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Storia di un mostro. Ulisse, nero, l’americano, Zodiac

maggio 21, 2018 Francesco Amicone

Alle Fontanine nel Mugello, così come a Lake Berryessa e a Riverside in California la “firma” è la stessa. E se il Mostro di Firenze fosse Zodiac? Elementi su cui indagare

Una immagine del film “Zodiac” di David Fincher (2007)

Terza parte del nostro racconto-inchiesta sul Mostro di Firenze. Qui la prima puntata e qui la seconda

PARTE III

Ulisse


Nel 2016 la Radford University ha calcolato che la maggior parte dei serial killer ha un’intelligenza sopra la media e che il 67,58 per cento di loro ha un passaporto statunitense. È un fatto che il Mostro sia stato l’unico lovers’ lane killer mai registrato in un paese latino. E fu proprio questo il principale problema posto agli investigatori dai delitti del serial killer. Un’anomalia enorme, sottolinearono all’unisono i criminologi che si occuparono per primi del caso, concludendo che il modus operandi del serial killer fosse attribuibile a una «cultura di stampo anglosassone». Notizie sui maniaci delle coppiette si incontrano scorrendo le cronache degli Stati Uniti e dei Paesi nordici europei. Non quelle italiane. Che cosa c’entra il Mostro con Firenze? Non c’è da stupirsi quindi dell’interesse suscitato negli investigatori dalle enigmatiche parole di Vanni del 2003 sul killer “americano”.

Chi poteva essere “l’uomo del bosco” che si presentò a Pacciani come Ulisse?

Il mito racconta che Ulisse, re dell’isola di Itaca, abbia portato le truppe greche alla vittoria contro la città di Troia grazie a un trucco. Con l’aiuto della dea Atena, lo “scaltro Odisseo” aveva ideato e fatto costruire – racconta Omero – un enorme cavallo di legno in onore dei nemici troiani. I greci avevano simulato una resa. Gli abitanti della città rallegrandosi dell’apparente vittoria, portarono all’interno delle mura il cavallo, non sapendo che nascondesse all’interno i soldati greci. Troia fu distrutta. Vinta la guerra – nel secondo volume dedicato alle sue gesta – l’eroe di Itaca affronta insieme ai suoi uomini un lungo viaggio costellato di disavventure per tornare in patria, perseguitato dall’ira di Poseidone, fratello di Zeus e dio degli abissi marini. Giunto a casa, Ulisse massacra i “proci” che insidiavano l’amata moglie Penelope. Finalmente la famiglia è riunita.

Non è spiegabile come l’opera di Omero possa essere entrata a far parte delle cronache dei “Compagni di merende”, se non perché l’episodio narrato da Vanni è vero. Quello che sconcerta del suo racconto, oltre al fatto che sia congruo con le prime impressioni degli investigatori e con le deduzioni dei criminologi, è che fra i nomignoli dei semi-analfabeti che componevano il gruppetto dei compagni di “girate” (e non solo di “merende”) di San Casciano – Vampa, Torsolo e Katanga – il nome di Ulisse spicca come un cuculo in un nido di passeri. Non può essere una loro invenzione.

Nella storia apparentemente sconclusionata di Vanni, Ulisse, dopo avere incontrato Pacciani nel bosco e avergli confessato di essere l’autentico serial killer di Firenze, avrebbe consegnato la pistola – la famosa Beretta – al «Procuratore che conta» e poi si sarebbe suicidato. Riascoltando le intercettazioni, le domande che negli anni si sono fatti gli inquirenti sono pressapoco le seguenti: perché Pacciani non aveva mai parlato di questa storia? Per paura? Di cosa? Se Ulisse era morto, perché nessuno aveva mai raccontato nulla agli inquirenti?

La verità è che in quel bosco di San Casciano, alla periferia di Firenze, il Vampa doveva essersi reso conto di avere fatto la conoscenza con l’uomo più terribile, folle e astuto che avesse mai incontrato nella sua esistenza. Un uomo che incarnava il “Male” con la maiuscola – come lo aveva definito il contadino. Nessuno avrebbe mai creduto al Vampa, se avesse raccontato quella storia. A parte il suo amico Torsolo. A cui forse non raccontò tutta la verità.

