«Io, tra i 67 francesi arrestati perché manifestavo in silenzio per la famiglia. Ecco come è andata»

Intervista a David van Hemelryck, tra i 67 giovani francesi arrestati vicino all’Assemblea nazionale. Il racconto di 17 ore di prigionia per una protesta silenziosa contro il matrimonio gay.

«Hanno cercato di intimidirci, trattandoci male e infrangendo la legge. Questo ci ha stupiti e demoralizzati. La polizia ascolta la politica, invece della giustizia: ci hanno tenuto 17 ore in prigione contro la legge, perché prima di poter contattare un avvocato sono passate 14 ore». David van Hemelryck (nella foto) è un imprenditore di 30 anni di Orléans, laureato al Politecnico, ha due decorazioni ricevute in marina. Ex ufficiale di marina, non era mai stato in prigione. Almeno prima del 14 aprile, quando insieme ad altre 66 persone che manifestavano vicino all’Assemblea nazionale contro la legge sul matrimonio e adozione gay è stato arrestato solo perché «lo Stato francese non sopporta che noi giovani protestiamo pacificamente e ci opponiamo alla sua legge. Chi si oppone deve essere per forza un fascista, ma noi difendevamo la famiglia e lo Stato questo non lo tollera».

Che cosa è successo verso l’una di notte del 14 aprile?
Sono stato arrestato e portato in commissariato insieme agli altri 66. Prima di domenica sera, noi del Camping Pour Tous [associazione collegata alla Manif Pour Tous] per 19 giorni ci siamo trovati a fare pic-nic nei giardini del Lussemburgo, davanti al Senato. Portavamo le maglie con il logo della Manif e appena la polizia le vedeva ci prendeva e ci portava fuori [come avvenuto a Franck Talleu, ndr]. Ora che la legge è tornata all’Assemblea nazionale, abbiamo cambiato postazione e ci siamo messi con le tende vicino alla Camera. Siamo rimasti così, a fianco delle nostre tende, in silenzio e la polizia ci ha trascinati dentro a camionette verso un commissariato.

Perché?
Perché disturbavamo, ma in realtà quello è un luogo dove moltissimi manifestanti hanno l’abitudine di piantare le loro tende. Ci sono state madri che sono rimaste lì 250 giorni, ivoriani che chiedevano che la Francia intervenisse in difesa dell’ex presidente Laurent Gbagbo sono rimasti lì per dei mesi. Insomma, è il luogo dove abitualmente i manifestanti si accampano. Noi abbiamo piantato le nostre tende, e nel giro di venti minuti è arrivata la polizia e in pochi minuti ci ha portato via. Lo Stato francese non sopporta che noi giovani ci opponiamo pacificamente alla sua legge, perché chi si oppone deve essere un fascista che si comporta come tale e lo Stato lo deve bloccare e tutto finisce lì. Ma stavolta c’erano dei giovani che avevano piantato le loro tende per difendere la famiglia, lo Stato non sopporta questo e ci ha portato tutti in commissariato.

Vi era mai successo?
In passato, quando siamo stati portati al commissariato, si trattava di un semplice accertamento dell’identità. Ci chiedevano la carta d’identità, la controllavano e dopo due ore ci lasciavano andare. Stavolta hanno posto in stato di fermo 67 giovani, cioè in stato di prigionia, e la Costituzione precede che un detenuto abbia diritto a ottenere la lettura dei suoi diritti entro tre ore e subito dopo di avere un avvocato. Noi siamo rimasti là 4 ore senza conoscere i nostri diritti e 14 ore senza vedere un avvocato. Quindi si è trattato di un arresto irregolare, lo Stato si è permesso di infrangere la legge, solo per detenere dei giovani manifestanti la cui unica colpa era di starsene seduti ordinati.

