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Te Deum laudamus perché sono un povero diavolo

gennaio 22, 2018 Aldo Trento

Il dolore che affligge questo mio corpo mortale è per me coscienza di essere proprietà di Cristo. Soffro con chi soffre, è la mia grazia

Perché dovrei ringraziare il Signore alla fine di un anno durante il quale la mia malattia, invece di stabilizzarsi, ha continuato imperterrita sui suoi passi, e ho visto tutti i giorni il dolore delle mie bambine violate, dei miei piccoli abbandonati? Come ringraziare Dio quando ogni giorno debbo fare i conti con i miei malati terminali, che vedono in me la possibilità di curarsi, dimenticando che sono un poveretto innamorato di ognuno di loro? E potrei continuare con altri milioni di fatti che metterebbero in crisi il rapporto con Dio.

È facile e comodo ringraziare Dio con la pancia piena, in una bella casa e in buona salute. Non è un problema predicare la misericordia di Dio, l’importanza di accogliere il profugo o il mendicante che bussa alla porta di casa… però, quando succede, preferiamo “sbolognarlo” con alcuni spiccioli. È troppo scomodo che un profugo o un mendicante si sieda alla nostra mensa. “Ti amo, però a distanza”, “ti adotto, ma a distanza.” Quando ancora vivevo nella casa parrocchiale, ristrutturata con l’eredità dei miei genitori, dopo anni di bella convivenza con padre Alberto, padre Paolino e padre Ettore della Fraternità San Carlo Borromeo, accadde un fatto triste. Un giorno la signora delle pulizie mi disse: «Padre Aldo, il nuovo superiore della casa e parroco mi ha proibito di mescolare nella lavatrice la biancheria sporca dei sacerdoti con quella di don Fortunato». Questi era un vecchietto che da alcuni anni viveva allegramente con me e padre Paolino. Tuttavia per il nuovo capo, un Torquemada di sangue blu giunto da Madrid, le mutande del povero Fortunato non erano degne di stare nella lavatrice “reale” insieme alle sue. E poi le prediche domenicali sull’accoglienza… quanto borghesismo in noi pastori spesso ciarlatani della carità!

Dunque, se questo è il quadro della situazione in cui vivo, perché dovrei ringraziare il Signore? Innanzitutto perché mi dona ogni giorno un cuore di carne, grande per amare, per soffrire con chi soffre e essere allegro con chi è gioioso. Un cuore sensibile, disponibile nell’accogliere chi bussa alla porta della mia casa. Il dolore stesso che affligge questo mio povero corpo mortale, invece di diventare lamento, si trasforma in una coscienza più grande e profonda di essere relazione con il Mistero, di essere proprietà di Gesù. Non c’è momento durante la giornata nel quale il mio sguardo non sia fisso in Gesù, in particolare quando il dolore della spondilite pare togliermi il fiato.

Ringraziare il Signore è stato ed è un riconoscere che dentro tutte le circostanze, anche le più incomprensibili, la presenza di Gesù non mi abbandona mai, anche se molte volte mi sento avvolto dall’oscurità. In questi momenti la compagnia dei miei fratelli malati, di suor Sonia, la religiosa chiamata a portare avanti l’opera il giorno in cui morirò, e di molti amici che mi stanno accanto è per me il viso buono di Gesù che mi infonde l’energia sufficiente per portare con serenità il “pondus diei”. Devo un grazie particolare alla Vergine, che mi accompagna in ogni momento. Sperimento la Sua presenza materna in particolare quando, prima di dormire, prego il santo rosario, contemplando i misteri dolorosi, nei quali mi identifico.

La libertà senza paura

Ringrazio il Signore anche per avermi dato una compagnia di ex barboni, che condividono con me la casa: tra loro c’è un uomo enorme che, per i tanti delitti commessi, fu condannato a 20 anni da scontare nel carcere di massima sicurezza a La Gerencia, un luogo in pieno Chaco, ai confini con la Bolivia. Ognuno di loro, respinto dalla società civile così come spesso da quella religiosa, è per me la carità di Gesù verso la mia povera persona. In tutto sono sette, ma sono Gesù, e per questo non chiudo mai a chiave la mia camera da letto. Che grande Grazia mi dona Dio permettendo che la mia libertà non solo non abbia paura, ma che sia anche sempre disponibile ad accogliere qualunque persona, non importa se malata di Aids, se omosessuale, transessuale, con la scabbia, con le ferite dalle quali giunge un odore nauseabondo.

Ringrazio Dio perché non parlo più dei poveri, ma mi confondo con essi, sono uno di loro. Ringrazio i pochi e buoni amici che si sono presi cura di me e mi aiutano. Ringrazio Dio per quanti mi hanno dimostrato la loro amicizia in passato e che oggi, essendo “un poro dial” (povero diavolo), come soleva ripetermi mia madre, si sono dimenticati. Ma che allegria continua a darmi il fatto che l’unica opera nata grazie al carisma di don Giussani visitata da papa Francesco sia stata la clinica Casa Divina Provvidenza don Luigi Giussani, appartenente alla Fundaciòn San Rafaèl. Non potrò mai dimenticare questo dono del Vicario di Gesù.

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