Sarebbe tutto filato liscio, per Ulisse, se alla fine il postino di San Casciano non avesse cantato e se non fosse stato individuato. Ma nemmeno lui – con la sua intelligenza – avrebbe potuto sapere quarant’anni fa che una legge del suo Governo avrebbe obbligato l’Fbi e gli uffici di polizia americani a rendere pubblici migliaia di documenti, pagine e pagine di investigazioni che risalivano fino ai suoi primi anni di attività negli anni Sessanta. Non poteva prevedere nemmeno l’avvento di internet, grazie al quale quelle informazioni sarebbero state rese immediatamente disponibili a milioni di persone. Ulisse non poteva prevedere che dagli inizi degli anni 2000, centinaia siti web avrebbero iniziato a condividere documenti, a pubblicare verbali e atti processuali, come, per esempio, da anni fa il sito insufficienzadiprove.org sul caso Mostro.

Ulisse se lo augurava, ma non poteva saperlo, che la sua fama sarebbe diventata mondiale e che il libro che nel 1986 rese celebre un quasi anonimo vignettista del San Francisco Chronicle, Robert Graysmith, sarebbe diventato vent’anni più tardi un film mondiale di successo. Una pellicola diretta dal Golden Globe David Fincher che avrebbe portato migliaia di persone ad appassionarsi ai suoi enigmi e a mettersi sulle sue tracce.

Ulisse, nero, l’americano, Zodiac tutto questo non poteva saperlo. E non poteva prevedere che, ironia della sorte, sarebbe stato un postino a incastrarlo.

Una maschera dietro a una maschera
«Signed your truely: he plunged himself into the billowy wave and an echo arose from the suicides grave: titwillo, titwillo, tiwillo». “Si tuffò nell’onda ondosa e un’eco emerse dalla tomba del suicida” è la citazione di un annegamento tratta dall’opera Mikado di W.S. Gilbert e Arthur Sullivan. Si trova in una lettera che il serial killer noto al mondo come “Zodiac” ha inviato al direttore del San Francisco Chronicle, il 24 gennaio 1974. La citazione del Mikado segue alla dicitura “il sinceramente vostro”. Che cosa avrà voluto dire? Né al Chronicle né al Department of Justice sanno che l’uomo che da sei anni rivendica i propri omicidi via lettera sta per dire addio alle “scene” americane.

Del Killer dello Zodiaco – come è conosciuto in Italia – si può dire tutto tranne che non avesse fatto l’inimmaginabile per diventare famoso. Fra il 1969 e il 1970, l’assassino seriale che aveva rubato firma e logo (una croce celtica) a un orologio (lo Zodiac Sea Wolf), inviò un diluvio di lettere cupe e sarcastiche, terrorizzando gli abitanti della Bay Area di San Francisco con minacce e indovinelli sinistri pubblicati sulle gazzette locali. “This is the Zodiac speaking”, “Questo è Zodiac che vi parla” era il suo incipit preferito. Misspelling ed errori grammaticali facevano parte del suo stile letterario, sarcastico e cupo. «L’ho sempre detto che sono crack-proof» ironizzava il criminale nel 1971, quando nessuno era ancora riuscito a decifrare la sua identità. All’epoca, sosteneva di avere già ucciso 17 persone. Sicuramente aveva attaccato tre coppie di giovani. Cinque erano i morti accertati.

Quando tutto ebbe inizio, il 31 luglio 1969, nessuno dei giornalisti del San Francisco Chronicle, dell’Examiner e del Valleyo Times, aveva voluto credere a quell’assassino che intimava i direttori di dargli la prima pagina. Eppure lui l’aveva scritto: «Per dimostrare che ho ucciso io la coppia di ragazzi al Lake Hermann il 20 dicembre scorso e la ragazza al Golf Club a Vallejo il 4 luglio ecco un elenco di cose che solo io e la polizia sappiamo…». Il killer pretendeva che i quotidiani pubblicassero un suo testo cifrato, altrimenti sarebbe andato «in giro ad ammazzare gente tutte le notti del prossimo weekend». Alla fine, si dimostrò che l’autore delle lettere non mentiva: era veramente l’autore dei due agguati alle coppie di teenager a Vallejo. Nelle tre parti di codice inviate ai tre quotidiani – craccate da due insegnanti, i coniugi Donald e Bettye Harden – il killer spiegava di divertirsi a cacciare essere umani e sosteneva che le proprie vittime sarebbero finite nel suo “paradiso degli schiavi”. Gli ultimi 18 caratteri del testo non furono decifrati.