Le forze dell’ordine vi hanno spiegato qual era la vostra colpa?
Il motivo ufficiale è di non aver obbedito alla seconda intimazione, al secondo ordine della polizia di andarcene. Noi non abbiamo obbedito a quella richiesta perché ogni giorno ci sono manifestanti che hanno il diritto di restare là con le loro tende e noi invece ce ne saremmo dovuti andare. Non abbiamo ascoltato, abbiamo fatto finta di niente e siamo restati in silenzio. Ci hanno portati al commissariato e siamo rimasti una giornata intera senza poter comunicare coi nostri avvocati. Ci sono volute dodici ore perché potessimo parlare con loro, che hanno contattato la stampa e che hanno fatto emergere lo scandalo, ed è così che siamo potuti uscire liberi.

Siete rimasti sorpresi o spaventati dalle misure prese dalla polizia?
Io non sono rimasto sorpreso che ci portassero al commissariato, perché noi diamo fastidio e perché lo Stato fino ad ora ha scelto sistematicamente di farci sparire e di farci tacere. E quando siamo stati arrestati ci hanno ammucchiati nelle celle, è stato solo il medico legale a imporre di farci uscire. Così alcuni di noi sono stati messi nel corridoio, perché eravamo 20 o 30 in celle di pochi metri quadrati. Siccome il commissariato non era molto grande ci hanno lasciati lì, seduti per terra nei corridoi: lo Stato non aveva previsto che fossimo così tanti! Eravamo accovacciati, comprese le ragazze, in una condizione inaccettabile, contraria alla dignità umana. Questo ci ha sorpreso e ha demoralizzato le ragazze e ha scioccato la Francia e la stampa francese. È stato un tentativo di intimidirci, siamo stati perseguitati dai poliziotti mentre eravamo nel commissariato, non abbiamo avuto accesso agli avvocati e alla fine ci hanno liberato dandoci un foglio dove era scritto che se fra noi c’era un recidivo, si sarebbe fatto tre anni di carcere. Ma stasera faremo il nostro camping davanti all’Assemblea nazionale.

Siete stati multati?
Nessuna sanzione economica ma un richiamo alla legge che ci farà andare in prigione in caso di recidiva se verremo arrestati per lo stesso motivo.

Dopo il caso di Talleu, siete preoccupati da quanto è successo, dalla linea di Hollande e del governo?
Moltissimo. Abbiamo l’impressione che la giustizia e la polizia siano al servizio della politica e non della giustizia.

Perché è successo tutto questo?
Hollande sta calando nei sondaggi e ha molto a cuore questa legge dietro alla quale si muovono lobby potenti. È un tema diventato sensibile e non si può permettere di perdere la faccia su questa legge. Ma davanti a noi giovani che protestiamo in modo pacifico non sa cosa fare: non ci può ignorare, non ci può ridicolizzare perché la nostra è una protesta calma, non abbiamo rotto nulla, nessun eccesso, manifestiamo cantando allegramente per il diritto dei bambini ad avere un padre e una madre. Il governo ha paura di questo, e quando si vede il logo della famiglia per le strade, arriva la polizia e si informa se c’è una manifestazione.

Che lavoro fa?
Ho 30 anni e faccio l’imprenditore ma non lavoro più con altri miei amici perché manifestiamo tutti i giorni in difesa della famiglia. Tanti di noi sono disoccupati, imprenditori, diplomati. In media l’età è compresa tra i 16 e i 30 anni.

Era mai stato in prigione?
Sono un laureato al Politecnico, ho due decorazioni ricevute in marina. Sono stato ufficiale di marina. Non ero mai stato in prigione.

Avete parlato con i poliziotti, erano convinti dell’arresto?
No, molti poliziotti che ci hanno interrogato e letto i nostri diritti mostravano disgusto per quello che stavano facendo ritenendo fosse solo un lavoro politico. Non possono naturalmente dirlo apertamente, perché sono addestrati a farci confessare il nostro delitto e strapparci qualche segreto, ma molti di loro avevano l’aria di chi disprezza ciò che sta facendo, perché questa è politica e non giustizia.