Ramsey? Ozil? No. L’arma segreta dell’Arsenal è Giroud, l’assist-man

Champions League, il successo dell’Arsenal a Dortmund è l’ennesimo corollario che dimostra tutta la maturità della squadra di Wenger, fermentata al meglio in questi mesi di primato in Premier. I Gunners ora giocano da grande squadra, e possono permettersi di andare sul campo dei vice-campioni d’Europa e imbrigliare gli avversari con un tatticismo ordinato e guardingo, colpendo di rimessa sulla prima vera occasione avuta. Oggi le prime pagine sono tutte per l’incontenibile vena prolifica di Aaron Ramsey, la cui celebrità in un anno è schizzata dalla macabra nomea di “ammazza vip” (da Steve Jobs a Withney Houston, da Bin Laden a Gheddafi, quando il gallese segnava, immancabilmente un personaggio famoso della terra se ne andava) alla fama di uno dei migliori centrocampisti in circolazione.

LA RINASCITA DI GIROUD. Ok, l’exploit di Ramsey è sotto gli occhi di tutti, tanto quanto l’esaltante incoronazione che in maglia biancorossa ha ricevuto Mesut Ozil, sempre più leader del centrocampo. Ma ciò che più stupisce di questa Arsenal è vedere la trasformazione in cui è incorso Olivier Giroud, in pochi mesi passato da presunto paracarro a punta sempre più al centro dell’azione. Anche il Telegraph oggi esalta il francese, autore dell’assist decisivo per Ramsey, a coronare tanto la bella azione del reparto offensivo quanto il bel periodo dei Gunners, da cui lui sta traendo il massimo giovamento. Pochi mesi fa, quando le bombe di mercato estivo davano in arrivo all’Emirates una volta Jovetic, un’altra Suarez, poi Higuain o Rooney, nessuno si immaginava che alla fine sarebbe Giroud sarebbe rimasto a guidare l’attacco, dopo un annata incolore come quella chiusa a giugno.

DOVEVA SOSTITUIRE VAN PERSIE. D’altronde al francese spettava il compito più difficile, sostituire i quasi 100 gol di Van Persie e inserirsi in una tradizione di attaccanti che hanno scritto la storia recente dell’Arsenal, di fronte ai quali tremerebbero le gambe a chiunque: Bergkamp, Henry… Dodici mesi fa più di un tifoso dubitava che Giroud fosse all’altezza di quel compito. Ma a giocare senza fiducia il ragazzo si era già trovato: aveva 21 anni, dal Grenoble fu girato in prestito all’Istres, ai confini del professionismo calcistico francese, spinto dalle perplessità di Mehmed Bazdarevic, l’allenatore che a chi gli chiedeva se Olivier era adatto al calcio d’alto livello rispondeva alzando le sopracciglia. Di lì a poco però Giroud avrebbe acquistato il biglietto per le montagne russe: prima il ritorno al Tours, poi lo scudetto vinto con il Montpellier, e infine la chiamata all’Arsenal (e mentre lui adesso si gioca la Champions, Badzdarevic è finito ad allenare in Qatar).

BRAVO WENGER. La trasformazione di Giroud è un altro successo di Wenger, paziente nell’aspettarlo e bravo a inserirlo in nuovi schemi. La parabola dell’attaccante franscese insegna al calcio una cosa: non per forza il successo del lavoro di una punta è fare gol. Nell’Arsenal di quest’anno infatti ci sono giocatori che segnano più del transalpino, che però ora è più valorizzato come parte dell’azione e non come terminale: spesso si trova a giocare spalle alla porta facendo da perno al reparto offensivo. L’incensatura di questo suo nuovo ruolo è stata la rete poetica che, sempre lui, Ramsey ha segnato due settimane fa contro il Norwich: 6 tocchi di prima in 5 secondi, con l’assist decisivo proprio di Giroud. Che ieri ne ha piazzato un altro, ancora più importante.

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