Per impedire che imitatori cercassero di rubargli la gloria, dall’ottobre 1969, Zodiac iniziò ad allegare le prove dei suoi delitti.

La sfida
L’apice del confronto fra Zodiac e chi gli dava la caccia fu raggiunto l’11 ottobre del 1969, quando in una ricca zona residenziale in pieno centro di San Francisco, dopo avere ucciso con un colpo di pistola alla nuca il tassista Paul Stine, il killer si prese del tempo per tagliare la camicia della vittima e allontanarsi lentamente dalla scena del crimine, in Washington Street. Non passarono nemmeno due minuti. Un uomo con la corporatura robusta, lo stomaco prominente e una faccia sulla quale spiccavano occhiali a montatura spessa – una faccia che, in seguito, fu definita “normale” dai testimoni – venne fermato da una volante della polizia a sirene spiegate.

«Mi scusi, signore – domandò l’agente dell’Sfpd – ha visto una persona dall’apparenza sospetta, armata, correre da qualche parte negli ultimi cinque minuti?». L’uomo rispose senza tentennamenti: «Certo, è andato di là». Accadde quello che di norma si vede nei film: i poliziotti ringraziarono il serial killer per le indicazioni e si lanciarono all’inseguimento di un fantasma. L’uomo “normale” continuò a camminare lentamente, scomparendo nel parco del Presidio, «per non essere più visto».

Quando Zodiac, si tolse la parrucca castano-rossiccia, portava ancora con sé il brandello di camicia insanguinata di Paul Stine, che poi avrebbe inviato al Chronicle. L’aneddoto è Zodiac stesso a riportarlo. La polizia conferma l’episodio. «Avevamo capito che il killer fosse un uomo di colore», si giustificano così gli agenti dell’Sfpd. Da allora è un inseguimento senza fine.

Per guadagnare la prima pagina, Zodiac si spinge ancora più in là, minacciando di far saltare uno scuolabus con una bomba. Poi, attorno al 20 dicembre, telefona a casa dell’avvocato Melvin Belli chiedendo di lui, ma non c’è. «È il mio compleanno – spiega l’assassino alla segretaria di Belli – non posso aspettare». Alza il livello della sfida fino ad invitare i “city pig”, i maiali di città dell’Sfpd a decifrare i 13 simboli con cui era composto il suo nome. Continua a scrivere e a massacrare l’inglese di proposito con i suoi misspelling, le doppie consonanti sbagliate e i suoi giochi di parole: come “cid” al posto di “kid”; “xmas” invece “christmas”; “dificult” invece di “difficult”. Queste le sue uniche “impronte digitali” lasciate sulla corrispondenza, insieme al suo senso dell’umorismo e alla sua perfidia.

Per trovare Zodiac, sono scandagliate le vite di centinaia di persone. Tutte le agenzie del Governo vengono chiamate a collaborare al caso. Di concreto i detective hanno soltanto i suoi identikit e le sue lettere. È molto probabile che Zodiac abbia un passato recente nell’esercito. I suoi ciphers? A parte il primo, non hanno trovato alcuna soluzione. Il killer non ha lasciato tracce o indizi sulle scene del crimine che possano portare alla sua identificazione, a parte un’impronta di scarpone 44.5. A San Francisco e soprattutto sul Lake Berryessa, dove ha agito in pieno giorno, però ci sono le testimonianze oculari. In entrambi gli identikit corrispondono, fatta eccezione per i capelli. A Napa lo descrivevano come una persona robusta, alto circa 1 metro e 80 centimetri, con un grosso stomaco e con i capelli scuri, con una riga sul lato sinistro.

