I movimenti da Francesco, il Papa che invita la Chiesa a «uscire da se stessa»

I primi due mesi di papa Bergoglio visti da vicino (con retroscena inediti)

«Camminare, edificare, confessare». Sono questi tre “movimenti” a identificare i cristiani e la Chiesa, ha detto papa Francesco in una delle sue omelie di inizio pontificato. Sabato 18 maggio, all’interno degli eventi organizzati per l’Anno della fede voluto da Benedetto XVI e che il nuovo pontefice ha deciso di mantenere, Francesco incontrerà i movimenti ecclesiali in piazza San Pietro. Sarà una ulteriore occasione, dopo soli due mesi dalla sua elezione (13 marzo 2013), per capire e approfondire il “programma” del suo pontificato.

Del ruolo e del significato dei movimenti, amati da Wojtyla e Ratzinger e la cui presenza è richiesta da molti vescovi in paesi di missione, si è fatto nel dibattito ecclesiale un uso “politico” e artificioso. Non sono finiti i rinfocolatori che attizzano la sterile polemica che li pone in alternativa alle parrocchie. Non alla loro funzione strumentale, ma alla loro natura si era interessato Giovanni Paolo II quando definì i carismi «coessenziali» alla istituzione della Chiesa. Che alcuni abbiano reso questo riconoscimento fonte di orgoglio invece che di responsabilità non ne cambia il valore e la portata per la coscienza che la Chiesa universale e le Chiese particolari devono avere di sé. Semplificando, come noi giornalisti siamo portati e obbligati a fare, la Chiesa è se è in movimento: verso l’uomo e verso Cristo, diceva papa Wojtyla nella sua prima enciclica, la Redemptor Hominis.

Papa Francesco traduce e sintetizza i tre “movimenti” citati nell’idea evangelizzatrice e missionaria della Chiesa. Nel suo libro-intervista con i giornalisti Sergio Rubín e Francesca Ambrogetti, El Jesuita, l’allora cardinale Bergoglio disse: «Vedo spesso una Chiesa che amministra la fede, vorrei una Chiesa che trasmette la fede». E a proposito della valorizzazione del ruolo dei laici (i movimenti sono, appunto, “laicali”), aggiunse: «I laici sono una risorsa, diventano un problema quando vogliono clericalizzarsi. Invece per andare incontro alla gente basta il battesimo». Da cardinale, Bergoglio citava spesso l’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi di Paolo VI, soprattutto quel passaggio in cui dice che «se il Figlio è venuto, ciò è stato precisamente per rivelarci, mediante la sua parola e la sua vita, i sentieri ordinari della salvezza», commentando: «È l’ordinario che si può fare in chiave missionaria». Ad essa si è ispirato per la stesura del documento finale della Conferenza dell’episcopato latinoamericano di Aparecida del 2007, arrivando a dire che «il documento di Aparecida è l’Evangelii nuntiandi dell’America latina», perché la Chiesa «per restare fedele a sé stessa deve uscire», deve essere missionaria. È questa sua impostazione di apertura che ha riavvicinato molti alla fede, al sacramento della penitenza o quantomeno a un interesse per la Chiesa. Apertura confusa, negli schemi mediatici, con l’aperturismo progressista sulle tematiche alle quali un certo pensiero laico vorrebbe inchiodare, paralizzandola, la Chiesa. Invece, la sua capacità comunicativa, l’immediatezza nel rapporto con le persone e la sua semplicità sono il riflesso di questo essere in movimento e non chiusi in sé che papa Francesco vorrebbe trasmettere alla Chiesa.

Quattro gesti chiave
Il cardinale Ratzinger, prima di diventare Benedetto XVI, attaccò «l’auto-occupazione della Chiesa». Da cardinale e da papa, Bergoglio lancia i suoi strali contro lo stesso peccato usando la definizione di Henri De Lubac, la «mondanità spirituale». «È il pericolo più grande per la Chiesa, per noi, che siamo nella Chiesa», disse in un’intervista. «La mondanità spirituale è mettere al centro se stessi. È quello che Gesù vede in atto tra i farisei: “Voi che vi date gloria. Che date gloria a voi stessi, gli uni agli altri”». «Si deve evitare la malattia spirituale della Chiesa autoreferenziale: quando lo diventa, la Chiesa si ammala», ha precisato in un’altra occasione. Alla luce di questa impostazione assume carattere programmatico il discorso pronunciato il 9 marzo 2013 dall’ancora cardinale Jorge Bergoglio alle Congregazioni generali precedenti il Conclave. Ne conosciamo il contenuto, che dovrebbe essere coperto da segreto, perché il cardinale Jaime Ortega gli chiese il testo. Bergoglio, che aveva parlato a braccio, disse di avere solo qualche appunto, ma il giorno dopo consegnò al porporato cubano – «con molta delicatezza» – un foglio scritto di suo pugno con riportate le sue parole così come la memoria le ricordava. A richiesta di poterne divulgare il contenuto disse di sì (vedi box a pagina 10).

