«Quante donne a Casa Betlemme hanno scoperto la libertà di non abortire»

Flora Gualdani, l’ostetrica fondatrice di Casa Betlemme che l’anno scorso ha vinto il premio internazionale Cultura cattolica, racconta la sua opera: «Non ho tenuto il conto di tutti i bambini salvati»

Gualdani

Pubblichiamo la testimonianza che Flora Gualdani ha tenuto presso la parrocchia di Sant’Agnese in Pescaiola, Arezzo, il 31 gennaio 2020. I lettori di Tempi conoscono bene Gualdani, che l’anno scorso è stato insignita con il 37° Premio Internazionale Medaglia d’oro al merito della Cultura Cattolica. L’opera dell’ostetrica, che ha fondato nel 1964 “Casa Betlemme”, una realtà di accoglienza delle gestanti in difficoltà, è stata raccontata in questo articolo.

Buon pomeriggio a tutti, ringrazio di cuore gli organizzatori per questa bella iniziativa, il parroco don Severino con tutti gli amici e le autorità che sono presenti, i collaboratori e voi che siete venuti ad ascoltare. Come sapete non amo i riflettori ma una delle cose che ho imparato nella vita è l’obbedienza agli eventi, cioè accettare serenamente tanto le mitragliate quanto gli apprezzamenti.

Mi avete invitato con affetto a raccontare la storia della mia vita cioè dell’opera Casa Betlemme. Nella prima parte vi dirò da dove viene questa opera e dove va, mentre nella seconda parte vi spiego quale è lo stile che ho scelto, quali sono oggi le nostre attività e gli ultimi sviluppi.

Userò molte immagini e vi racconterò non soltanto i passaggi del mio cammino ma anche la sintesi del mio pensiero: nell’esperienza ho maturato alcuni concetti fondamentali a cui tengo molto, cerco di trasmetterli ai miei collaboratori e stasera li voglio condividere anche con voi. Perché ho 82 anni, mi avvicino al momento in cui dovrò discutere “la tesi finale” davanti al Padre Eterno. Perciò vi chiedo la pazienza se vi ruberò dieci minuti in più.

Usando un termine oggi di moda, qualcuno definirebbe Casa Betlemme un “ospedale da campo” sulla maternità, nato ai tempi del Concilio Vaticano II. È un’opera che ha le sue radici e ha la sua missione. Le radici sono fondamentali. Casa Betlemme è nata dalla mia professione ostetrica, perché ho lavorato 40 anni nella sanità. Qui davanti a me forse tra voi c’è gente che ho fatto nascere. Tra gli anni in ospedale, i parti a domicilio nelle campagne, quelli nelle cliniche e i periodi come volontaria all’estero, credo di aver fatto nascere complessivamente almeno cinquemila bambini. E vi dico un particolare della mia stupenda professione: ogni volta che ho aiutato una mamma a partorire, mentre prendevo tra le mani quel bambino appena venuto alla luce, l’ho segretamente affidato al Signore e ai Suoi imperscrutabili piani. Mi viene da sorridere pensando che, tra quelle migliaia di neonati, adesso qualcuno di loro me lo ritrovo a fianco come collaboratore, qualcun altro di fronte come oppositore.

Le mie radici vengono anche dal coraggio e dalla forza di due famiglie salde. Oggi qualcuno le definirebbe “famiglie tradizionali”, sorpassate. In realtà sono state due famiglie per me esemplari, che mi aiutarono ad avviare quest’opera un pò folle. Una era la mia famiglia, dove ho respirato la fede a contatto con la saggezza della natura. I genitori contadini mi hanno educato al valore del sacrificio, testimoniandomi la fedeltà del loro amore. Sono stati capaci di volersi bene tutta la vita. In morte, mio padre disse alla mia mamma: «Angiolina io parto. Ma ti aspetto lassù!». Insieme per sempre.

Il mio babbo, nella prima Guerra mondiale, dopo la disfatta di Caporetto fu deportato in un lager austro ungarico. Sopravvisse a quei tre anni di prigionia soltanto grazie ad un sogno che lo reggeva in piedi: avere un giorno una famiglia, e una bambina con gli occhi neri come i suoi. Quella bambina sono io. In mezzo alla fame e agli stenti, la forza di questo sogno gli dette la motivazione per non abbandonarsi alla morte, come invece facevano altri prigionieri.