Alla fine, nel 1974, sulle tracce di Zodiac ci sono gli sceriffi di tre contee e gli uffici di polizia di due città, il giornalista del Chronicle Paul Avery, il vignettista Robert Graysmith, i detective Bill Armstrong e Dave Toschi di San Francisco, Mel Nicolai, del Department of Justice. Zodiac ha ottenuto quello che vuole: la fama.

Nel 1971 il killer della Bay Area era già diventato “Scorpio”, in un film dell’ispettore Callaghan, Dirty Harry. Hollywood già lo aveva ad archetipo del serial killer enigmatico. Scaltrezza, intelligenza e sangue freddo facevano in lui da contraltare alla vigliaccheria e alla malvagità dei suoi crimini. Era il “malvagio” perfetto.

Una personalità fitta di aculei velenosi, quella di Zodiac, che aveva mostrato poche sfumature di umanità: la passione per le sfide e per la letteratura, per esempio. Il suo ultimo “killer count” si attesta a 37 vittime rivendicate. Nella primavera del 1974, manda ancora due lettere sarcastiche, firmate come anonimo “cittadino” e “amico”. Ha mezza California alle calcagna. Sparisce. Non è morto. Non è in galera. Non si è pentito. Ha cambiato nazione.

Due killer, una persona sola
Quando la mattina del 15 settembre 1974, alle Fontanine di Rabatta, una piazzola a migliaia di chilometri di distanza dalla west coast americana, i carabinieri si trovano di fronte ai corpi di Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore, nessuno sa ancora che l’autore del delitto è un serial killer. I fori della calibro 22 che l’uomo ha usato per esplodere i colpi sui teenager sono così piccoli da far pensare a un punteruolo. La ragazza, sopravvissuta ai proiettili, è stata uccisa con quattro coltellate. Il suo corpo, poi, è stato martoriato novanta volte con la punta della lama. La violenza usata nei suoi confronti è tale da far pensare in un primo momento a un delitto passionale. Poi però si scopre che, di quelle coltellate, la maggior parte sono superficiali. Non è ira. È in uno stato di psicosi acuta che il killer, dopo avere ucciso Stefania, l’ha spogliata, ha trafitto più volte il suo corpo con la lama e lo ha lasciato nudo sul prato, con le gambe divaricate e un tralcio di vite nella vagina. Il maniaco ha ripiegato i suoi vestiti, come se fossero gli abiti ritirati in lavanderia quel giorno dalla coppia, e li ha lasciati a qualche metro di distanza dal corpo di Stefania.

Quel killer sette anni più tardi diventerà il “Mostro di Firenze”.
«I spray them like it was a water hose». “Li ho innaffiati come se impugnassi il manicotto di una canna” scriveva Zodiac il 4 agosto 1969 al San Francisco Chronicle. Anche il Mostro spara alle vittime senza prendere di mira parti precise del corpo, ma “qui e là”, come se le volesse “innaffiare”. Se le cose andarono come gli inquirenti hanno ricostruito, il serial killer italiano avrebbe avuto anche l’occasione, nel 1985, di dimostrare che non sparava “a caso” ma che “voleva” sparare in quel modo. Centrò infatti al buio e da vari metri di distanza Jean-Michel Kraveichvili, la giovane vittima francese, mentre stava scappando.

Il metodo di sparo è una delle tante firme dei due serial killer. Non l’unica. Aprendo il libro Zodiac di Robert Graysmith, nelle pagine finali dedicate al modus operandi del killer californiano, si può verificare quanto sia difficile distinguere il suo modus operandi da quello del killer italiano. Si legge infatti – in inglese, perché il libro non è mai stato tradotto in italiano – che l’assassino seriale americano uccideva preferibilmente coppie appartate, nei weekend o nei giorni festivi, prima di mezzanotte, nelle sere di novilunio, con pistole di piccolo calibro. Nel kit aveva un coltello e una torcia. Il Mostro che fa? Usa un kit identico a quello di Zodiac e fa le stesse cose, prende di mira le stesse vittime, allo stesso modo. L’unica eccezione (le mutilazioni) non è tale, si scoprirà.

