Siria, tre anni di guerra. Le trappiste italiane: «La nostra primavera inizia adesso. Come duemila anni fa»

A tre anni dall’inizio del conflitto in Siria, un editoriale delle quattro religiose su Avvenire: «Una speranza concreta c’è. Le tante persone che cominciano a dire basta, a perdonare, a lavorare insieme»

Oggi, 15 marzo 2014, la guerra civile che ha devastato la Siria compie tre anni. E dopo 140 mila vittime di cui 80 mila civili e 9 milioni di sfollati, non accenna a fermarsi. O forse sì. In un bell’editoriale pubblicato da Avvenire, le quattro suore trappiste italiane che vivono nel paese in un monastero vicino al confine con il Libano, parlano di «speranza».

UN’OPPORTUNITÀ DI VITA. «Il cammino del popolo siriano verso la pace è ancora lungo», scrivono le religiose. «Eppure, la stessa durata di questo conflitto, per assurdo che possa sembrare, sta diventando un’opportunità di vita». È vero che anche adesso, «in questo momento, c’è anche chi continua a uccidere, con crudeltà. C’è chi ruba, incurante del fatto che accanto a lui c’è il cadavere di un amico che magari avrebbe potuto salvare. Episodi atroci. Uomini e donne che si odiano, e provano il piacere della vendetta e della violenza. Ma ci sono tanti – tanti – che aprono gli occhi, che ricostruiscono insieme, che scelgono il bene, la vita, il perdono». Le suore riportano un episodio avvenuto «qualche giorno fa»: «Dopo la ripresa dei voli di civili tra l’aeroporto di Damasco e quello di Aleppo, uno dei piloti, intervistato, diceva: “Vorrei dire a tutti i terroristi, a tutti coloro che usano la violenza, che la cultura della vita è più forte della cultura della morte”».

DOV’È FINITA GINEVRA 2? Una battuta che – insieme ai tentativi concreti di riconciliazione in atto (alcun dei quali raccontati in questo reportage da Rodolfo Casadei) – testimonia secondo le trappiste italiane «il desiderio sincero, da parte della “gente” (o almeno di alcuni), di libertà, di verità, di uguaglianza, di bellezza».
Le quattro donne non risparmiano comunque un giudizio severo sulla comunità internazionale, che dopo l’infatuazione per la “primavera” democratica della Siria, delusa dalle clamorose contraddizioni del conflitto in atto, ha cambiato argomento: «Chi tiene i fili – osservano – non solo manipola, ma prevede, suscita, strumentalizza le nostre pur vere passioni, i nostri ideali sinceri e le nostre reazioni. Siria? Forse anche Iraq, Libia, e Africa e ora Ucraina… e forse anche Venezuela… e cos’altro? Dov’è finita Ginevra 2? Non se ne parla più. L’affare è stato spostato…».

LA “RETE” E LA STORIA VERA. «La “rete globale”», continuano le suore, «fa correre solo in orizzontale, schiacciandoci sulla superficie della Terra», è «uno strumento potente per influenzare il nostro giudizio, la nostra libertà». Perciò, si legge nell’editoriale, forse solo ora che l’attenzione della “rete” si è spostata altrove, «finalmente i nostri giudizi sono un po’ più consapevoli, un po’ più cauti. E se mai in tutto questo c’è una primavera, allora è adesso: dopo tanta morte, la vita urge, preme, e tanti siriani cominciano a dire ” basta”. Non così vogliamo fiorire: non nutrendoci del sangue dei nostri fratelli. Non così vogliamo essere liberi: non calpestando i corpi di chi ieri ci viveva accanto». Adesso è chiaro qual è la primavera che «possiamo davvero vivere con verità», raccontano le trappiste: «C’è un’altra storia, una Storia vera… Che si rinnova ogni anno da duemila anni, potente, salvifica. Sempre di primavera. Anche duemila anni fa le giornate si stavano allungando, il sole si faceva più caldo, i campi più verdi. Si preparavano giorni di festa. E un Uomo si lasciava tradire, consegnare, uccidere, per la salvezza di molti». È una speranza che «è qualcosa di reale , di concreto… I pascoli in cui nutrirsi sono già qui, fuori casa: è il fratello, diverso da te, da riscegliere, da perdonare, con cui lavorare insieme».