This Must be the Place, Sean Penn brilla diretto da Paolo Sorrentino

Arriva nelle sale italiane This Must be the Place. La maestria registica di Paolo Sorrentino e la bravura titanica di Sean Penn fanno già pensare al cult

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I titoli di coda arrivano impetuosi e, quasi d’improvviso, ti ricordano che il sogno che hai visto così grande palesarsi su uno schermo scuro è finito. La storia lunga 120 minuti in fondo era solo fantasia. Ma il fascino di certe storie sta tutto nel saper lasciare, alla fine del film, un’inspiegabile malinconia e un’altrettanta inspiegabile e contemporanea voglia di sorridere, di amare questo strano posto dove ci troviamo tutti insieme, equamente divisi tra coloro che ci si sentono stretti e coloro che sentono di avere sin troppo spazio. Una sensazione che non si prova più tanto facilmente come negli anni d’oro del cinema italiano ma che il 14 ottobre i cinefili italiani potranno finalmente riassaporare con This Must be the Place di Paolo Sorrentino. Il regista napoletano (Le conseguenze dell’amore, L’amico di famiglia, Il divo) amatissimo all’estero regala al pubblico internazionale un film intenso, commovente e sarcastico che deve la sua bellezza alla prova  – entusiasmante – degli attori e alla regia, morbida ed elegante come una melodia classica ben eseguita.

 

Cheyenne è una rockstar di mezz’età che da tempo, a causa di un evento traumatico, non si esibisce più in pubblico. Inseparabile dagli abiti neri, i capelli disordinati e il trucco pesante, vive a Dublino, in costante bilico tra la noia e la depressione, in una routine che si ripete senza fine e da cui né la moglie né la sua migliore amica Mary, riescono a tirarlo fuori. L’aggravarsi delle condizioni del vecchio padre lo spingono, dopo trent’anni, a tornare a New York dove ad attenderlo troverà solo alcuni diari dell’ormai defunto genitore che gli rivelano la sua più profonda ossessione: la caccia a un criminale nazista che lo aveva umiliato nei campi di concentramento di Auschwitz. Inspiegabilmente Cheyenne decide di mettersi, molto lentamente, sulle orme di questo ex militare nazista, che nel frattempo potrebbe anche essere morto di vecchiaia.

 

Due trame sottili muovono il film: da una parte la storia pennella lentamente la personalità di Cheyenne, il suo modo bizzarro e malinconico di vivere, la sua inadeguatezza nei confronti del mondo, il suo essere un bambino nel corpo stanco e provato di un cinquantenne che “si è concesso molti vizi”; dall’altra c’è l’America reale, quella fatta di bar dalle luci scure, frequentati dalla più disperata umanità, di strade deserte che corrono per miglia e miglia, di motel vuoti e desolati dove i sogni rimangono tali così come le solitudini umane. L’America dei turisti con gli zainetti e degli indios costretti in giacca e cravatta che si perdono tra le sterpaglie, delle ragazze che parlano di rossetti e dei broker che baciano i propri pick-up, delle beghine che nascondono segreti inconfessabili e di inventori dimenticati.

 

Ma This Must be the Place è soprattutto Sean Penn, che scompare dietro il cerone e il rossetto e ci fa innamorare di Cheyenne, delle sue assurdità, delle frasi apparentemente senza senso e di quell’inquietudine condita da un pizzico di depressione che smuove un’allegra compassione. Ogni traccia del suo sex appeal da star hollywoodiana si maschera perfettamente dietro la parrucca nera in stile Robert Smith (leader dei Cure a cui lo stile del personaggio è ispirato), la camminata incerta e la voce a metà tra un ubriaco giunto all’ultimo stadio e un bambino. Un uomo che ha vissuto gli eccessi, le luci eccessive dello show business eppure è fedele alla stessa donna da trentacinque anni, ha smesso di bere e non ha mai fumato, combatte contro gli acciacchi dell’età e a volte si sente disturbato dalle situazioni ma non sa spiegare perché. Impossibile non amarlo. E impossibile non rimanere affascinati da certe inquadratura, dai movimenti felpati della macchina da presa che lo accompagna fedelmente nel suo viaggio verso il vecchio nazista e verso la maturità che continua caparbia a rinnegarsi. L’obiettivo con eleganza si concentra sui dettagli del suo viso e sui movimenti buffi e incerti, mentre attorno tutto sembra muoversi con una certa sicurezza: macchine, persone, oggetti. E piano piano l’America lo conduce a liberarsi del senso di colpa, dell’infelicità e dell’immaturità. E poteva succedere solo qui, dove tutto è possibile perché, come canta David Byrne, This must be the place.

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