Utero in affitto. «Non ci si può basare solo sui desideri»

«Una donna che sottopone il suo corpo a ragioni mercantili non è libera». Intervista a Ritanna Armeni, giornalista di sinistra

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Un gruppo di femministe che per anni ha lottato a favore dell’emancipazione della donna si oppone alla pratica dell’utero in affitto. ne parliamo con Ritanna Armeni, nota giornalista che commenta a tempi.it l’iniziativa dell’associazione Se non ora quando Libere e l’incontro a Montecitorio da loro promosso, intitolato “Maternità al bivio: dalla libera scelta alla surrogata. Una sfida mondiale”.

MERCATO E FROTTOLE. Per parlare di maternità surrogata servono innanzitutto «buon senso, ragionevolezza e anche un pizzico di misericordia», dice Armeni. «Qui si sta parlando di uno scambio economico perché la madre surrogata riceve sempre un compenso sono forma di denaro o di beni di altro tipo, l’argomento della gratuità di questo gesto è solo una frottola. L’atto del dare la vita viene quindi calato all’interno della logica di mercato. L’utero in affitto è però solo uno degli ultimi esempi di questa mercificazione che sta sempre più divorando ogni aspetto della nostra esistenza».

VITA E DESIDERI. «Il problema della disponibilità della vita – prosegue Armeni – è il grande dramma del momento, il punto interrogativo attorno a cui continuiamo a girare. La battaglia sull’utero in affitto rientra in una questione molto più ampia, che riguarda la vita e il suo significato». È recente la notizia della riproduzione in laboratorio dell’embrione di un topo e questa scoperta, dice Armeni, costringe l’uomo a confrontarsi con un’immensa domanda: a chi appartiene quella vita? Al laboratorio? Alla persona che deciderà di adottare il topolino? Allo Stato? E a questa si sommano altri quesiti: quella vita prodotta artificialmente può essere commercializzata? Se sì, quali regolamenti dobbiamo impartirci?
Di fronte a questo generale spaesamento, Armeni è convinta che «l’umanità intera debba darsi delle regole per preservare se stessa e i pilastri su cui è basata. Uno di questi è senza dubbio il rispetto verso la vita, altrimenti non potremo più definirci umani». Dobbiamo quindi partire da noi stessi: «Non si può parlare della vita considerando solo i propri personalissimi, per quanto rispettabili, desideri».

ADOZIONI. Nello specifico della maternità surrogata, è comprensibile che una coppia che non può avere figli opti per l’adozione, ma pretendere a tutti i costi che il bambino possegga i nostri stessi cromosomi, dice Armeni, è una forma di egoismo che non vuole riconoscere dei confini. «Ci sono molti altri modi per diventare genitori, come per esempio adottare bambini orfani. A mio parere, è ingiusto accusare le persone che si rivolgono a una madre surrogata o una donna che, per necessità economiche, si presta a farsi sfruttare, mentre i veri colpevoli sono quanti hanno promosso le leggi che oggi ostacolano le adozioni. Ci sono molti bambini che hanno bisogno di genitori e coppie che hanno molto amore da offrire, ma è molto difficile fare incontrare queste due esigenze. Se vogliamo disincentivare la pratica dell’utero in affitto, dobbiamo semplificare le leggi sulle adozioni e ampliare il numero di famiglie che possano accedervi».

RAGIONI MERCANTILI. La generale titubanza nell’adottare un figlio che non sia nostro, sostiene Armeni, «è radicata nella nostra cultura, che mette in primo piano il figlio biologico, a discapito del figlio visto come espressione d’amore non solo di una singola coppia, ma del nucleo sociale». La responsabilità sociale quindi si intreccia al tema della libertà, uno dei cavalli di battaglia delle rivendicazioni femministe: «Una donna che sottopone il suo corpo a ragioni mercantili non è libera. Libertà non è irresponsabilità, non coincide con l’assecondare incondizionatamente ogni desiderio. La libertà implica la consapevolezza dei propri limiti e la disponibilità a fare del bene per sé e per gli altri».

Foto Ansa

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