Nell’ora in cui tutti corrono, io propongo un bollino azzurro per “Dominguear”

C’è qualcosa di più prezioso del lavoro: ed è il suo senso. Il riposo non è l’ozio, ma un tempo più forte, vibrato

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Pope Francis General Audience

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Boris è colpito da questo fatto. Tutti a elogiare il Papa. Dicono che finalmente sta facendo recuperare alla Chiesa duecento anni persi nel conflitto con la modernità. Traduzione: sono convinti che invece di essere misericordiosamente urticante, la proposta cristiana di Bergoglio sia assecondare ciò che accade, con un po’ di solidarietà in più, benedizioni di sfuggita e comunione per tutti, come dessert. Poi c’è una questione concreta, molto piccola, ma che ci costringe a prendere posizione, ed è questa: a Pasqua è giusto che nel gigantesco outlet di Serravalle Scrivia si lavori? Per il resto delle domeniche già si fa, dice il parroco, ormai… Io dico che a partire dalla Pasqua bisognerebbe fare una lotta per recuperare qualche altra domenica consacrata e inviolabile, salvo le emergenze, e l’outlet non lo è ancora.

Mi appoggio a quanto detto a Milano da Francesco ai bambini della cresima nello stadio di San Siro. Ha proposto un verbo corrispondente a una pratica di vita della sua Buenos Aires: «Dominguear», cioè “fare domenica” passando più tempo con i figli, ad esempio andando prima a Messa e poi in un parco. «La fede si vive in un ambiente di famiglia che promuove la gratuità, il passare il tempo insieme. Questo non richiede soldi, al contrario, è l’invito a benedire lo stare insieme, che è una cosa bella. Ci possono mancare tante cose, però siamo uniti e questo è un insegnamento molto bello». «Tanti genitori devono lavorare anche il giorno festivo, e questo è brutto».

In qualche caso è indispensabile. Ma “è brutto”, e noi dobbiamo lottare contro la bruttezza, non è anche questa l’essenza positiva della modernità che ritrova le sue radici umanistiche e non è puro inno all’uomo consumatore? La mia idea è quella di fissare insieme, istituzioni, corpi intermedi, multinazionali, un recupero di qualche domenica, un po’ per volta. Da decidere insieme. Senza obblighi di legge, ma con il discredito morale per chi non ci sta, non insultando nessuno, ma mettendo un bollo grande e azzurro alle aziende di commercio che accettano questo criterio, magari scrivendoci su: «Viva la domenica». E in piccolo qualcosa che spieghi che si aderisce alla campagna per dominguear. Ci vorrebbero dei cervelli e quello di Boris è limitato. Ma sarebbe bello, dove il popolo prova a educare il popolo, qualcosa di cubano?

Va be’, ho esagerato. Comunque ripeto il concetto. Da qualche millennio i Papi, tutti i Papi, insistono: guai a chi tocca la domenica, non è di diritto umano, ma divino. È una vecchia storia, anzi preistoria. Ovvio: primum vivere, deinde philosophari, e oggi non c’è da pettinare le bambole. Eppure nel Seicento, vedi I promessi sposi, la domenica e “le feste comandate” la gente lasciava giù il forcone, si sedeva in famiglia a dividere lo scarso companatico, ne faceva un fagottello da far arrivare a chi era più povero; e non è che allora ci fosse meno penuria di oggi. C’è qualcosa di più prezioso del lavoro: ed è il suo senso.

Il riposo non è l’ozio, ha insistito Bergoglio. Ma un tempo più forte. Un tempo vibrato, come scrisse un filosofo francese. Dove si guarda con tenerezza il volto delle persone della nostra vita, e il frutto del nostro lavoro, che non è per forza quello in fabbrica e ufficio, ma quello dell’educazione impartita ai figli, della compagnia offerta ai malati, ai vecchi. Non è un tempo convenzionale. Accade. Come l’alba. Per questo, quando negli anni Settanta, nel tempo inclemente della crisi petrolifera, i sindacati e gli industriali sembravano essersi messi d’accordo sul fatto che non dovesse più esserci la domenica – il settimo giorno – per non sprecare l’energia elettrica, tutto ciò mi parve una rivoluzione sacrilega. Si pensava di far marciare le fabbriche a ciclo continuo, il riposo sarebbe stato un giorno casuale, fissato dalla direzione del personale con i sindacati, come in Urss.

La domenica accade, non è un accordo tra governo, imprese e sindacati. Ogni sua ora ha una essenza particolare. «Essenza» è da estendersi nel suo significato di profumo. Così come si dice l’essenza dei fiori. Senza domenica, con i suoi ricordi di cibi straordinari, e il sapere che il proprio padre non si era alzato troppo presto, ma riposava, e ti avrebbe fatto un po’ di compagnia. Ecco, la domenica quando uno è bambino capisce che capita, accade, è un avvenimento che non è controllato da noi. È come la pioggia: bagna buoni e cattivi, sta a ciascuno di saperne godere senza farsi dominare dalla solita ansia feriale, di quando si corre non si sa bene dove e perché, ma si corre, forse per distrarsi, forse per non sentire troppo dolore. È un lusso che possiamo ancora permetterci? Tanto vale allora rovesciare la vita nei tombini.

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