Vietti (Csm): «Intercettazioni: abusi innegabili. Napolitano: ricorso legittimo»

In un’intervista a Tempi il vicepresidente del Csm parla di giustizia a tutto campo: «Custodia cautelare: in un paese normale sarebbe l’extrema ratio. I magistrati che scendono in politica lascino la toga».

«Io penso che il presidente del Consiglio abbia tutto il diritto di parlare di questioni attinenti alla giustizia, perché sin dalla nascita del suo governo ha rivendicato correttamente la stretta correlazione che lega il buon funzionamento del sistema giudiziario al buon funzionamento del sistema economico e al buon funzionamento del sistema paese». È quanto dichiara a Tempi Michele Vietti, vicepresidente del Csm, in una ampia intervista rilasciata al settimanale diretto da Luigi Amicone e in edicola a partire da giovedì 30 agosto.

Il numero due dell’organo di autogoverno della magistratura affronta le polemiche sulla giustizia suscitate da alcune dichiarazioni rilasciate allo stesso settimanale dal presidente del Consiglio Mario Monti e lo difende dalle critiche per aver egli definito “grave” il caso delle intercettazioni delle telefonate del presidente Napolitano e promesso di investire il governo del problema degli “abusi delle intercettazioni”. E in tema di intercettazioni, dopo aver ricordato che «in un Paese civile debbono rispettare tre interessi concorrenti: quello degli inquirenti di disporre di un insostituibile strumento di indagine; quello della libera stampa di esercitare il suo diritto all’informazione, e, infine, quello della riservatezza, rigorosamente tutelato a norma di Costituzione nei confronti dei terzi estranei alle indagini», Vietti ammette: «Dire che nella nostra cronaca più o meno recente l’equilibrio tra questi diritti sia stato sempre rispettato senza che si siano verificati abusi vuol dire recitare la parte di Alice nel paese delle meraviglie. Perciò credo che un intervento normativo su questa materia sia opportuno, non con spirito di rivalsa contro qualcuno e tanto meno contro un ufficio giudiziario, il legislatore scrive regole generali e astratte e non consuma mai vendette».

Richiesto di un parere su affermazioni del procuratore Roberto Scarpinato secondo il quale «solo le macchine (le microspie) ci consentono di ascoltare in diretta la vera e autentica voce del potere», Vietti non commenta direttamente le parole del procuratore di Caltanisetta(«preferisco limitarmi a ricordare l’ultima intervista di Antonio Ingroia al Corriere della sera, che mi è sembrata ispirata a equilibrio e ragionevolezza»), ma si dice «convinto che i magistrati, sia i pubblici ministeri sia i giudicanti, debbano accertare e perseguire le responsabilità penali specifiche individuali e non occuparsi di fenomeni storico-sociologici. In via di principio voler riscrivere la storia in una chiave manichea, che vede un popolo idealizzato sempre buono contro un potere demoniaco sempre cattivo, mi sembra francamente semplicistico e fuorviante».

Quanto al caso Ingroia-Napolitano, Vietti è perentorio: «Il presidente della Repubblica ha esercitato un suo legittimo diritto, utilizzando uno strumento che l’ordinamento appronta proprio per risolvere, nel rispetto delle regole, casi in cui le norme possono prestarsi a plurime interpretazioni. Altre volte uffici giudiziari hanno sollevato conflitti con altri poteri dello Stato, ad esempio con le Camere, e nessuno si è mai sognato di gridare alla lesa maestà». Perciò, prosegue Vietti, «Eviterei qualunque drammatizzazione e tanto più rifuggirei dal tipico sport nazionale di dividersi sempre su tutto in opposte tifoserie». Esplicita è la critica all’uso della custodia cautelare. Anomalìa italiana a cui secondo Vietti è possibile porre argine riformando il regime della prescrizione.

«La carcerazione preventiva in un Paese normale dovrebbe essere l’extrema ratio a cui si ricorre solo in ipotesi eccezionali e residuali. Purtroppo l’irragionevole durata dei processi e il meccanismo perverso della prescrizione rendono spesso impossibile pervenire all’accertamento definitivo della responsabilità penale e all’irrogazione della pena finale. Questo non giustifica ma spiega il ricorso anomalo alla carcerazione preventiva. Modifichiamo il regime della prescrizione, sospendendola in un certo stadio del processo, e avremo processi più rapidi, pene definitive più certe e meno misure cautelari».

Quanto ai rapporti tra magistratura e politica Vietti ricorda che«nel nostro sistema la terzietà e l’imparzialità sia del pm che del magistrato giudicante sono la condizione per la loro credibilità nella delicata funzione che esercitano agli occhi dei cittadini» e che «quando decidessero di scendere nell’agone politico, cosa che nessuno può negare loro, personalmente ritengo che non dovrebbero più poter tornare a fare i magistrati».