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A chi si affidano gli italiani in caso di bisogno? Allo Stato? No, alla famiglia. Sarebbe ora di tenerlo presente

ottobre 31, 2013 Bendetta Frigerio

Parla Daniele Marini, autore dell’indagine Community Media sulle reti di solidarietà del paese: «Sulla famiglia bisogna investire, invece che aumentare le tasse»

C’è un paradosso che emerge dall’indagine sociologica condotta in tutto il paese da Community Media Research insieme alla Stampa in tutta Italia: in caso di necessità la maggioranza della popolazione italiana fa affidamento è la famiglia, «eppure la politica investe su tutto meno che su questa realtà». A parlare a tempi.it è il professor Daniele Marini dell’Università di Padova, che ha diretto l’indagine: «Il tema che affrontiamo nelle nostre ricerche è la coesione sociale, in questo caso specifico abbiamo analizzato l’aspetto legato alle reti di solidarietà». E stando ai risultati, nel momento del bisogno gli italiani pensano, almeno come percezione, alla rete familiare (83,1 per cento). Al secondo posto c’è quella amicale, in particolare nel Nord Est (74) e nel Nord Ovest (62), seguono il volontariato e una serie di altri soggetti come la parrocchia al Nord e i vicini di casa al Sud. Le istituzioni? In fondo alla lista.

MEGLIO DELLO STATO. Marini è tanto stupito positivamente dal senso di solidarietà fra le persone che emerge dalla rilevazione, quanto impressionato negativamente dal fatto che le istituzioni occupino gli ultimi posti nei pensieri degli italiani: in caso di necessità si rivolge al Comune l’11 per cento degli intervistati e solo l’8,4 allo Stato. Inoltre la sfiducia nelle istituzioni aumenta proporzionalmente al crescere della “fragilità” dei soggetti, per trionfare tra le persone con titoli minori, donne over 65, disoccupati e casalinghe. «È preoccupante – continua Marini – perché se questi soggetti possono contare sui parenti, nel caso di bisogno più grave potrebbero non riuscire ad avere i sostegni necessari».

FINO A QUANDO DURERÀ? Per il professore è evidente che i servizi degli enti pubblici vanno migliorati, ma la vera soluzione sarebbe quella di decidersi finalmente a investire su «una risorsa che non è minimamente sfruttata: la famiglia è la ragione per cui il Paese ha tenuto durante la crisi, basti pensare ai tanti disoccupati sono aiutati dai parenti, a quanti si sposano grazie ai risparmi dei genitori. Eppure non esistono politiche a favore di questa realtà». La famiglia, dunque, regge ancora nonostante quello che si dice, «ma se non si investe su di essa a lungo andare non terrà più». Marini si riferisce «a quanti si vogliono sposare ma non riescono perché non hanno incentivi. Per ora possiamo ancora permetterci di vivere di rendita, ma poi?». Il processo di disgregazione di questa fondamentale “rete di solidarietà”, per altro, è già a buon punto, se è vero che, come rileva Eurostat, quanto a famiglie numerose (più di tre figli) l’Italia è al ventottesimo posto nella classifica dei Paesi europei, mentre sul podio ci sono Irlanda, Finlandia e Lussemburgo.

UN POTENZIALE DA SVILUPPARE. Marini spiega che «nel Nord Europa e in Francia, ad esempio, quando i tassi di natalità avevano raggiunto livelli preoccupanti che non garantivano il ricambio generazionale, le politiche familiari hanno prodotto un cambiamento positivo». L’Italia invece «si ostina a rimandare il problema e così, per esempio, non aiuta le donne in maternità. Le nostre aziende poi, diversamente da quelle estere, non tengono conto degli orari delle famiglie, non hanno asili né offrono altri servizi al loro interno. Il paradosso è questo: nel nostro paese la famiglia ha un potenziale enorme, eppure non solo non viene sviluppato, ma è sempre più colpito dalle tasse». Sono molte anche le persone che vorrebbero sposarsi, «come dimostra il 25 per cento delle convivenze che si trasformano in matrimoni» nota Marini. Un dato che «dimostra come si cerchino ancora la stabilità e la sicurezza e che è su questa che occorre puntare per far ripartire il Paese».

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