Impeachment. Il rischio è di passare dalla padella Trump alla brace Warren

Se Trump e Biden venissero azzoppati dalla guerra di rivelazioni che ci saranno nei prossimi mesi, potrebbe spuntarla Elizabeth Warren, un’ultraprotezionista dichiarata

Avviando formalmente le procedure per l’impeachment del presidente Donald Trump, accusato di avere abusato dei suoi poteri per colpire il suo potenziale avversario alle elezioni presidenziali del 2020, la Camera dei Rappresentanti a maggioranza democratica ha deciso di trasformare in guerriglia giudiziaria e mediatica i 14 mesi che separano gli Stati Uniti dal voto, e di paralizzare di fatto le attività legislative, con conseguenze imprevedibili nel caso che la situazione economica evolvesse verso una stagnazione o una recessione. Intervenire con uno stimolo fiscale diventerebbe virtualmente impossibile, coi rappresentanti dei due partiti del Congresso raccolti nelle rispettive trincee a preparare assalti e contrattacchi per abbattere o per difendere il capo dello Stato.

GUERRA ALL’IRAN PER USCIRE DAI PASTICCI

C’è pure il rischio, non del tutto remoto, che se Trump si sentisse messo veramente all’angolo dalle accuse e in imminente pericolo di impeachment, potrebbe decidere di impegnare gli Stati Uniti in un conflitto militare all’estero per distrarre l’attenzione dalla crisi domestica e bloccare di fatto le procedure per la sua rimozione, venendo la sicurezza nazionale prima di ogni altra cosa: le tensioni con l’Iran, finora abilmente gestite in un’ottica elettorale interna, potrebbero essere sfruttate mettendo in campo l’opzione militare fino ad oggi sempre scongiurata.

Anche se la materia delle accuse è scottante e suscettibile di un esito nefasto per il presidente, la probabile strategia dei democratici non è di arrivare subito al voto per l’impeachment, ma di tenere sulla graticola Trump e indebolirlo con un crescendo di deposizioni e rivelazioni alle commissioni parlamentari incaricate di raccogliere le prove, per arrivare all’appuntamento con le urne con un capo di Stato uscente alle corde nei sondaggi. Ciò è tanto più credibile in quanto al momento il Senato a maggioranza repubblicana non sembra propenso ad appoggiare un’iniziativa che appare, nonostante i riscontri oggettivi, politicamente targata: è dall’inaugurazione dell’amministrazione Trump che i democratici preannunciano la messa in mora del presidente; la telefonata fra il capo di Stato americano e quello ucraino Zelensky nel corso della quale quest’ultimo è stato sollecitato ad aprire un’inchiesta giudiziaria sul democratico Joe Biden e su suo figlio Hunter rappresenta certamente un fatto nuovo rispetto al poco emerso riguardo al cosiddetto Russiagate, ma Trump e i suoi legali sono in grado di organizzare una decente difesa.

E SE FOSSE UN BOOMERANG PER I DEMOCRATICI?

Nella telefonata Trump non lega esplicitamente la fornitura di aiuti Usa all’Ucraina all’apertura di un’inchiesta sull’esponente democratico e il figlio, anche se effettivamente gli aiuti militari a Kiev erano stati sospesi alla vigilia della telefonata. E può difendersi ricordando che la lotta alla corruzione è parte della politica estera americana: Joe Biden sarebbe responsabile di manovre che hanno portato all’estromissione del procuratore ucraino che aveva aperto un’indagine su un’azienda locale nel cui consiglio di amministrazione sedeva il figlio Hunter.

I democratici potrebbero avere sbagliato completamente i conti, avendo gettato le basi per uno scenario nel quale il presidente Trump si presenta come vittima di un complotto dello “Stato profondo” (la talpa che ha denunciato l’esistenza della telefonata compromettente è un agente della Cia distaccato presso la Casa Bianca) che vuole toglierlo di mezzo per avere esteso la lotta alla corruzione a esponenti di vertice del Partito democratico e più in generale per essersi sempre mosso fuori dalle regole dell’establishment. La procedura di impeachment diventerebbe l’asset più importante della campagna elettorale di Trump per farsi rieleggere. A pensarla così sembra essere la stessa speaker democratica della Camera Nancy Pelosi, che in passato ha fatto ostruzionismo verso quanti volevano avviare la procedura di interdizione del presidente a partire dai contenuti del Russiagate e che quando martedì scorso ha annunciato l’apertura della procedura «sembrava una alla quale stavano estraendo i denti», ha scritto Edward Luce sul Financial Times.

DALLA PADELLA ALLA BRACE

C’è infine una terza ipotesi, per nulla peregrina, da tenere in considerazione: la guerra delle rivelazioni che accompagnerà le indagini finalizzate all’impeachment, comunque si concluda, potrebbe azzoppare fatalmente sia Trump che il favorito delle primarie del Partito democratico Joe Biden. Questo spianerebbe la strada al terzo incomodo, la senatrice Elizabeth Warren, in questo momento alle spalle di Biden nei sondaggi relativi allo sfidante democratico per le presidenziali del 2020. La Warren incarna il populismo di sinistra che ha preso corpo come reazione e presa di coscienza della sinistra del Partito democratico dopo la sconfitta di Hillary Clinton alle presidenziali del 2016.

Come scrive Ambrose Evans-Pritchard sul Daily Telegraph, «costei è un’ultraprotezionista dichiarata, diversamente da Trump che almeno a parole si dice favorevole alla libertà di commercio. Propone una variante americana del corbynismo (da Jeremy Corbyn, leader del partito laburista britannico). Seguace del neo-marxista francese Thomas Piketty, vuole una tassa patrimoniale, sanità gratuita per tutti, cooptazione dei lavoratori nei Consigli di amministrazione e l’immediata chiusura dell’industria del petrolio e del gas di scisto (fracking). Vuole anche una attiva politica di svalutazione del dollaro. Questo significa guerra valutaria».

Per chi pensava di liberarsi dalle spire del sovranismo e di tornare ai fasti obamiani della cooperazione internazionale liberandosi di Trump, sarà un po’ come cadere dalla padella nella brace.

Foto Ansa