquistarlo. E, infatti, la questione è questa: il fatto che non siamo all’altezza della grazia ricevuta, significa che possiamo rinunciarvi? Barney non lo farà mai. Nemmeno dopo la morte, disponendo che il lotto a fianco della sua tomba sia occupato da Miriam; nemmeno dopo che lei si è risposata con Blair Hopper nato Hauptman, bersaglio di certi suoi atroci scherzi via fax («Att. Herr Doktor Blair. Da Sexorama. Note: Riservato. Abbiamo ricevuto la copia del calendario Giovani adoni 1995 che ha voluto restituirci. Pur comprendendo le sue esigenze, siamo tuttavia spiacenti di non poter procedere al rimborso: le pagine dei mesi di agosto e settembre risultano appiccicate»). Nemmeno dopo che lei gli ha detto che «però possiamo essere amici».

Amici? Barney non vuole una donna per amico. Avesse voluto un amico, si sarebbe comprato un cane. Invece, di cani, nel romanzo, non ce ne sono. Barney vuole Miriam, soprattutto il suo perdono. Lo esige. Si macera struggendosi perché questo non arriva. Lo pretende, pur sapendo di non potere dare nulla in cambio, se non un’interminabile teoria di errori. Ora, dite voi, se di recente questa parola – “perdono” – l’avete trovata accostata alla parola “amore” durante i vostri zapping serali sui talk-show della tv, alla radio durante le trasmissioni in cui ci si dedica le hit del momento, sui giornali nella sezione “Posta del cuore”, dove si discute di corna come se si parlasse di indicazioni stradali. Dite voi se oggi l’amore comunemente inteso non sia, né più né meno, che una bella vacanza dalle magagne quotidiane che, passato il week-end, ricominceranno inesorabili. E di come, invece, un po’ tutti come Barney, non abbiamo bisogno d’altro che di una salvezza immeritata. E di ricordarci, tra l’altro, come diavolo si chiama quell’aggeggio «con cui si tira su la minestra».

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