Tornato a casa, c’era la povertà e lui voleva fare il contadino ma da uomo libero. Così emigrò, analfabeta autodidatta, dieci anni in America per riuscire poi a comprarsi due ettari di terra qui ad Indicatore, da coltivare in libertà. Alla fine della seconda Guerra Mondiale, poiché lui conosceva bene l’inglese e poteva fare da interprete, gli alleati offrirono a questo contadino ricche prospettive di lavoro a Firenze. Ma lui preferì rimanere insieme alla sua famiglia, che aveva sognato, in quel fazzoletto di campagna. Diceva sempre: «la famiglia al primo posto, non la malattia dei soldi!». In paese lo chiamavano “il filosofo cristiano”. E il professore che lo ebbe in cura durante il calvario della malattia, si rammaricava di non aver potuto conoscere prima un uomo così saggio, che trasmetteva pace.

L’altra famiglia speciale, cui accennavo, è quella di Lucia. La sua storia eroica ha dato il via a Casa Betlemme. Era il 1964 e, mentre a Roma c’era il Concilio, io mi trovavo nel mio primo viaggio in Terra Santa nella grotta di Betlemme, dove mi aveva appena folgorato una forte intuizione: avevo capito che un giorno la procreatica sarebbe diventata questione epocale e drammatica. E che il terzo millennio dovrà tornare a genuflettersi davanti al Creatore.

Rientrata in Italia trovai in reparto questa giovane gestante 24enne, sposata e povera. Era malata gravemente di cancro ma non intendeva abortire, nemmeno davanti al consulto dei tre specialisti. Le rimasi accanto, la bambina nacque, era sana e aveva due bellissimi occhi azzurri. Me la portai a casa, fu il mio primo amore. La tenni con me finché quella madre coraggiosa, lentamente, guarì. E oggi con suo marito fa la nonna. Perché Dio è regale, restituisce vita per vita: a chi ha messo il rispetto della vita al primo posto.

Sul momento pensai che la cosa sarebbe finita lì, invece Dio aveva un progetto. Quel bambino accolto diventò il primo di una lunga serie. Il Signore, che è un Padre buono, i Suoi progetti te li fa capire piano piano: perché sa che altrimenti ti spaventeresti e scapperesti via.

Potrei stare ore a raccontarvi tante storie dei bambini che sono passati dalla mia capanna di Betlemme. Alcuni venivano dall’abbandono, dalla violenza, dalle peggiori tragedie delle periferie esistenziali. Il Tribunale per i minorenni di Firenze cominciò a conoscermi e mi mandava altri bambini. Lo facevo gratis. Una volta il presidente del tribunale mi chiese: “perché lei fa tutto questo?”. La mia risposta lo colpì: “signor giudice, lo faccio perché mi sono sentita tanto amata dai miei genitori! E non capisco come possa crescere bene un bambino se non è amato”.

Vi racconto soltanto un episodio. Siamo all’inizio degli anni ’70. Una donna muore tragicamente durante il parto cesareo, il marito era povero e aveva a casa altri tre bambini. Così quella neonata, orfana nel bisogno, me la portai a casa. Doveva rimanere con me per breve tempo, invece la mia cara Boba è rimasta circa trent’anni, finché non si è sposata. Oggi io faccio da nonna a sua figlia. Un giorno, mentre avevo quella bambina orfana con me, la lasciai con i miei, presi l’aereo e feci uno dei miei vari viaggi a Betlemme, a chiarirmi le idee con il “padrone di casa” (il Piccoletto). Quella volta però dentro la Grotta non riuscivo più ad alzarmi dal dolore, dovetti trascinarmi fuori dalla grotta e mi resi conto che avevo una peritonite in atto. Mi ospitò qualche giorno una vecchietta poverissima di nome Afif. La febbre era molto alta ed ero seriamente preoccupata di lasciarci le penne. Non mi fidavo di farmi operare in un ospedale palestinese e non mi piaceva affatto l’idea di essere seppellita sotto un mucchio di pietre, alla maniera di laggiù.

