Manchester United SPA: se dietro l’esonero di Moyes non ci sono solo i risultati

All’indomani dell’esonero di David Moyes dalla panchina del Manchester United, è ormai noto il confronto tra i primi mesi all’Old Trafford del contestatissimo allenatore scozzese e quelli che, 26 anni prima, fece il suo predecessore, pure lui scozzese, Alex Ferguson: quando nell’86 Fergie si sedette sulla panchina dei Red Devils arrivò a fine anno decimo, e nelle sue prime 31 partite mise assieme solo 12 vittorie, molto meno rispetto ai 18 successi che ha collezionato nello stesso numero di gare a Manchester l’ex-tecnico dell’Everton, da ieri disoccupato. Certo, negli anni Ottanta lo United non era la corazzata che rappresenta oggi, non vinceva il titolo inglese da due decenni e si poteva permettere di aspettare il gioco di Ferguson con pazienza. E sta qui la vera differenza rispetto agli esordi di Fergie: oggi lo United non vuole aspettare. Non può più aspettare, reso impaziente da nuovi fattori extra-sportivi che incidono sempre di più nei conti economici e, di conseguenza, nel rendimento calcistico.

MULTINAZIONALE DEL CALCIO. Questo perché, per prima cosa, quando si parla del Manchester United si parla di una vera e propria multinazionale del pallone: ovunque è conosciuta, ovunque è tifata, ovunque riesce ad esportare il suo marchio. Oltre ad essere l’unica squadra di calcio quotata a Wall Street, a giugno di un anno fa la dirigenza chiudeva l’anno con un fatturato di 434 milioni di euro, e il dato singolare è che più del 40 per cento delle entrate totali era garantito dal settore commerciale: sponsor prima di tutto, ma anche  magliette, sciarpe, cappellini, gadget, qualsiasi cosa venga venduto con impresso lo stemma dei Red Devils. Per massimizzare questo sistema, occorre avere sempre risultati di altissimo livello, essere tra le top 4 europee. E raggiungere più tifosi possibili, travalicare i confini inglesi e andare in esplorazione verso nuovi mercati: Stati Uniti e soprattutto Asia. È qui che il numero di tifosi dei rossi di Manchester si fa sterminato, arriso con l’acquisto orientale di turno (anni fa era il coreano Park, ora il giapponese Kagawa) e tournée estive. È il modello che sempre più club europei stanno seguendo, e di cui lo United è diventato la massima espressione calcistica.

GLAZER E L’IPOTECA SUL CLUB. A intraprendere a pié convinto tale via è stato Malcolm Glazer, proprietario americano dello United dal 2005 arrivato da uno sport, il football, che di questo sistema è diventato la patria (assieme al basket Nba). Di Glazer si sa tanto, in particolare il modo tutt’altro che cristallino con cui si è seduto sulla poltrona dell’Old Trafford: ha chiesto in prestito dei soldi alle banche, ipotizzando come garanzia il club stesso. Che ora è come se giocasse con una fossa scavata sotto i suoi piedi: se vince e guadagna riesce pian piano a riempirla. Se perde e non incassa rischia il patatrac. Una situazione che fa capire ulteriormente il bisogno impellente di successi che nutre le aspirazioni dello United: non centrare la qualificazione ad entrambe le coppe europee (cosa che non avviene dall’89-90) vorrebbe dire sacrificare premi partita e diritti tv succulenti, con un danno non soltanto sportivo.

QUESTIONE D’IMMAGINE. E il responsabile di questo, o per lo meno il capro espiatorio, è Moyes. È vero, i tifosi facevano pressione, ma la scelta di esonerarlo è stata dettata più da ragioni d’immagine che altro. Il club voleva farsi vedere risolutore, pronto a voltare pagina dopo aver scelto un allenatore poco conosciuto al resto del mondo, arrivato dal piccolo Everton, senza un carisma grosso dalla sua. In questa chiave va anche letta la scelta di affidarsi, per lo meno in questa fase ad interim, a uno dei  giocatori più celebrati del club, quel Ryan Giggs diventato simbolo di vita eterna, classe, fedeltà, ora scelto come traghettatore. Anche il Financial Times ha voluto interpretare questo momento complicato dei Red Devils in chiave pubblicitaria, evidenziando tutti i limiti di Moyes che, di fronte alle sconfitte dello United, ha sempre offerto la peggior risposta: area confusa, triste, mai capace di reagire di fronte alle reti avversarie. Una vera e propria ammissione di colpa. Il contrario di quanto faceva Fergie, che quando perdeva, s’arrabbiava, attaccava l’arbitro, gli avversari, i suoi giocatori. O quanto fanno ancora alcuni veri maghi della comunicazione, come Mourinho, Guardiola, Wenger. La squadra più famosa al mondo non può permettersi un mite in panchina, né tanto meno un perdente. Per questo, dietro all’esonero non ci sono solo ragioni di spogliatoio e risultati.