Che cosa ci fa l’Italia al Mondiale di cricket
Vada come vada, sarà comunque un successo. Oggi, lunedì 9 febbraio si registrerà lo storico debutto dell’Italia al Mondiale T20 di cricket: una prima assoluta a Calcutta, in India, contro la Scozia. L’avversaria avrebbe dovuto essere il Bangladesh, ma i rapporti internazionali tesi dell’Asia si riflettono anche nello sport. E così, dopo essersi rifiutata di giocare le sue partite in India per motivi di sicurezza, la Nazionale di Dacca è stata rimpiazzata da quella meglio classificata nel ranking mondiale. Una sede che ha costretto gli organizzatori ad allargare allo Sri Lanka l’ospitalità dell’evento visto che, mai e poi mai, il Pakistan avrebbe accettato di scendere in campo nell’odiato Paese confinante.
Una situazione che si riflette anche sulla sede dell’eventuale finale, per ora fissata a Colombo: «Lo sapremo in pratica due giorni prima, dipende da chi ci andrà. Sicuramente il Pakistan non potrebbe disputarla in India», racconta a Tempi Simone Gambino, presidente onorario della Federazione italiana cricket, dopo esserne stato fondatore il 26 novembre 1980 e, fino al 2016, presidente. La persona più indicata a raccontare la storia di questo sport in Italia e come sia arrivato alla prima storica Coppa del mondo.
Il Milan, il Genoa, il Vaticano
«Ci sono almeno quattro fasi», spiega. «La prima è legata a fine Ottocento, quando gli inglesi si rapportano con il triangolo industriale tra Milano, Genova e Torino. Nascono i dopolavori che accomunano il football e il cricket: il primo lo giocano in inverno, il secondo in estate. Il Milan vede la luce come Football and Cricket Club, il Genoa ha ancora il cricket nel suo nome. Un movimento poi distrutto dal fascismo, che non poteva permettere uno sport così inglese. Resiste nei collegi religiosi vaticani cui, nel secondo Dopoguerra, si affiancano a Roma i praticanti di ambasciate e organizzazioni internazionali come la Fao. È uno sport di élite, praticato a Villa Doria Pamphili. Negli anni Ottanta va in crisi ed entra in scena la generazione di chi volava in vacanza studio in Inghilterra e si innamorava del cricket. Io tra quelli, perché passavo le estati là dai nonni».
«Eravamo giovani ed entusiasti», prosegue, «poi, quando cominciammo a lasciare l’attività agonistica, sono arrivati gli immigrati asiatici e il calo italiano viene compensato anche dalla mia iniziativa: nel 2002 riesco a introdurre lo ius solis sportivo, tesserando come italiani i ragazzi nati qui prima che compissero i 18 anni. Ci lasciano fare perché come Federazione contiamo poco o nulla. È un ricambio per i giocatori italiani – c’erano anche dei 45enni in campo –, ma senza cancellarli: era obbligatorio schierarne almeno sette. E nel cricket ho fatto anche lo ius scholae, tesserando come italiani chi avesse almeno quattro anni di scuola. Qui ci fu uno scontro epocale con il Coni perché per loro valevano le quote di extracomunitari della Bossi Fini, divise per sport. Ce l’ho fatta perché, in quanto sport amatoriale, non potevano impedircelo».
Il campionato di cricket in Italia
Oggi il campionato comprende 16 squadre di Serie A e 24 di Serie B, con una stagione che parte il primo aprile e finisce il 31 ottobre. Lombardia ed Emilia-Romagna sono le regioni guida, molto dipende dalla consistenza delle comunità asiatiche, che formano l’ossatura dei vari club. La Nazionale debuttò ufficialmente il 15 e 16 luglio 1989 con una trasferta in Danimarca «in cui perdiamo con punteggio record – ricorda Gambino –. Da lì non puoi che crescere, prima con l’inserimento dei giocatori asiatici, quindi con gli oriundi provenienti da nazioni guida come Australia, Inghilterra e Sudafrica. La svolta all’Europeo 1998 in Olanda, quando battiamo l’Inghilterra nel playoff salvezza: un’onta per loro. Non la fanno retrocedere, allargando il numero delle partecipanti, mentre a noi contestano la presenza di oriundi, a cominciare da Joe Scuderi, autore di una prova monumentale. Per protesta ci ritiriamo prima delle qualificazioni mondiali, poi troviamo un compromesso».
L’Italia del Mondiale, capitanata dal 42enne Wayne Madsen (al secondo Mondiale: il primo con il Sudafrica, nel 2006, nell’hockey su prato…), è composta da 10 oriundi e 5 asiatici italiani. Per questo alcuni non la vivono come una reale Nazionale azzurra: «È vero – osserva Gambino –, giocano tutti all’estero, ma perché il livello del campionato italiano non è all’altezza. Un po’ come accade per i nostri big del rugby. Sono forti, non possono stare a livelli bassi. Per questo qualcuno fatica a identificarsi con questa Italia. Dopo il Mondiale si dovrà trovare la maniera di far coesistere i due mondi, ci deve essere un collegamento».
«A testa alta… cercando di non prenderne troppe»
Alla fase finale – che sarà trasmessa da Sky Sport – ci siamo qualificati giungendo secondi alle spalle dell’Olanda e davanti a Jersey, nostro avversario storico e singolare presenza delle isole inglesi (insieme con Man e Guernsey) in uno sport d’altri tempi, vissuto come una religione nelle ex colonie dell’impero britannico. Ora ci toccheranno, nell’ordine, Scozia, Nepal, Inghilterra e Indie Occidentali in quello che è uno dei tre format previsti per il cricket: Test cricket, dove sono tutti vestiti di bianco e disputano partite infinite di cinque giorni; One day cricket, su 50 over di sei lanci per un totale di 300 lanci e una durata di più o meno otto ore; T20, con 20 over per un totale di 120 lanci e match lunghi intorno alle tre ore.
Una tripartizione che segna anche la gerarchia delle Nazionali. Ai Test cricket prendono parte 12 nazioni, ai One day cricket sono 32, al T20 sono 120. «Andiamo là per uscire a testa alta, cercando di non prenderne troppe – conclude Gambino –. I conti sono presto fatti: sono presenti 19 delle prime 20 nazioni al mondo, più noi che siamo la numero 28…».
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