Quella volta fui molto severa con Gesù e in preda alla febbre alta gli dissi: «Tu non ti sei mai privato della tua mamma: l’hai voluta con te anche per morire! E a questa bambina, dopo che gli hai tolto la sua mamma una prima volta, ora le vorresti togliere anche me?». «Non ti chiedo la vita per me: fallo per lei!». La povera Afif aveva soltanto un orcio con dell’olio di oliva e ogni tanto me ne metteva qualche goccia sulle labbra che riuscì un po’ ad aiutarmi davanti al blocco intestinale. Alla fine riuscii ad arrivare in aeroporto e ad imbarcarmi, mascherando le mie condizioni sanitarie. Tornata a casa fui operata e rimasi quaranta giorni in ospedale. Per le trasfusioni vennero a donarmi il loro sangue anche i sacerdoti della mia parrocchia: don Pietro da Pratantico e don Remo da Indicatore.

Sempre negli anni ‘70, con l’arrivo della legge 194 iniziarono a bussare alla mia porta le cosiddette “ragazze madri”, da ogni parte d’Italia e poi del mondo. Ad un certo punto, la casa diventò stretta e io chiesi al mio babbo la mia parte di eredità e usai quell’ettaro di terra per costruirci, con tanti sacrifici, alcune casette dove ospitare le maternità difficili: un mini-villaggio della solidarietà. Qui ho accolto decine di storie di sofferenza. Storie indicibili di umana catarsi, dove ho visto rifiorire l’impensabile grazie a quella faticosa maternità. Alcune centinaia i bambini tolti dalla pena d’aborto, e altrettante le donne che qui hanno scoperto la libertà di non abortire. E così, recuperata la loro dignità, sono tornate autonome in società. La maternità è stata la loro “terapia” adeguata. L’unica.

Non ho tenuto i conti, non avevo tempo e sono allergica alla burocrazia. L’unica cifra di cui sono sicura è che nessuna donna è mai tornata pentita di aver accolto la vita. Neppure la undicenne incinta di incesto, la prostituta o la donna vittima di violenza. Cioè i cosiddetti “casi limite”.

Erano donne di ogni religione. Una volta si presentò a Natale una coppia musulmana con il bambino in braccio. Erano stati accolti qui a Casa Betlemme nel periodo difficile della gravidanza: per ringraziare mi vollero regalare, pur essendo poveri, un piccolo crocifisso d’oro come segno del rispetto che avevano sperimentato. Mi dissero: «sappiamo che questo giorno [Natale] e questo simbolo [Crocifisso] per te sono importanti». Rimasi colpita, anzi stordita. Quell’episodio mi fece capire che la maternità è la religione sopra le religioni e le unisce tutte, perché è la religione dell’amore uguale per tutti: l’amore materno, che tutti ci ha generati. E’ la maternità il vero ecumensimo!

In questo ospedale da campo mi sono specializzata nel prendermi cura, con premura, non soltanto delle maternità più difficili ma anche delle maternità negate. Di quelle donne cioè ferite dal tormento dell’aborto che me le sono viste tornare magari a distanza di decenni con i capelli bianchi. Le aiuto usando il balsamo della misericordia (che riscatta, dà speranza e libertà) e con lo sguardo della trascendenza. Dico loro: «il tuo bambino vive, lassù…». E’ un lungo cammino di accompagnamento, tra spiritualità e psicologia, che porta frutti meravigliosi. Uso una mia ricetta personale che ho condensato in uno scritto intitolato “Lettera a una donna ferita”. Me lo ha pubblicato Costanza Miriano nel suo blog e in fondo alla sala ne trovate qualche copia.

Nel frattempo, continuando a lavorare in ospedale, usavo le mie ferie (e qualche periodo di aspettativa) per girare il mondo. Volevo conoscere e servire la vita nascente negli angoli più poveri della terra e ai bordi delle strade, in un personale “servizio alla maternità senza frontiere”. Vedevo al telegiornale un disastro umanitario e partivo. Partivo da sola per andare in mezzo alle guerre o ai terremoti.

Sono uscita cioè da quell’ettaro di campo per andare in quelle che oggi chiamiamo “le periferie esistenziali”: India, Bangladesh, Africa, Messico, l’Irpinia terremotata, la Bosnia dello stupro etnico. Ho fatto dei servizi sanitari come volontaria cercando di amare Gesù nei bambini e nelle donne. Anche dentro l’inferno della Cambogia, in mezzo a mille donne gestanti, fuggite dalla foresta, che aiutavo a partorire scheletrini. Lì, dove mancava tutto, ho visto un vecchio prete parigino passare le giornate sotto il sole, a lavare gli stracci pieni di feci e di insetti dei profughi che non si reggevano in piedi. E con lui c’era un medico ateo a curare lebbra, malaria, tubercolosi e ferite da guerra. Eravamo uniti nel servizio all’uomo, in un grande amore alla vita. Questa è stata la mia esperienza di “Chiesa in uscita”.

