Massimo Moratti riesce a rovinare anche il triplete di Mourinho

Una delle puntate chiave della Moratteide: l’anno del mitico triplete, ad opera degli eroi di Madrid e di Mourinho, Ma Moratti è sempre in agguato…

Stagione 2009/10. Eccoci alla seconda stagione del Mourinho interista: scherzando, ma non troppo, il tifoso nerazzurro associa al portoghese proprietà taumaturgiche e magiche. Esagerazioni, che però hanno una loro ragione: basta la sua presenza negli spogliatoi di Appiano Gentile, a trasformare, come per magia  appunto, un ambiente sempre sull’orlo di una crisi di nervi, soffocato dall’eterno tourbillon di allenatori e giocatori, segno distintivo dell’era morattiana. Ormai in società non si muove foglia che Mou non voglia. L’immagine con i media passa attraverso il filtro delle conferenze stampa del vate di Setubal, veri e propri spettacoli di reality calcistico, un fuoco di fila di battute a volte ironiche, a volte preoccupate, nel denunciare complotti ai danni dell’Inter, spesso per dileggiare e sfottere gli avversari, provocando grande ilarità dei tifosi interisti e dei giornalisti presenti agli show, ma tirandosi addosso le contumelie del rimanente circo pallonaro, incapace di replicare adeguatamente, per far fronte ad una situazione inimmaginabile del successo comunicativo che disintegra decenni di buonismo ipocrita e falso.

Il portoghese, che, notate bene, plana come un marziano in un mondo ancora sotto choc per Calciopoli, svela e scardina luoghi comuni e meccanismi, aiutato da una innata capacità di presenza scenica e da copioni adeguatamente preparati e recitati con una scioltezza da grande mattatore: “Zero Tituli” e “proxtituzione intellectuale” sono solo alcuni dei neologismi che ridondano attraverso un marketing da far invidia ad una agenzia di creativi pubblicitari. Ma tutto ciò sarebbe stato ridicolo se contemporaneamente la squadra non seguisse il tecnico nell’atteggiamento sfrontato e vincente in campo: quell’atteggiamento che ha permesso di riacciuffare partite già perse, realizzando gol decisivi negli ultimi secondi dei minuti di recupero, oppure imponendo a centrocampo un gioco devastante, asfissiando gli avversari in maniera inusitata: come dimenticare le delizie balistiche di Sneijder, le folate supersoniche di Maicon, la danzante incisività di Eto’o, la precisione chirurgica dei gol di Milito, l’esplosività di Lucio, l’impenetrabilità di Samuel, l’esuberanza dei veterani Zanetti e Cambiasso e i salti felini di Julio Cesar?

Ebbene sì, lasciatemi ancora godere di questi magnifici ricordi: per me interista, sconfortato nell’attraversare, in questi anni, un’eterna valle di lacrime (sportive s’intende); la serie di vittorie e i trofei vinti in questa stagione sono un segno indelebile della centenaria storia nerazzurra, che fortunatamente ho vissuto in diretta; potrò mai dimenticare i due derby di campionato, uno più esaltante dell’altro? E il passaggio di turno in Champions nella incredibile rimonta contro la Dinamo Kiev? Il testa a testa finale con la Roma in campionato, che approfitta della nostra flessione ma che sprofonda proprio sul più bello all’Olimpico contro la Sampdoria di Cassano e Pazzini? La conquista dell’ennesima Coppa Italia, ridicolizzando la Roma sul suo campo, facendo saltare il lume della ragione al Pupone Totti, che compie il fallo di reazione (su Balotelli) più disperante e ridicolo della storia del calcio mondiale. E come dimenticare la fortuna sfacciata che ci accompagna in Champions, in una serie di partite che solo pensarle fanno tremare i polsi? Passiamo, sì, con Chelsea e Barcellona, ma è innegabile che la Dea bendata ci protegge verso vittorie insperate, su campi ritenuti impossibili. Ma, come si dice, “la fortuna aiuta gli audaci” e la squadra di Mourinho è un pugno di audaci capaci di sfidare il mondo intero e vincere ben tre titoli nella stessa stagione. Il mitico triplete è realtà.

E poi… ecco che la favola si trasforma in un incubo! E proprio nella serata di massima goduria! Quella della finale di Champions, a Madrid, contro il Bayern di Monaco. E’ come uno strozzo in gola che non ti fa respirare, è come un film che si riavvolge lasciandoti instupidito e privo di reazione, è come una puntina che sfregia irreparabilmente il vinile più prezioso che possiedi, è come un’unghia che sibila sul vetro, il gessetto sulla lavagna, una nota stonata in un capolavoro musicale, un quattro in condotta in una pagella piena di nove. Insomma, tutto ti riporta alla realtà: ti eri dimenticato che il presidente della tua squadra, che sta vincendo tutto, si chiama Massimo Moratti, e allora è come se qualcuno ti aprisse improvvisamente sotto il naso Il libro di Murphy: “Se tutto sta andando a meraviglia, stai tranquillo e intanto spegni ‘sta cazzo di sveglia!”.

Le bandiere sventolano ancora per le vie di Milano, ma a Madrid cosa accade? Che il tecnico della squadra vincente saluta la compagnia, sale sull’auto del presidente del Real Madrid e se ne va, come un ladro nella notte. Maicon viene inseguito dai giornalisti per sapere se non gli convenga rimanere lì nello stadio Bernabeu, che, sembra, sarà la sua prossima casa calcistica. Milito annuncia che se non avrà un aumento d’ingaggio, accoglierà proposte di altre squadre, che gli stanno arrivando a fiumi. Una cosa mai vista: ma come, da una squadra che vince ogni cosa scappano tutti? Ancora una volta l’inadeguatezza societaria della gestione Moratti suscita perplessità togliendoci il gusto della vittoria epocale: come si può gioire del presente se i segnali del futuro sono così contradditori? Ora la presidenza è a un bivio: trattenere gli eroi del “triplete” o, ripartendo da questi successi, gettare le basi per un rinnovamento della squadra, cominciando dalla scelta di un erede sulla panchina degno del vate di Setubal?

Tutto a tempo debito, ci rispondono, ora bisogna festeggiare. Ma i preparativi per la stagione 2010/11, già incombono e siamo ansiosi di conoscere le iniziative di Moratti. Sarà, la prossima, la stagione della conferma di un ciclo vincente? Lo scopriremo nella prossima puntata.