Jimmy Bobo – Bullet to the Head: Stallone c’è, gli altri un po’ meno

Discreto buddy movie diretto da un grande regista come Walter Hill (I guerrieri della notte, 48 ore). È pura serie B e piacerà ai fan del genere e di Stallone che, come il collega Schwarzenegger di The Last Stand, sta vivendo se non una seconda giovinezza artistica una vecchiaia segnata da tanta nostalgia e tanto ardore combattente contro una certa deriva del cinema d’azione spettacolare ma poco coinvolgente.

ANNI 90. Il fascino di Jimmy Bobo – Bullet to the Head, attualmente in sala, è tutto qui: nella ripresa consapevole di Hill regista e Stallone interprete di un modo artigianale e genuino di fare cinema con pochi effetti, meno soldi e tanta carne, sudore e carisma. La storia è di quelle straviste in tanto cinema degli anni 90: Jimmy Bobo (uno Stallone che buca ancora lo schermo) deve scoprire chi l’ha incastrato: forse la polizia, forse il maneggione interpretato da un redivivo Christian Slater. In ogni caso, c’è una sorella nei guai (la bella Sara Shai) e un superkiller muscolosissimo da fronteggiare (il gigantesco Jason Momoa). Ci saranno pallottole da sparare e ossa da rompere.

SLY NON DELUDE. Pur non essendo il film migliore di Hill che ha girato autentici capolavori come Driver l’imprendibile e il già citato I guerrieri della notte, Jimmy Bobo ha qualcosa da farsi perdonare come certi flashback virati in giallo che sono un pugno nell’occhio, interpreti non tutti all’altezza (Sung Kang, partner di Stallone, non sfruttato al meglio) e alcuni snodi narrativi un po’ debolucci e prevedibili, soprattutto sul finale, ma è un prodotto dignitoso e piuttosto cruento che regge dal punto di vista dello spettacolo e della tensione grazie a un campione di razza come Sly Stallone.Un grande attore che, conscio lui per primo dei limiti impostigli dall’età, lascia da parte spacconate d’altri tempi e si mette al servizio di una storia semplice venata di nostalgia. Come ne I mercenari, infatti, l’attore italo-americano strizza l’occhio al suo pubblico che non lo ha mai abbandonato (nemmeno – ci piace ricordarlo – nei suoi film peggiori tipo Driven o D-Tox) e rinuncia, come già in Rocky Balboa, all’immagine del duro e puro per mostrarsi in tutta la fragilità di un corpo che non è più quello di un tempo. Così Jimmy Bobo picchia quando c’è da picchiare (le scazzottate con il cattivissimo Momoa non sono male) e si sacrifica quando c’è di mezzo una sorella da salvare o un amico da soccorrere. Un eroe alla vecchia maniera, che si porta letteralmente il film sulle spalle, che non disdegna di ridere di sé e che – è il tormentone del film – preferisce fare “a modo suo”, usando il coltello a serramanico e rifiutando, inorridito, qualsiasi strumento tecnologico, telefonino in primis.

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