Ma facevo quei viaggi anche per fare confronti, volevo osservare e studiare come viene trattata la maternità in altre culture e contesti geografici. Anche nei paesi ricchi: Stati Uniti, Svezia, Inghilterra. Andavo nelle missioni ma anche dentro le cliniche universitarie: per esempio all’ospedale di Pechino nel 1979, quando ancora le frontiere erano chiuse mi presentai dal primario ginecologo che era una donna e aveva studiato a Parigi: mi spiegava in francese che la ventosa loro l’avevano già messa in bacheca, mentre da noi andava di gran moda. Su questo particolare ostetrico, ho notato che i cinesi sono più rispettosi delle leggi di natura e meno frettolosi, con maggioro benefici.

Tra gli anni ’60 e ‘70 pensai che, per rispondere meglio a quelle catastrofi umanitarie in cui m’immergevo, nonostante fossi ostetrica avevo bisogno di altre quattro cose: conoscere una lingua, diventare ginecologa, possedere un ambulatorio con le ruote (cioè un’ambulanza) e saper pilotare un elicottero. Così, con quella dose d’incoscienza e spirito di avventura che mi hanno sempre aiutato, presi un diploma da interprete, riuscii a frequentare per 4 anni la facoltà di medicina e acquistai i primi strumenti per attrezzare l’ambulanza. Nel frattempo superai i test per il brevetto da elicotterista. Quando mi presentai a Roma ero l’unica donna e il capitano mi chiese: “scusi, ma lei vuole il brevetto perché ha il fidanzato in aviazione?”. Gli risposi: “no, signor capitano, ho girato il mondo ma il fidanzato non l’ho trovato qui sulla terra, vedo se riesco a trovarlo in cielo!”. Ad un certo punto però dovetti fare delle scelte. Ogni esercitazione di volo mi portava via mezzo stipendio.

Casa Betlemme è nata per rispondere ad un’emergenza storica, cioè amare ed accogliere la vita nascente in una società che si è chiusa alla vita, rifiuta i bambini e li scarta quando non sono di gradimento o non sono programmati. In questo cammino personale, ho cercato di rimanere attenta ai segni dei tempi. All’inizio degli anni ’80 compresi che la povertà che si stava affacciando da noi in Italia era quella culturale. Il vescovo di Bangkok voleva che rimanessi e aprissi una casa là. Ma io sentivo che la mia missione era qua nel nostro occidente gaudente e disperato. Vedevo crescere l’emergenza educativa, il degrado morale nelle corsie e nelle sacrestie. Così, a fianco dell’accoglienza, decisi di aprire un altro reparto: quello della formazione. Volevo dare una risposta completa perché la Chiesa è chiamata alle opere di misericordia corporale e a quelle di misericordia spirituale, tra cui c’è “istruire gli ignoranti”. Nella mia lunga esperienza ho incontrato infatti tanta disinformazione anche tra le coppie cattoliche, tra i sacerdoti e gli intellettuali (e purtroppo anche tra certi nostri pastori), su cosa realmente propone la Chiesa in materia di “procreazione responsabile” e “fecondazione assistita” (o per meglio dire “artificiale”).

Ho toccato con mano i danni gravi di tutta questa ignoranza. E questo mi ha spinto ad abbandonare in anticipo la mia amata professione ospedaliera all’inizio degli anni ’90. Avevo davanti due poveri: la sanità e la Chiesa. Scelsi quello che vedevo messo peggio e così mi sono dedicata anima e corpo ad aiutare la pastorale della Chiesa in questo campo, che non è un capitoletto opzionale ma è un tema fondamentale. Sono anni che dico: se sopra la disinformazione ci seminiamo la confusione, alla fine raccoglieremo devastazione. Stasera non c’è tempo di approfondire ma vi spiego la sintesi del mio pensiero. L’ambulatorio ostetrico è un confessionale speciale più frequentato di quello dei sacerdoti, e dopo mezzo secolo mi sono fatta alcune convinzioni profonde, e sono queste.

