Ryerson, lo “Psycho” della Norvegia che ama fare assist

Di Andrea Romano
25 Giugno 2026
Terzino del Borussia e della Nazionale già qualificata ai sedicesimi del Mondiale, è un giocatore che sembra uscito da un cortocircuito temporale. Ed è meglio non farlo arrabbiare
Il giocatore norvegese Julian Ryerson si scalda prima della partita tra la Norvegia e l'Iraq al Mondiale 2026
Il giocatore norvegese Julian Ryerson si scalda prima della partita tra la Norvegia e l'Iraq al Mondiale 2026 (foto Ansa)

Si dice che un nome contenga al suo interno il proprio destino. È una legge ferrea che con lo scorrere del tempo ha perso la sua carica fino a diventare solo un vecchio proverbio. Sì, perché niente oggi riesce a descrivere un calciatore meglio del suo soprannome. Ne sa qualcosa Julian Ryerson da Lyndgal, un paese di diecimila anime a quasi quattrocento chilometri a sud di Oslo, famoso per avere una strana concentrazione di calciatori professionisti. Il terzino del Borussia Dortmund e della Nazionale norvegese a questo Mondiale, infatti, si è meritato sul campo il nomignolo di “Psycho”, lo psicopatico. Un’etichetta che i suoi compagni e i suoi allenatori giurano di avergli appiccicato addosso con «simpatia» e «stima».

Ryerson è un giocatore singolare, tanto da sembrare uscito da un cortocircuito temporale. Ama il gioco fisico e i contrasti, ma possiede anche una capacità fuori dal comune nel mettere i compagni davanti alla porta avversaria. E poco importa se in questa stagione l’esterno con la passione per le acconciature stravaganti non ha messo a referto neanche un gol. Per lui, infatti, l’importante è far segnare.

Il cervello di Ryerson e il Mondiale con la Norvegia

Per rendersene conto basta dare un rapido sguardo agli almanacchi. Fanno diciotto assist in tutte le competizioni con la maglia giallonera. Numeri da trequartista, più che da uomo che si disimpegna sulla fascia. A 28 anni il norvegese ha già vissuto un’infinità di vite diverse. E le ha attraversate tutte conservando intatto il suo anelito per la vittoria. Quando parla di lui il ct della Norvegia, Ståle Solbakken, usa parole non comuni, mai banali. «Quando lascerà questa terra, il suo cervello dovrà essere sottoposto a un’autopsia molto approfondita», dice nella serie di NRK Vi skal til VM! («Andremo ai Mondiali!»). E ancora: «Preferirei non commentare il suo cervello… le cose che ci passano dentro non sono normali. E questo è un bene».

Sono frasi dure. Ma solo in apparenza, perché rivelano un affetto profondo. «Tra di noi lo chiamiamo “Psycho”, ed è un complimento. È un atleta incredibile e possiede una mentalità da sportivo d’élite», ha affermato Brede Hangeland, coordinatore sportivo della Nazionale norvegese. È un soprannome che fa sorridere e inquieta insieme. Anche perché è vero. C’è solo una cosa che Ryerson odia più della sconfitta. Ed è il non riuscire ad avere ragione. È un qualcosa che lo ha accompagnato per tutta la carriera. E che a volte è esploso in comportamenti peculiari.

Quella partita giocata con un piede rotto

Il suo amore per il pallone nasce in un giorno apparentemente come tanti. I suoi genitori lo imbracano sul seggiolino di una bicicletta e lo portano a spasso. Il ragazzino ha quattro anni. E all’improvviso si ritrova davanti a un allenamento di calcio. Julian sgrana gli occhi. È uno spettacolo che vorrebbe non finisse mai. È l’incipit di una storia d’amore. Nel vero senso della parola. Il ragazzo entra nelle giovanili del Lyngdal. È una squadra composta solo da ragazzi che abitano nella sua stessa strada. Non è molto, ma è già qualcosa. È in quel periodo che matura il suo rapporto tutto particolare con la sconfitta.

Durante una partita i suoi allenatori si accorgono che qualcosa non va. Si vede che Ryerson prova dolore, ma il ragazzo non fa un fiato e continua a giocare. Dopo la partita gli fanno una lastra. E si accorgono che era rimasto in campo con un piede rotto. La sua soglia del dolore è altissima. Quanto la sua ambizione. Un giorno il Lyngdal vince un torneo. Ryerson viene sostituito all’intervallo. E nonostante il successo della squadra va su tutte le fuore. Ordinaria amministrazione. A quindici anni passa alle giovanili del Viking. L’allenatore Bjarne Berntsen, lo prende da parte. Gli dice che non lo vede come centrocampista, ma come terzino. Il ragazzo non ne vuole sapere. Si arrabbia, moltissimo, alza anche la voce. Alla fine si rassegna. Inizia una nuova avventura che raggiungerà vette inimmaginabili.

Terrier, Pitbull, Psycho: Ryerson

A quei tempi lo chiamano “il Terrier”. Ma anche “Pitbull”. Ryerson contrasta che è un piacere. A 21 anni passa all’Union Berlino. Prima nella seconda serie tedesca. Poi in Bundesliga. Ci resta quattro anni e mezzo. Nel 2023 va al Borussia Dortmund. Per la squadra di Berlino è una separazione dolorosa, ma giusta. «Siamo orgogliosi che l’Union sia stata in grado di contribuire in parte allo sviluppo di Julian e ci dispiace che non siamo riusciti a trattenerlo nonostante i grandi sforzi – scrive il club – Gli auguriamo personalmente tanto successo a Dortmund e, naturalmente, tutto il meglio anche in privato». Il laterale cresce, stagione dopo stagione, fino a diventare un elemento fondamentale dei gialloneri e della Norvegia, già qualificata alla fase eliminatoria del Mondiale dopo due turni.

Il 31 agosto 2025 il Borussia Dortmund affronta l’Union Berlino. Ryerson è reduce da un problema fisico. Il mister lo tiene in panchina. Il calciatore è talmente arrabbiato che non riesce a nascondere il suo disappunto. Suo zio lo guarda dalla tribuna e e se ne accorge subito. «Era arrabbiato nero e intrattabile – spiega – perché non poteva partire titolare. Lo si capiva chiaramente dal suo linguaggio del corpo. È fatto così». Ora Julian è un giocatore chiave della sua Nazionale. Guida un’auto storica, una Mercedes 190 SL nera decappottabile, sta progettando da solo la sua casa in Germania, detesta i fast food e in carriera ha scambiato pochissime maglie. Sette in tutto. E una soltanto perché a chiedergliela è stato Haaland in persona. Un gesto che avrebbe dato grande soddisfazione a chiunque. Tranne che all’esterno per cui conta soltanto vincere. 

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