Alle Fontanine nel Mugello, così come a Lake Berryessa e a Riverside in California, anche le ferite d’arma bianca raccontano la stessa storia: i due killer hanno inflitto sulle vittime femminili numerose ferite d’arma bianca di pochi centimetri di profondità. Le tre perizie – che sinora non sono mai stata comparate – su Chery Jo Bates, Cecilia Ann Sheppard e Stefania Pettini parlano tutte di numerosi tagli “superficiali”. Molte delle ferite sulle vittime americane hanno una profondità di non più di uno o due centimetri. Riguardo alla Pettini, De Fazio si spinge a paragonare le decine di coltellate superficiali inflitte dall’assassino come a un tentativo di «saggiare la resistenza della carne».

Dal 1981 il Mostro inizierà a mutilare il corpo delle ragazze. Non è vero che Zodiac non ha mai mutilato una vittima. È vero semmai che il Mostro abbia portato a compimento la minaccia che fece Zodiac, a Riverside, in una lettera del 29 novembre 1966 inviata al giornale locale e al capo della Polizia: «Mutilerò le parti femminili delle vittime e le mostrerò affinché tutta la città le veda», scrisse. 
Infine Zodiac e il Mostro prediligono usare nei propri delitti scarponi militari. Niente di che, ma quando si scopre che la taglia delle impronte degli scarponi Wing Walker repertate sul Lake Beryessa, il 27 settembre 1969, e quella degli anonimi scarponi tecnici trovata a Calenzano, in Italia, dodici anni più tardi è la stessa (44.5), si va ben oltre le analogie. 
Forse però nessuno avrebbe mai sospettato che il Mostro fosse qualcosa di più di un perfetto imitatore di un serial killer americano, se “Ulisse” fosse riuscito a resistere alla tentazione di comunicare a tutti che il Mostro è davvero lui, Zodiac.


La teoria dell’acqua
Fu una delle prime stranezza che gli investigatori notarono nei delitti e nelle missive di Zodiac. Nel libro di Graysmith viene citata come la “teoria dell’acqua”. L’ex vignettista del Chronicle osserva che il serial killer è ossessionato dall’acqua. Per esempio, uccide sempre nei pressi di luoghi che la richiamano: Lake Herman Road, Lake Berryessa, Lake Tahoe, Riverside.
Graysmith non si spinge oltre, ma analizzando le lettere si scopre che in tutte c’è un importante riferimento all’acqua: che sia il Natale (in realtà, la data del 20 dicembre) che lui chiama “mass”, “diluvio”; che sia il nome dell’orologio con cui si fa chiamare, lo “Zodiac – sea wolf” (lupo di mare); che sia la sua bravura di enigmista («l’ho sempre detto che sono “crack-proof”» dice facendo un gioco di parole con la dicitura “water-proof” presente sugli orologi); che sia il sarcasmo riguardo alla propria insanità mentale («aiutami Melvin, sto annegando»); che sia la pioggia che gli ha rovinato i piani per la bomba allo scuolabus; che sia il bicchiere d’acqua che negherà ai suoi schiavi nell’aldilà; che siano i nemici poliziotti soprannominati come i cattivi del film “Yellow submarine” dei Beatles, i “blue meanies”; che sia il suo metodo di sparo («innaffiare»); che sia – come a dire “ci siete arrivati, la teoria dell’acqua è esatta” – la firma finale, l’annegamento del Mikado con cui conclude la sua corrispondenza ufficiale con il Chronicle: «Titwillo, titwillo, titwillo».

Il fatto che nel 1974 l’uomo soprannominato Ulisse – fonte d’ispirazione di tutti i lupi di mare – da poco arrivato dagli Stati Uniti abbia compiuto un duplice delitto in una lovers’ lane vicino al fiume Sieve, in una località chiamata Le Fontanine, è indicativo. Se poi si aggiunge che l’enigmatico termine “nero” usato da Vanni, nella lingua di Ulisse, il greco, significa proprio “acqua”, si ha di fronte quella che è inequivocabilmente l’impronta digitale di Zodiac.