Primo concetto. Su questo capitolo delicato del magistero si incontrano due derive che portano la gente fuori strada, fuori della via maestra: il relativismo e l’angelismo. Il relativismo è quella corrente che oggi va molto di moda e dice “credo in Dio ma la morale a modo mio!”. L’uomo moderno si è illuso di correggere ciò che Dio ha già creato in modo perfetto. Si è dimenticato che il Creatore, nella sua sapienza, ci ha fatti bene anche dalla cintola in giù. Si è dimenticato che è sacra la vita ma è sacro anche il gesto che la consente. Per contrastare questa deriva io insegno quindi la sacralità della fisiologia femminile, in una visione creaturale. E’ cosa ben diversa da chi vorrebbe divinizzare la natura come “madre terra”. Noi vogliamo portare la gente a ritrovare meraviglia e rispetto per le leggi che il Creatore ha impresso nella natura, fatte di armonia e bellezza, per amore.

L’altra deriva è l’angelismo, e anche questa fa grossi danni. Sia agli sposi che ai consacrati spiego che Dio non ci ha fatto con le ali ma con i genitali. Capita di incontrare persone che tornano da pellegrinaggi con grande entusiasmo spirituale ma non incarnano la loro conversione dalla cintola in giù, nelle scelte della vita morale. Magari continuano a portare la spirale o ad assumere la pillola: per ignoranza, perché non sanno nemmeno della microabortività che in percentuale più o meno elevata sta sia nella spirale che in qualunque pillola contraccettiva.

Oppure si incontrano gruppi dove usare la ragione è considerato un peccato di egoismo. Dimenticando che la ragione è un dono grande che Dio ci ha fatto e quindi abbiamo il dovere di usarlo. Non è corretto rifiutarsi di usare la ragione dicendo «tanto ci pensa Dio, lasciamo fare a Lui! Andiamo a ruota libera…». E’ troppo comodo ed è un modo di sfidare Dio. Vi ricordo che la Madonna stessa, prima di diventare madre, ha usato l’intelligenza: davanti all’annuncio dell’angelo lei ragionò e pose domande. Ottenute le spiegazioni, fece il balzo della fede. L’enciclica Humanae vitae si conclude spiegando che – se vogliamo essere veramente felici – dobbiamo rispettare le leggi della trasmissione della vita, inscritte nella nostra natura, usando non solo l’amore ma anche l’intelligenza. Stasera non ho tempo ma un’altra volta se volete vi posso fare la mia catechesi sulla grandezza della maternità di Maria, cioè sulla Salvezza che è iniziata con l’Incarnazione del Verbo nell’utero della Madonna, con il suo fiat che fu un meraviglioso “consenso informato”.

Viceversa, agli sposi ricordo che anche l’utilizzo dei metodi naturali non è di per sé una garanzia di santità coniugale (se usati come sistema di chiusura immotivata alla vita), come nemmeno il mettere su una famiglia numerosa è sinonimo di santità. L’apertura alla vita è vocazione della coppia. E una famiglia numerosa è auspicabile, sta scritto anche nella Sacra Scrittura. Ma la perfezione degli sposi cristiani non sta nel numero di figli. Il concetto di “procreazione responsabile” non può prescrivere il numero giusto di figli. Procreazione “responsabile” significa apertura ragionevole alla vita, ma apertura: con i metodi naturali che non sono una tecnica cattolica per non fare figli ma uno stile di vita fatto di conoscenza di sé ed esercizio della virtù per amore nella reciproca fedeltà, lasciando a Dio l’ultima parola.

Ogni storia è a sé e, per ciascuno, Dio ha un progetto personalizzato: c’è la maternità fisica ma c’è anche quella adottiva e affidataria, e la maternità spirituale.

Secondo concetto basilare che vi voglio lasciare: non è vero che per prevenire l’aborto ci vuole più contraccezione. Oggi la letteratura medica ci conferma che è esattamente il contrario: la contraccezione crea una mentalità, predispone mentalmente all’aborto, ne è l’anticamera. Io riassumo con una frase che ripeto sempre: la contraccezione è una proposta vecchia e il futuro è dei metodi naturali. Perché ne va della qualità della generazione e della qualità dell’amore, cioè ne va della famiglia. E anche la provetta non ha futuro, perché la natura non tollera a lungo la violenza, neppure sulle nostre ovaie. Io lo definisco il “cerchio della vita”: vediamo infatti il mondo scientifico che, passo dopo passo, sta lentamente rivalutando la sapienza del Creatore, cioè i benefici del rispetto della fisiologia. Prima ha capito che dobbiamo de-medicalizzare la gravidanza. Cioè che la gestazione non è una malattia. Poi ha capito che dobbiamo de-medicalizzare il parto. Poi si è capito quanto è importante l’allattamento naturale, al seno. L’ultima tappa, che chiude il cerchio della vita, sarà la de-medicalizzazione nella gestione della fertilità. C’è chi ancora si ostina a fare resistenza, per una serie di motivi. Ma il futuro – lo ripeto – è dei metodi naturali. Che educano all’autodisciplina.

