Una “chiesa da campo” per i terremotati. «Segno di una compagnia nella fede»

Monsignor Cavina, vescovo di Carpi, sa cosa significa essere colpiti da un sisma. Occorre essere «una presenza viva, immersa tra le persone e nella sofferenza delle persone»

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Era la chiesa provvisoria della diocesi di Carpi, ora sorge ad Amatrice, smontata e rimontata nell’arco di poche ore. Perché la carità è un’opera, non è solidarietà reattiva, non si limita al particolare che commuove. La carità sabato scorso era una grande tensostruttura bianca fatta di tubi, cavi di acciaio, solide assi che viaggiava su un camion con una suora, un diacono permanente, un candidato diacono e un responsabile dell’Agesci di Carpi, incaricati di consegnare quel loro prezioso carico al vescovo di Rieti.

«Rispondere a un bisogno, in un momento di grande mobilitazione, in cui la solidarietà impetuosa rischia di esaurirsi nella soddisfazione delle singole urgenze, ci sfida a farci carico del contesto, a rispondere in modo totale, concreto, quindi religioso a una richiesta di aiuto. Quando ho chiesto a monsignor Domenico Pompili di cosa avesse bisogno, la richiesta fu di una struttura, dotata di una piattaforma che potesse resistere nel tempo, dove riunire i fedeli e celebrare l’eucarestia». Monsignor Francesco Cavina, vescovo di Carpi, uno dei comuni più colpiti dal terremoto in Emilia del 2012, ha pensato subito alla “chiesa da campo” utilizzata dalla parrocchia di Rolo e da quella di Rovereto e nel giro di un giorno la spedizione era partita.

«Per più di un anno quelle strutture provvisorie hanno mantenuto viva la fede delle comunità emiliane dando ragione a una solidarietà che si era fatta opera. E come ogni opera di carità, esse non hanno avuto fine nel bisogno che le ha destate allora. Incontrando quello di oggi, esprimono la comunione della chiesa di Carpi con quella di Rieti e di Ascoli. La chiesa da campo è il simbolo di una compagnia nella fede e nella certezza che solo la presenza del Signore, della celebrazione dell’eucarestia nei luoghi colpiti da morte e devastazione, mantiene viva una speranza più forte del male».

Parla dalla Terrasanta, monsignor Cavina, raggiunta domenica scorsa per gli esercizi spirituali con un gruppo di seminaristi della diocesi di Modena e Carpi. Ricorda la sequenza di messaggi ricevuti sul telefono la notte del terremoto e l’immediata, viscerale, partecipazione al dolore delle persone colpite. Proprio come nel 2012, «solo chi ha vissuto un terremoto può capire cosa è successo alla vita di quelle persone. Ho scritto subito al monsignor Pompili e a monsignor D’Ercole, esprimendo la vicinanza, la preghiera e la disposizione all’aiuto della mia diocesi».

E scrivendolo, scrivendo a due amici che si sarebbero riversati nelle strade e le vite distrutte dal terremoto, sapeva di non cadere nella retorica. Si ricorda ancora i sofferenti che incontrandolo per strada chiedevano smarrite “la prego non ci abbandoni”, “rimanga con noi”, «e in quel grido semplice c’era un popolo ferito che chiedeva a Dio di non abbandonarlo». E ricorda la richiesta immediata della comunità «di potersi radunare il prima possibile, insieme, per celebrare l’eucarestia. I terremotati volevano andare a Messa». E dalla Caritas alle chiese dei territori vicini e lontani, la carità mossa dal bisogno e dalla necessità, aveva generato qualcosa che non si sarebbe esaurito nell’emergenza: le chiese venivano riaperte, la gente ripopolava le Messe, nascevano nuove vocazioni religiose.

«Dopo il terremoto sono entrate in diocesi dieci nuove comunità religiose femminili. Il prossimo 6 gennaio ordinerò tre nuovi sacerdoti, un fatto che nella diocesi di Carpi non si verificava da almeno 50 anni». Eccola la chiesa, pensa monsignor Cavina mentre segue il lavoro degli amici al fianco della società civile che sembra superare infinitamente lo spazio e il tempo divorato da un terremoto, «una presenza viva, immersa tra le persone e nella sofferenza delle persone che stupisce anche chi non ha consapevolezza cristiana. Davanti alla tragedia, al venir meno di tutto come accadde a Carpi e alla bassa pianura emiliana nel 2012 e come accade oggi in centro Italia, possiamo solo chiederci “che cosa è l’uomo” e “chi sono io”, quest’io che nessuna scienza e tecnica, nessun progresso, potrà mai mettere al riparo. Siamo creature e allora la coscienza di appartenere a un Altro ci permette di alzare gli occhi dalla terra che trema e guardare il Cielo che sovrasta le case in macerie».

Foto Ansa

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