Tasse al 60 per cento. Due anni di scartoffie per ogni permesso. «Come faccio a investire?»

La protesta di Whieldon Ross Stacey, albergatore sul lago di Como: «Abbiamo le buste paga più alte d’Europa, ma lo stipendio netto per i dipendenti è il più basso»

La paralisi del sistema economico italiano si può misurare al bancone di un bar. Già, perché come si può pretendere di essere competitivi sul mercato globale quando una spremuta in riva al Lago di Como può arrivare a costare fino a 8 euro mentre ad Alicante, Spagna, alla metà del prezzo se ne possono bere due, consumando anche un paio di caffè?
La banale ma al tempo stesso grave constatazione è di Whieldon Ross Stacey, inglese trapiantato in Italia da trent’anni, vicepresidente dell’Associazione albergatori di Confcommercio Como, nonché titolare dell’hotel Britannia Excelsior di Cadenabbia di Griante, paesino che sorge sul lago di Como all’altezza di Bellagio, tradizionale località di villeggiatura amata dai turisti di mezza Europa. Secondo Ross ciò che penalizza l’attività alberghiera (e non solo quella) in Italia sono sempre i soliti problemi: l’assurda pressione fiscale sul lavoro e il costo e gli ostacoli rappresentati dalla burocrazia.

Ross, quanto è grande il suo albergo?
Abbiamo 284 camere, una sessantina di dipendenti e registriamo 140 mila presenze l’anno.

Anche quest’anno?
Quest’anno, in realtà, le prenotazioni procedono un po’ a rilento; molti, infatti, preferiscono prenotare all’ultimo momento e comunque la durata media dei soggiorni si è abbassata un poco. Soprattutto durante la stagione invernale.

Come mai?
Il problema è che ormai, in Italia, non riusciamo più ad essere competitivi con il resto d’Europa. Da noi, infatti, vengono molti turisti provenienti dai paesi del Nord, che la crisi l’hanno già superata da tempo, mentre qui ci stiamo appena entrando. Ebbene, quei turisti, cominciano a trovare località più convenienti, per esempio, nel sud della Spagna.

Ma in Spagna non c’è il lago di Como.
È vero, ma se Roma è Roma e per questo i turisti nella Capitale non calano, di posti come il lago di Como, invece, se ne possono trovare anche altri nel mondo. L’altro giorno, per esempio, sono stato con mia moglie in Spagna ad Alicante, dove con 4 euro abbiamo consumato due spremute e due caffè. Mentre qui da noi capita che per una spremuta si possa arrivare a spendere anche 8 euro.

Dov’è l’origine del problema?
Il problema è che noi albergatori, più che pagare tasse, altro non facciamo. E mi domando: tra imposte e costi energetici come possiamo competere sul mercato internazionale, specialmente d’inverno?

È così drammatica la situazione?
Veda lei. Noi, ogni mattina che ci alziamo, sappiamo che le imposte che dobbiamo pagare rappresentano il 13 per cento del nostro fatturato. Se si considera soltanto l’utile, poi, il livello della pressione fiscale può raggiungere anche il 57 per cento del reddito. E abbiamo appena pagato l’Imu, che nel 2012 è aumentata del 56 per cento rispetto all’Ici, e ancora è atteso un ulteriore incremento del 6 per cento nel 2013. Il costo delle imposte, infine, ha persino superato quello della busta paga. La quota di contributi e spesa previdenziale, infatti, in alcuni casi sfiora il 130 per cento dello stipendio netto di un nostro dipendente: si tratta di un doppio record negativo, perché, mentre la busta paga è la più alta d’Europa, la remunerazione in tasca è la più bassa. Tutto questo mentre in Spagna i contributi sono solo il 45 per cento dello stipendio e l’Iva è ferma al 7 per cento, al 10 sul cibo, e non superiore al 20 per cento, come invece succede da noi.

Se l’Iva aumenterà al 22 per cento sarà un problema?
Non è tanto un problema di Iva o di Imu. È la pressione fiscale che è troppo alta e deve essere abbassata. Come facciamo a investire in una simile situazione?

Lei ci è riuscito?
Ho ampliato l’albergo e sa quanto ci ho messo? Due anni solo per ottenere il permesso per costruire. Altro che una burocrazia efficiente: c’è da mettersi le mani nei capelli. Se al governo davvero pensano che si possa sopravvivere e investire nel lungo periodo in queste condizioni… bè, allora forse è meglio che tornino a scuola. Anche perché la prima cosa che fa un imprenditore quando c’è la crisi è tagliare i costi. Ma non mi pare che loro lo stiano facendo. Personalmente sono convinto che il pubblico debba ridurre la spesa e lasciare spazio al privato, perché – e parlo per esperienza diretta – dove spende il pubblico, spende sempre il doppio del dovuto.