Terzo concetto fondamentale: la crisi della fede viaggia insieme alla crisi della castità, parola desueta che disturba molti e ci interpella tutti. E’ la parola chiave, parola profetica in questa società decadente fatta di melma e di sangue. Castità è una virtù non banale ma basilare per ogni vocazione: per la fedeltà e la felicità degli sposi, per la salute dei nostri giovani, per l’equilibrio di una vita consacrata, per il bene di una persona con tendenza omosessuale. E’ la mancanza di castità che porta alla infedeltà e allo sfascio delle famiglie. Ed è la mancanza di castità che ha portato certi sacerdoti a sfregiare il volto della Chiesa. Qualche anno fa al cardinale Caffarra facevo notare che anche tutto il dibattito infuocato degli ultimi Sinodi, se ci pensiamo bene, si ricapitola in fondo sulla grande questione della castità. E’ sempre quello il nodo che viene al pettine: dal vivere “come fratello e sorella” dei divorziati alla questione dell’Humanae vitae, da quella dei giovani a quella del celibato sacerdotale.

Mi permetto di dire che certe sofferenze della società derivano da una profonda crisi del cristianesimo. Mi pare che siano stati decapitati il primo e sesto comandamento: il primato di Dio e la purezza della nostra vita. E quando crollano quelli, con il tempo vengono giù anche gli altri. Ma tutto parte da un problema di fede. Quando si ha paura ad annunciare verità impopolari, alla radice c’è un calo della nostra fede.

In definitiva, Casa Betlemme svolge una missione laica e moderna che si colloca al cuore della Chiesa e fa bene alla società intera. La nostra missione la definirei così: davanti alla diffusa malattia delle “3S” cioè soldi, sesso e successo (se usati in modo disordinato), cerchiamo di rispondere con la terapia delle “3P”, cioè povertà, purezza, piccolezza. Con dosi sempre abbondanti di preghiera. E’ una ricetta che porta frutto e dà futuro. Ve lo assicuro.

Altro passaggio. Vorrei spiegarvi come ho fatto ad aprire il reparto della formazione. Per prepararmi frequentai dagli anni ‘80 gli ambienti universitari romani dove ho incontrato i miei maestri, i giganti della fede e della scienza: i genetisti Lejeune e padre Serra, la psichiatra Półtawska e la ginecologa Cappella, i medici australiani coniugi Billings, i cardinali Caffarra e Sgreccia. Ma sopra tutti ho potuto incontrare San Giovanni Paolo II, che insieme a San Paolo VI mi ha insegnato il coraggio di annunciare senza paure il Vangelo della vita e lo splendore della verità tutta intera. I loro insegnamenti li ho riportati a Casa Betlemme, che è diventata così una scuola di vita dove si formano formatori e famiglie cristiane. Perciò, più che ospedale da campo, io la definisco una piccola “Università dell’amore alla persona” con Facoltà della vita. Da questa scuola sono passati in molti.

Alcune di queste giovani coppie si sono così affascinate dell’opera che hanno deciso di dedicarci la loro vita per trasmettere ad altri quello che hanno imparato. Ci sono sposi oblati in questa opera e la fraternità dei betlemiti si sta allargando. Ci sono voluti 40 anni per avere la prima approvazione ufficiale. Ad un certo punto arrivò il vescovo Bassetti a fine anni ’90 che osservò attentamente i frutti e capì l’urgenza della nostra opera. La volle riconoscere ufficialmente come opera della Chiesa, associazione pubblica di fedeli. Abbiamo una Regola di vita: “Ora, stude et labora”. Il nostro carisma lo riassumo in una parola sola: armonia. Armonia tra scienza e fede, tra carità e verità, tra azione e contemplazione, tra impegno sociale e dottrina morale. E’ un’armonia che affascina la gente perché riconcilia le persone con la loro corporeità, la creatura con il Creatore. E quindi porta tanti frutti di pace nella vita delle persone e dentro le famiglie.

