Non ci crederete, ma "Ritorno al bosco dei 100 acri" è meno peggio del previsto

Nonostante sia l’ennesimo film su un orsetto che ci ha scassato le cosiddette per anni, il regista Marc Forster segue qualche buona intuizione

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Ritorno al bosco dei 100 Acri, di Marc Forster
Film targato Disney, con attori in carne e ossa e peluches, che rievoca il mondo di Pooh e compagnia giocosa. Al di là del fatto che chi scrive, Pooh e i suoi amichetti melensi se li mangerebbe a colazione tanto grande è la capoccia che ci hanno fatto i vari figli sempre con ‘sto orsacchiotto nullafacente tra le mani, il film di Forster (Neverland, Il cacciatore di aquiloni) è meno peggio del previsto. E sì che eravamo arrivati prevenuti, forti delle varie esperienze precedenti che ci piace ricordare, così, per rammentare a noi stessi prima che a tutti il nostro eroismo tragico e silenzioso.

Tutta animazione, ovviamente: l’avvincente Pimpi, piccolo grande eroe, l’avventuroso Winnie the Pooh e gli efelanti, il divertentissimo Ro e la magia di primavera. Il classicone Le avventure di Winnie the Pooh e il remake che ci siamo visti al cinema, Winnie the Pooh – Nuove avventure nel bosco dei 100 acri. Per non dimenticare poi le magie di Winnie the Pooh: Tempo di regali e Il primo Halloween da Efelante. Ecco, ci sarebbe anche T come Tigro… e tutti gli amici di Winnie the Pooh ma abbiamo dei ricordi confusi su storia e colpi di scena, forse per la pennica che ci siamo sparati immediatamente dopo i titoli di testa.

Siamo quindi entrati prevenuti al cinema armati di qualche birra a farci compagnia mentre i figli erano là, gli occhi incollati allo schermo e un po’ perplessi nel vedere il loro eroe mieloso ridotto a un peluche messo male. La notizia è quindi che il film non è poi così terribile, soprattutto avendo in mente virtù e vizi di Forster che è sempre stato un buon impaginatore ma incapace di imprimere gran profondità alle sue storie: non aveva una gran profondità Neverland e nemmeno Il cacciatore di aquiloni, che restituiva poco delle emozioni del romanzo di partenza. Comunque un buon artigiano, capace di passare da 007 (Quantum of Solace, non uno dei migliori 007) all’horror apocalittico (World War Z, il suo film migliore).
Ritorno al bosco dei 100 Acri ha una buona confezione, con una fotografia livida e cupa che fa a pugni con i colori pastello del Pooh animato e ha una buona idea: raccontare, un po’ come nella non eccelsa rivisitazione cinematografica de Il piccolo principe, che la giovinezza è più una questione di sguardo che un elemento puramente anagrafico, per così dire. Insomma, c’è sempre spazio per restare giovani, magari andando dietro a chi è più semplice di noi. Proprio Pooh, per esempio, meno insopportabile del solito, è capace come i nostri figli di stupirsi, viaggiando su un treno, che il mondo è proprio bello. Le forme delle nuvole, le macchine, i colori. Non è male questa notazione e questa sequenza è il cuore di un film, sempre un po’ incerto se prendere la strada sentimentale/nostalgica e quella più vera, dei legami che non muoiono mai.
Un film che procede in modo prevedibile fino a una conclusione ovvia, anche se la provocazione rimane: non è il mondo che si è spento, non sono i colori pastello a essersi perduti. Sono gli adulti ad aver dimenticato l’esperienza del Bello nel mondo. Un Bello che si fa strada anche nelle cose più distanti dalla nostra sensibilità, tipo l’ennesimo film su un orsetto che ci ha scassato le cosiddette per anni.

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