La firma di Zodiac
Con mezza California alle calcagna, l’ultima cosa che Ulisse poteva avere in mente di fare a Firenze, nel 1975, era sbandierare il fatto che fosse appena arrivato un serial killer dall’America. La firma l’aveva lasciata, nel 1974. Smettere di rivendicare i propri delitti per qualche tempo era soltanto un segno di accortezza, non di salute mentale. Dieci anni più tardi decise che il duplice delitto del 1985 fosse l’ultimo, per la stessa ragione. Negli Stati Uniti era appena uscito il libro di Graysmith che aveva portato le sue “gesta” degli anni ’60 a rinnovata fama. Nel 1986, Ulisse sapeva che gli investigatori italiani avevano chiesto la consulenza dell’Fbi. Era fin troppo famoso. Se a qualcuno fosse saltato in mente di mettere insieme i due casi – come alla fine è successo – per lui sarebbe stato un guaio.

Forse Ulisse si fermò e smise di uccidere. O forse smise di farsi riconoscere. Sicuramente continuò a giocare con i suoi “nemici”, così come aveva fatto nella sua unica lettera ufficiale, quella del 9 settembre 1985, indirizzata all’allora sostituto procuratore Silvia Della Monica.

L’8 settembre 1985, Ulisse si era sentito costretto a mandare una lettera “ufficiale” anche in Italia. Sebbene sia l’unica missiva attribuita al Mostro, è palese che la mano sia quella di Zodiac. A conti fatti, è chiaro che quello era proprio l’obiettivo che si prefiggeva l’autore della missiva: lasciare una prova di sé sotto gli occhi di tutti, questa era la sua sfida. Ciò che sull’unica lettera attribuita al serial killer “italiano” avrebbero trovato gli scienziati dell’Università di Modena, il Behavorial Science Unit dell’Fbi, il Max Plank Institut, l’Istituto di criminologia di Friburgo, interrogati dalla Procura di Firenze, se avessero avuto il tempo di studiare a fondo il libro di Graysmith, sarebbe stato il sarcasmo inconfondibile del serial killer “californiano”.

Sulla busta si trovano soltanto il francobollo (Castello di Serravalle, 1980), il nome del destinatario e l’indirizzo. Sono tre righe composte da ritagli di lettere maiuscole di un settimanale. Il testo recita: “Dr. Della Monica Silvia, Procura della Repub-lica…”. All’interno del plico vi è un frammento di tessuto sottocutaneo di Nadine Mauriot. In quelle tre righe e in quel lembo di carne di 1 centimetro quadrato, ci sono tutte le caratteristiche principali della corrispondenza di Zodiac: un errore in una doppia consonante, un trattino a capo e una prova del crimine allegata. Anzi, quattro. Perché nella lettera all’avvocato Melvin Belli del 20 dicembre 1969 c’è anche il titolo di “Mr”, che manca a tutte quelle spedite alla polizia e alla stampa. Se l’impronta digitale di Zodiac è l’acqua, e la sua firma è il modus operandi, questo è il suo stile letterario: inimitabile.

“A cid can’t shot back” scriveva Zodiac il 20 aprile 1970. “Un cid non può spararmi”. Forse il killer intendeva dire “kid”, bambino. O forse proprio “cid”, cioè “agente del Criminal investigation detachment”, appartenente al 5th battaglione della Military Police, un unità investigativa speciale dell’esercito americano che fino al 9 giugno 1969 aveva sede a Camp Darby (Tirrenia). La seconda soluzione potrebbe suggerire che Ulisse fosse proprio un “cid”, cioè «una persona interinale rispetto al meccanismo poliziesco e dunque sempre perfettamente a conoscenza di tutto quel che si muoveva in quell’ambiente», come ha sempre sostenuto l’avvocato Filastò.

Se fosse vera, la teoria dell’“uomo in divisa” con una doppia personalità giustificherebbe, in parte, come Ulisse sia stato in grado di raggirare per mezzo secolo due intere nazioni. Da solo è riuscito a beffare gli sceriffi di mezza California, i carabinieri, la polizia, la Procura di Firenze, i servizi segreti, la Cia, l’Nsa, l’Fbi, e – naturalmente – i suoi colleghi di lavoro e la sua famiglia. Gioverebbe però a questo punto che qualcuno dei suoi “compaesani” lo prendesse per mano e gli chiedesse di ammettere che la “partita” è finita: lo aveva promesso.

(3. Fine)

Foto Ansa

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