Vado verso le conclusioni e adesso vi spiego quali sono oggi le attività e i servizi di Casa Betlemme. L’opera si muove su tre rami d’impegno. Il ramo originario su cui è nata l’opera rimane quello del sostegno alle maternità difficili, cioè le gestanti a rischio di aborto. Da qualche anno abbiamo dovuto sospendere l’accoglienza in attesa di riuscire a ricostruire le casette ormai cadenti. Però proseguono i colloqui con le gestanti, cioè il centro di ascolto e forme di assistenza in una rete di solidarietà.

Il ramo fondamentale, che regge tutta l’opera, è il cenacolo permanente di preghiera, nella cappellina di Casa Betlemme: con appuntamenti settimanali di Adorazione e meditazione, più una notte al mese di Adorazione permanente. È una scuola di preghiera per persone di ogni età. Con una spiritualità centrata sulla contemplazione del mistero dell’Incarnazione e l’esaltazione della maternità di Maria.

Il ramo culturale è quello più richiesto e oggi più impegnativo perché, come vi dicevo, “istruire gli ignoranti” su questi temi è un’emergenza educativa a tutti i livelli. La nostra scuola è un movimento culturale con cui portiamo in giro la formazione su tre materie: alfabetizzazione bioetica, teologia del corpo, regolazione naturale della fertilità. E’ un movimento articolato su diversi fronti, sia a Casa Betlemme sia come apostolato itinerante in giro per l’Italia.

Facciamo corsi di formazione e laboratori per formare formatori. Facciamo un’attività di consulenza scientifica con l’insegnamento dei metodi naturali, in collegamento con il Policlinico Gemelli. Siamo insegnanti qualificate e abilitate a questo servizio. Facciamo incursioni etiche sulla stampa: cioè scritti, testimonianze e interventi sul dibattito contemporaneo riguardo la bioetica di inizio vita. Conferenze, interviste e libri pubblicati. Poi abbiamo il progetto Wolokita: cioè sensibilizzare con il linguaggio artistico. Ad esempio il recital “Dal cielo alla terra”, uno spettacolo per voce e chitarra dedicato all’amore coniugale che dal 2015 stiamo portando dentro le chiese in giro per l’Italia. Siamo arrivati alla 33esima replica e continuano a chiamarci in giro. E’ un progetto autofinanziato, un apostolato itinerante fatto di tanto sacrificio ma che sta producendo frutti molto belli tra la gente di ogni livello culturale.

Finisco con due piccole riflessioni. La prima sugli sviluppi più recenti dell’opera. Ho voluto camminare per quarant’anni anni nel nascondimento e nel silenzio: è stato il tempo lungo della gestazione e del deserto. Poi ad un certo punto l’opera è venuta alla luce, è stata presa in braccio dalla Chiesa ed è stata riconosciuta. Perché Dio le sue opere le conduce Lui a modo Suo, con i Suoi tempi. La meravigliosa fantasia dello Spirito Santo, lungo i secoli suscita le opere e i carismi più vari in base ai bisogni del momento storico.

Negli ultimi anni per noi è stato un crescendo di riconoscimenti, non voluti ma che sono arrivati e li accettiamo volentieri. Premi dal mondo civile come da quello accademico ed ecclesiale. È come una vendemmia di certe cose che ho seminato lungo i decenni. Casa Betlemme è diventata un’esperienza apprezzata a livello italiano, un centro di formazione. E’ diventata oggetto di varie tesi di laurea. Compare in numerosi libri e riviste.

Sono arrivati due documentari: uno di Costanza Miriano per la Rai e poi quello voluto da padre Maurizio Botta intitolato “Alle sorgenti della vita”. Dopo il recente premio internazionale di Bassano del Grappa mi sono vista arrivare la lettera di un vescovo dall’Uruguay che mi invita ad andare laggiù nella sua diocesi a predicare la teologia del corpo e il vangelo della vita. Se mi avesse scritto quattro o cinque anni fa sarei subito volata in Uruguay! Ma ora non me la sento più. Se la Madonna vuole, questa missione in sud America la cureranno i miei collaboratori.

Un paio di anni fa a Roma mi sono trovata a parlare di castità e ordine morale davanti a senatori e giornalisti a Palazzo Madama, per la commemorazione del nostro amico e maestro cardinale Caffarra. Forse li ho storditi. A parte i giornalisti che ogni tanto si affacciano curiosi, sta crescendo soprattutto il numero di giovani coppie che ci chiedono da ogni parte d’Italia di venire a conoscere questa realtà e a prepararsi qui: allora abbiamo dovuto organizzare gli “open day”. Anni fa arrivarono un gruppo di ragazze dall’Università Sophia di Loppiano: venivano da Cuba, Brasile, Ungheria, Croazia e Argentina.

