La gonna lunga del ministro Tajani e la minigonna di Concita De Gregorio

Di Caterina Giojelli
22 Settembre 2026
Lo strampalato sermone di Formello fornisce all'editorialista di Repubblica l'assist per uno dei suoi bei trattati contro la destra, Vox, il risvoltino, gli aggiustaspinterogeni e chi non vede Gramsci ad altezza coscia
Concita De Gregorio all'Arena Robinson di Repubblica al salone del libro. Torino, 16 maggio 2026 (foto Ansa)
Concita De Gregorio all'Arena Robinson di Repubblica al salone del libro. Torino, 16 maggio 2026 (foto Ansa)

Poteva Concita De Gregorio lasciarsela scappare? Poteva evitare di trasformare una fesseria nel solito inventario morale dell’Italia? Antonio Tajani sul palco di Itaca a Formello s’erpica in una parabola socio-elettorale di rara goffaggine – la ragazza in minigonna ti tradisce, quella con le gonne lunghe è “seria, affidabile, mantiene la casa”, ergo votate Forza Italia che è cara, seria e non vi fa le corna come Vannacci, roba che pure in sede Dc nel ’54 avrebbe fatto scattare qualche colpo di tosse.

Ma il bello lo abbiamo letto dopo, nella pagina delle Idee di Repubblica, quando Concita De Gregorio s’è lanciata dall’infausta metafora del titolare della Farnesina giù, senza paracadute e con impeccabile sussiego radical, in uno spericolatissimo trattato antropologico dal titolo “Libera, aperta e uguale: ecco la scuola che serve”.

Carmelina, scomponiti. Lo chiede Gramsci

Dalla lotta di classe al razzismo, dagli abiti di Vox al risvoltino, dal patriarcato alla teoria della retina pigra, dal paese in cui «è più facile essere di destra» perché la cultura è «cattolica, patriarcale, arcaica, maschilista» e mai si discosterà dalla tradizione del «Carmelina, componiti», fino al destino della scuola pubblica. Soprattutto, scrive l’editorialista dopo un accenno al tetto agli studenti stranieri, «procediamo con ordine a partire dagli aspetti meno piacevoli della questione: la questione minigonna».

Minigonna che si sa, dai tempi della campagna di Toscani per il rilancio dell’Unità – una ragazza in minigonna ad altezza chiappe, gambe semiaperte, lontana dai fornelli e con l’Unità ben arrotolata nel taschino – è per Concita «rivoluzionaria, intelligente, indomabile», «il corpo di una donna usato per pubblicizzare un prodotto intellettuale mi sembra pertinente», «molto peggio quando è utilizzato per accompagnare la pubblicità di un’auto oppure un detersivo per i piatti», «Anche Gramsci lo avrebbe fatto»: insomma, Carmelina, scomponiti.

C’è stato Obama e noi ancora a chiederci chi apparecchia

Dicevamo che De Gregorio atterra nei tinelli della borghesia, dove persino le «famiglie progressiste, cresciute nel dissenso dal patriarcato retrivo», quelle dove «addirittura, pensate, lui sta a casa e lei lavora», se vedono arrivare la nuova fidanzatina del figlio magari si dispiacciono. Perché? Ovvio: secolari retaggi borghesi, speranze diverse per figli maschi e femmine. Insomma «è una minoranza – splendida, illuminata – ma resta una minoranza nel Paese quella di chi ha educato i figli alle stesse regole […]: le chiavi di casa, gli orari di rientro, chi rifà i letti e chi apparecchia».

Del resto «sono passati quasi quarant’anni da Indovina chi viene a cena… c’è stato Obama presidente, figuriamoci», ma noi siamo ancora lì a chiederci chi apparecchia. O come si veste.

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Lei, per esempio, dice: «Non mi sono mai troppo fidata dei ragazzi col risvoltino ai pantaloni, con le scarpe da barca senza calzini, per non parlare di quelli coi fantasmini bianchi, le camicie con quel certo logo, le felpette annodate al collo (ma che ragazzi frequenta Concita De Gregorio, a parte le gang di Capalbio?), ma queste sono cose mie, personali, chi se ne importa. Il risvoltino certamente avrà un suo pubblico di fan. Anzi, leggo che in Spagna il popolo giovanile di Vox ha rispolverato un vecchio marchio di abbigliamento per identificarsi. Bravi, meglio, così vi si riconosce subito». Eccoli pronti per la marcia su Madrid.

Dopo di che – siccome, dice Concita, tutti siamo liberi di scegliere come vestirsi e ciò che scegliamo parla di noi – «i caregiver, chi se ne prende cura, sono per l’ottanta per cento donne e non è un fatto di natura, è un fatto di cultura». E noi che stavamo ancora decifrando il teorema del fantasmino veniamo travolti dall’invettiva: «Cambiare un pannolino o un pantalone non è più difficile che aggiustare uno spinterogeno, spingere una carrozzina è elementare e non trovare le cose dentro casa non dipende da una differenza genetica nel bulbo oculare, dipende dal fatto che qualcuno le ha sempre trovate per te. È la funzione che fa l’organo».

Dal patriarca Tajani alla suocera di Repubblica

Obama presidente, risvoltino, spinterogeno, pannolino. «In conclusione. Il punto è l’educazione», cioè il mantra definitivo di ogni elzeviro di sinistra che si rispetti (ah, ecco che c’entrava la scuola del titolo): «Abbiamo migliaia di insegnanti che fanno una fatica bestia, da soli, dentro programmi sempre più retrivi. È per questo che non la vogliono, quella scuola. Per questo dovremmo pretenderla». Punto.

A capo. Mettiamo ora un fidanzato di Carmelina: si innamora, va a casa sua per il pranzo della domenica e gli apre la potenziale suocera in minigonna. Con l’Unità in tasca, pronta ad analizzare la marca della felpetta per calcolare la percentuale di patriarcato sistemico annidata nel suo bulbo oculare, chiedendosi se sia un potenziale feticista dello spinterogeno o un complice della retriva “cultura del Paese”. No, dico, non è che poi questo finisce direttamente a parlare di calcetto a Formello col potenziale suocero?

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