In memoria di don Marco Barbetta, grande educatore

A un anno dalla scomparsa un ritratto del sacerdote che non smise mai di battersi per sostenere la scuola cattolica

Leggere l’umano attraverso la relazionalità e da qui procedere nella conseguente azione educativa: questo è l’aspetto forse il più nascosto, ma profondamente rilevante, della personalità di don Marco Barbetta. Immergersi nel suo ricordo è come percorrere un sentiero di alta montagna: puoi percorrerlo più volte, ma su quel percorso troverai sempre cose nuove. Prospettive diverse, sensazioni forti prima non sentite, che nelle precedenti, forse abbagliato da molteplici bellezze, non sei stato in grado di avvertire, di vedere e apprezzare. Solo alla fine della giornata sei in grado di fare il punto, la verifica di quanto hai incontrato, percepito e vissuto. Così per quanto riguarda don Marco, che ricordiamo nel primo anniversario della morte avvenuta il 17 marzo 2020.

Egli è stato un personaggio che seppe aiutare e orientare i giovani che ha incontrato nelle scuole in cui ha insegnato, ma anche insegnanti e genitori, mettendoli in rapporto costruttivo sia nei riguardi alla dimensione educativa e formativa, sia circa i valori connaturati ad una esperienza di vita. In tutti e con tutti contribuì a motivare idealità e operatività, convinto che il fattore essenziale fosse la relazionalità quale espressione necessaria all’adesione al progetto culturale comune, qualificato dalla partecipazione alla vita della Chiesa secondo l’attenzione e la condivisione di ognuno.

Con i giovani – incontrati nelle scuole cattoliche, all’Università Cattolica e nel movimento di Comunione e Liberazione, nonché con i molti studenti che si radunavano nella parrocchia da lui gestita accanto al Politecnico, per seguire i suoi insegnamenti – seppe accompagnarli entro la propria esistenza, infondendo loro fiducia e attrezzandoli di senso critico. Il tutto senza scossoni, aspettando che ognuno di loro si aprisse, si confidasse, aiutandoli a diventare membri fiduciosi del mondo in cui vivere e arricchendoli di una sempre rinnovata e rinnovanda speranza cristiana.

Evidenziò la chiara necessità di una riqualificazione della “scuola cattolica” come realtà ecclesiale, evitando che abbia a correre il rischio di restare inincidente dal punto di vista educativo, e quindi di ridursi ad un luogo dove se si istruisce ancora, certamente si educa sempre meno. In quest’ottica si attivò affinché tale riqualificazione partisse dal ripensamento dell’immagine e della figura dell’insegnante.

Propose un progetto educativo di costituzione e di ricostituzione di un soggetto educante portatore di un “ethos” educativo integrale. Da qui contribuì all’aggregarsi di genitori-insegnanti-educatori, e all’affermarsi di una coscienza operante, quale condizione necessaria per superare la tentazione della descolarizzazione e per cominciare a riscolarizzare la nostra società in termini veramente nuovi. Il tutto fondato su una vita, un’esperienza personale comunitaria capace di essere propositiva dei valori sperimentali e sollecitante alla loro verifica personale in un orizzonte sempre più vasto. Un “progetto educativo e formazione ricorrente” – realizzato con l’AGeSC, – che ebbe risonanza con la ripresa, a livello nazionale, da parte dell’Osservatore Romano e del quotidiano Avvenire: “progetto” ancora di grande attualità.

Ciò ebbe a rafforzare l’immagine di “scuola cattolica”, in cui egli credette, nella certezza che la scuola o è autenticamente cattolica, o non è.

Con l’AGeSC don Marco tenne un rapporto forte di sostegno, condivisione e proposizione culturale, nonché rapporti di amicizia con alcuni di noi genitori, imbarcati nella grande avventura associativa. Di lui, noi dell’AGeSC, ricordiamo la schiettezza, la grande disponibilità, la sua personalità chiara capace di far passare concetti di vita non sempre assimilabili, tuttavia tali da far riflettere e di porre in atto una rivisitazione personale di ognuno.

Certo di don Marco Barbetta si potrebbero dire molte altre cose, tuttavia il valore della sua presenza, del suo contributo e della sua amicizia, resta tutt’ora indelebile, e tale da farlo considerare, nel corso degli anni, una presenza importante. Nella riconoscenza a lui dovuta, la memoria trova una potente alleata: difficilmente, infatti, si perdono le cose di cui siamo veramente grati.

Si potrebbe dire ancora altro e molto ancora di lui, ma ci aiutano le parole di don Luigi Giussani: «Il presente di un uomo è il compiersi di una storia, che nel tempo conserva ciò che vale e abbandona ciò che non serve al cammino. La creatura uomo è serena, aperta al buono e al giusto, tenace, capace di sopportare, lieta di ogni cosa che valga la sua letizia, quando sa appartenere. Un uomo è forte, una responsabilità è attiva, un gruppo, un popolo sono creativi solo se sanno a chi appartengono».