Tutto questo per dirvi a che ritmo sta crescendo la fraternità di collaboratori. Sono famiglie aperte alla vita. I locali sono stretti e non ci entriamo più. Siamo arrivati alla quinta generazione di insegnanti dei metodi naturali, mogli che qui hanno maturato la scelta di impegnarsi in questo servizio prezioso. Io quando me la sento, continuo ad andare in giro ad accendere fuochi in mezzo alla gente. E incontro tante persone che ogni volta si entusiasmano e si affascinano, chiedendo di collaborare alla missione di Casa Betlemme. Così, prima in diocesi e poi anche fuori regione sono nati piccoli gruppi locali collegati con Casa Betlemme: le prime “piccole Betlemme” sono in Liguria, in Veneto e a Pienza.

Ad una certa età vedi le cose dall’alto, come dall’oblò di un aereo: con gli anni e con l’esperienza aumenta anche la capacità di visione delle cose. E mi fa impressione osservare come è cresciuta l’opera se penso che 56 anni fa sono partita da sola. Ero una giovane ostetrica dell’Azione Cattolica e sentivo che occorreva lavorare culturalmente di più su questo campo spinoso, trasmettendo ai giovani sapere e valori. Me ne resi conto all’ospedale di Londra in un periodo di studio, vedendo giovani donne italiane che volavano là il fine settimana per abortire, quando da noi ancora non c’era la legge 194. Tornai turbata, ne parlai in Azione Cattolica ma i tempi non erano maturi e così dovetti incamminarmi da sola. Oggi mi chiedo: perché non capivano? E’ stato molto faticoso ma ho aperto una strada. Fin da piccola sono stata molto determinata e ogni tanto il mio babbo mi diceva: «tu farai il battistrada!». Io non capivo e lui mi rispondeva: «lo capirai da grande…».

C’è un’ultima cosa importante che devo spiegarvi quale è lo stile che ho scelto nel mio cammino: la piccolezza e la povertà, cioè la follia di uno stile veramente francescano. Che è lo stile della Grotta di Betlemme. Invece che alle convenzioni economiche ho voluto affidarmi a forti convinzioni e alla totale gratuità. Perché io credo che il volontariato sia gratuità, competenza, scienza del puro amore. E ho capito due cose: chi ti dà i soldi ti diventa padrone! E si sta in piedi soltanto se si rimane in ginocchio, come diceva don Benzi. Io ripeto sempre che se il latore non è un povero, il Mandante non è il protagonista. La povertà è parecchio faticosa, ti fa esercitare la fede ma in cambio ti dà una libertà che è letizia. C’è stato un periodo in cui avevo più debiti che capelli.

A Casa Betlemme siamo laici, singoli o sposati, che vivono del proprio lavoro: ognuno mette a disposizione il suo tempo, le sue capacità e i suoi talenti. L’opera si regge quindi sul sacrificio personale e sull’abbandono fiducioso nelle mani della Provvidenza, che ogni tanto si affaccia tramite la generosità di qualche piccolo benefattore.

Quando ho aperto Casa Betlemme erano gli anni ’60 e il mio vescovo Monsignor Cioli, di ritorno dal Concilio Vaticano II, mi ordinò che finché fossi stata viva avrei dovuto avere con me l’Eucarestia. Così la stalla con la mangiatoia dove i miei genitori tenevano gli animali, diventò una cappella, che è il cuore che sorregge tutta l’opera. Non ho mai voluto l’appoggio dei politici o dei potenti. Come patroni ho preferito affidarmi alla Madonna e a tre santi: San Francesco della Verna (perché le stimmate, cioè il suo marchio, le ha ricevute alla Verna), Santa Teresina di Gesù Bambino e Santa Caterina da Siena, nell’armonia di tre spiritualità in cui mi riconosco.

Questi tre santi mi hanno insegnato che la preghiera non è devozione ma rivoluzione. Ma soprattutto me lo ha insegnato la Madonna. Nel mio sentiero mi sono lasciata tenere per mano da questa grande donna: io la definisco la Perfetta Regista della storia, di ogni storia, e anche della storia di Casa Betlemme. Grazie, Alleluja!