La nomina dei senatori a vita ci insegna che siamo landa di emigrazione culturale

Invece che fare micragnose questioni su come vengono spesi i soldi della “gggente”, una destra autentica dovrebbe constatare che i quattro devono la loro fama al riconoscimento in terre straniere

In Italia la destra è in crisi d’identità: si vede da come ha reagito alla nomina dei nuovi senatori a vita. Anziché stare a fare micragnose questioni su come vengono spesi i soldi della gggente o sull’evenienza di sostituire Abbado con Muti e Rubbia con Albertazzi, una destra autenticamente patriottica avrebbe piuttosto dovuto constatare che i quattro nuovi senatori devono ampia portata e pieno riconoscimento della propria fama a terre straniere: Abbado ai Berliner Philharmoniker, la Cattaneo al Mit di Boston, Piano a un concorso parigino per architetti emergenti e Rubbia al Cern di Ginevra. I quattro laticlavi certificano, sigillano e ceralaccacno l’idea che l’Italia è ormai periferia, landa di emigrazione culturale colonizzata nell’animo più profondo.

UNA DESTRA AUTENTICA… Una destra autenticamente aristocratica, promotrice del riconoscimento dei meriti dei più bravi, ne avrebbe invece approfittato per auspicare che non quattro ma trecentoquindici fossero i senatori di nomina presidenziale (di nomina regia sarebbe meglio, ma è un discorso lungo), quale espressione delle eccellenze della nazione in ogni settore anziché dell’arbitrio del popolo mitigato da un premio di maggioranza su base regionale. Se andate in Gran Bretagna e parlate foss’anche col più ottusamente progressista dei liberaldemocratici, prima vi dirà che non si può andare avanti ad assegnare ereditariamente larga parte dei seggi della Camera dei Lord, e magari ha ragione, ma ammetterà anche che una camera elettiva basta e avanza per prendere decisioni, e che all’uopo c’è già la Camera dei Comuni; vorrebbe piuttosto che in futuro i Lord fossero scelti fra i migliori ingegni britannici in ogni campo, fornendo una rappresentanza trasparente a lobby e gruppi di potere intellettuale, commerciale e finanziario, legando i loro interessi a quelli della nazione.

IMMAGINANDO. Immaginate che a Palazzo Madama siedano un paio di ex presidenti della Repubblica, una manciata di ex premier e trecento rappresentanti del meglio che l’Italia ha prodotto nella scienza, nella tecnica, nelle belle arti, nella musica, nella letteratura, nell’insegnamento, nello sport, nella comunicazione, nell’agricoltura, nell’industria e nel turismo. La Camera resterebbe sola a legiferare come rappresentanza degli auspici dei cittadini mentre il Senato incarnerebbe lo spirito della nazione, col diritto di vetare (una sola volta) le leggi e soprattutto di suggerirne il miglioramento con la moral suasion, non a colpi di emendamentini. Fate quest’esperimento: su un foglio incolonnate in ordine alfabetico i nomi dei rappresentanti del popolo in Senato e di fianco componete una colonna con trecentoquindici nomi di italiani dal conclamato merito professionale. Con gli accoppiamenti ottenuti riga per riga, valutate poi se valga la pena di mantenere sul seggio il senatore in carica o di farci accomodare il celebre compatriota. Io non sono stato a sperimentare tutti gli accoppiamenti, lo ammetto; per la noia mi sono fermato a Crimi, Vito.