Processo Gosnell. Se l’aborto non ci ripugna, «la nostra cultura è morta»

Il bioeticista di Bush parla dell’aborto come di una piaga che ne ha generate altre. L’uomo che ha ucciso centinaia di bambini deve farci repellere per il nostro bene.

Dopo mesi di censura mediatica, la denunce di alcuni politici e del mondo pro life hanno contribuito a dare rilevanza nazionale al processo di Kermit Gosnell, il medico che ha ucciso una donna e centinaia di bambini.

STAMPA NAZIONALE. A intervenire sul Wall Street Journal è stato il noto bioeticista Leon Kass, parlando di «ripugnanza» di fronte a quanto accade nelle cliniche abortive americane, di cui quella di Gosnell è solo un caso estremo. Perché ripugnanza? Per Kass «come la pena sta al corpo, la ripugnanza sta all’anima», è come «una specie di allarme che ci dice che c’è qualcosa che non va e che occorre fare attenzione».
E, anche se «non può dare un valore verbale appropriato all’orrore del male, una cultura che non inorridisca di fronte a cose di questo tipo è da considerarsi morta».
A chi lo ha attaccato perché la parola «ripugnanza» veniva usata per discriminare certe minoranze, l’ex presidente del Consiglio di bioetica del governo Bush risponde: «C’era una ripugnanza per i matrimoni interrazziali e ce ne sono state altre risultate come veri pregiudizi. Ma tu non vorresti vivere in una società in cui le persone non si sentano in colpa o non provino vergogna solo perché la colpa e la vergogna sono distruttive – o in un società che non sente una giusta indignazione di fronte all’ingiustizia». L’uomo spiega che parlare dell’aborto come «sicuro, legale e e raro» ha contribuito solo a rendere «la riproduzione una scelta», quindi il bambino «un prodotto delle nostre mani».

RITROVARE LA DECENZA. Secondo Kass c’è di più: «L’aborto è connesso a molte altre cose che sono una minaccia alla dignità umana». Si è passati a voler «trasformare le creature in immagini che ci aggradano, senza chiedersi come queste creature nuove si svilupperanno o se i cosiddetti avanzamenti non contribuiscano a svilire le energie dell’anima, necessarie a creare le aspirazioni umane come l’arte, la scienza e la cura per i meno fortunati. Tutte queste cose, ampiamente diffuse nell’animo umano, sono a rischio di fronte allo sforzo di ridisegnare noi stessi per muoverci nel futuro post umano».
Il bioeticista, cresciuto in una famiglia ebrea non praticante, si è accorto di queste cose quando da giovane liberal, laureato all’università di medicina di Chicago, nel 1965 spese parte della sua estate in Mississippi: «C’era più onore, bontà e decenza in questa fattoria di neri analfabeti, rispetto a quella che ritrovavo nei miei studenti di Harvard, con le stesse mie opinioni illuminate e progressiste». Kass si accorge che la dignità di quegli uomini era data «da un lavoro e una religione onesti». Quando poi legge “L’abolizione dell’uomo” di C.S. Lewis capisce che «non bisognava andare fino in Mississippi per porsi domande morali. C’erano questioni lì sotto il mio naso nella professione biomedica».

I DANNI DELLO SCIENTISMO. Per il medico, «a differenza delle questioni sollevate dalla segregazione e, prima ancora, dalla schiavitù, dove il male era chiaro e l’unico problema era come affrontarlo, i mali che ho visto vicino al mio ambito di lavoro erano incorporati in altissime aspirazioni cognitive: una salute migliore, la pace della mente e la conquista della natura. Eppure contenevano in sé i semi del loro degrado». Il problema non era tanto la scienza in se stessa ma lo “scientismo”, che per il bioeticista è «una fede quasi religiosa per cui la conoscenza scientifica è l’unica degna di questo nome e basta da sola a spiegare in modo esaustivo come stanno le cose. Così la scienza trascende tutti i limiti della nostra condizione umana, di tutte le nostre miserie».
L’obiettivo principale dello scientismo, per il dottore, «è distruggere l’ultima regola della religione rivelata». Ma lo scientismo «colpisce anche le tradizionali e umanistiche comprensioni dei luoghi più speciali dell’essere umano, l’importanza dell’anima, dell’interiorità e dell’iniziativa». Il medico parla infatti delle neuroscienze per cui l’uomo sarebbe la sua materialità: un fascio di reazioni privo di libertà.

LA LIBERTÀ CHE SALVA. Che una tale prospettiva sia ottusa e pericolosa, per Kass «dovrebbe essere ovvio a chiunque sia mai stato innamorato (…). Non c’è dubbio che l’esperienza umana dell’amore sia rispecchiata da eventi che sono misurabili nel cervello. Ma chiunque si sia mai innamorato sa che l’amore non è solo un elevato livello di alcuni peptidi nell’ipotalamo». C’è dell’altro: «Lo si vede nel modo in cui gli infermieri trattano le persone che vengono per la chemioterapia. Lo si vede nel modo in cui una brava hostess tratta un ospite disabile, aiutandolo senza causargli imbarazzo. Lo si vede nel modo in cui le persone si avvicinano di fronte alla sofferenza umana e non lasciandosi vincere dall’orrore fanno ciò che è umanamente necessario (…) Si è visto a Boston. Alcune persone sono fuggite per mettersi al sicuro, altri si sono precipitati verso il Pericolo». Si chiama libertà.