Ha qui radice la vera “rivoluzione” che in molti si aspettano e che qualcuno paventa. La riforma della curia romana avrà in quest’ottica di apertura la sua direttiva. Sinora l’azione riformatrice di papa Francesco si è esplicata in quattro gesti: la scelta del nome, la sottolineatura costante del suo essere pontefice in quanto “vescovo di Roma”, la decisione di non andare a vivere nell’appartamento pontificio, la nomina di un consiglio di otto cardinali con cui studiare la riforma della curia.

Un appartamento deprimente
Sul nome si è già detto tutto, basti ora ricordare che il richiamo della povertà di cui san Francesco d’Assisi è simbolo implica che l’unica ricchezza della Chiesa è la fede in Cristo. Anche sulla definizione di “vescovo di Roma” si è detto molto, così come sulla citazione di Ignazio di Antiochia che parla della chiesa dell’Urbe come «prima nel servizio della carità», parole peraltro usate spesso anche da Benedetto XVI e che hanno avuto riscontri ecumenici positivi soprattutto da parte della Chiesa ortodossa.

La scelta di non occupare l’appartamento pontificio, anche se non definitiva, è un primo segnale di cambiamento nei rapporti con gli uffici della curia vaticana. Molti commentatori vi hanno letto il rifiuto dello sfarzo che contraddistinguerebbe quei locali. Ma non si tratta di questo. Papa Francesco lo ha confidato ad alcune persone che hanno la possibilità di consultarlo con frequenza: «Ma quale sfarzo, mi sono sembrati piuttosto sobri (caratteristica sottolineata anche da due famosi giornalisti, Indro Montanelli e Piero Ostellino che vi erano stati ospiti), il problema è che sono troppo grandi, devo prendermi il tempo per pensare a come riempirli con una comunità… Io là dentro mi sentivo sperso e depresso, e il Papa non può essere depresso». Depresso, isolato e sommerso da una mole di dossier accatastati sulla scrivania dalla segreteria di Stato. Il primo segnale è questo: voglio avere un rapporto diverso e più diretto con coloro che dovranno essere i miei collaboratori. E infatti li sta ricevendo tutti, uno a uno. L’accentramento burocratico della segreteria di Stato ultimamente aveva reso difficili anche le udienze dei cardinali capi di dicastero con il Pontefice, si sono verificati casi di attesa di qualche mese.

La solitudine di ogni decisione
L’atto di governo più clamoroso di papa Francesco, e più mediaticamente sottolineato, è stata la nomina di un organismo composto da otto cardinali che avranno il compito di consigliarlo nel governo della Chiesa universale e di studiare un progetto di revisione della costituzione apostolica Pastor bonus sulla curia romana. Si sono sprecati sui giornali commenti in nome della collegialità, della democratizzazione della Chiesa se non addirittura del metodo assembleare che ne avrebbe contraddistinto il governo dopo queste nomine. Si è trattato, invece, del gesto più monocratico e insieme più realistico con il quale il Papa ha dato segnale del suo stile di governo. D’altronde già nel 1982 l’allora cardinale Joseph Ratzinger scriveva che «l’idea di un Consiglio collegato al vescovo è del tutto in linea con l’antica tradizione della Chiesa; anche la tradizione monastica ha sempre attribuito grande importanza al “Capitolo”. Va da sé che le forme di tali “Consigli” possano cambiare e che debbano essere adeguate alle condizioni del momento».

«Bisogna sempre ricordarsi che è un gesuita tradizionale», dice chi lo conosce bene (e, in nome di questo suo attaccamento alla dottrina che la Chiesa tramanda, quando era provinciale argentino dei gesuiti si oppose con forza alla gestione di Pedro Arrupe e al sostegno alla teologia delle liberazione che ne conseguiva). «È una persona che ascolta veramente tutti, ma che poi decide in prima persona. Un realista che sa che se vuole riformare la Chiesa non può farlo da solo, ma ha bisogno degli alleati necessari».

La solitudine ultima di ogni decisione è un tratto che il cardinale Bergoglio rivendica con decisione nel libro-intervista citato, e la vicenda del consiglio degli otto cardinali ne è la conferma. Quando espresse la volontà di circondarsi di un organismo di consiglieri qualcuno gli propose di avvalersi del Consiglio ordinario della segreteria generale del Sinodo, dodici vescovi eletti alla fine di ogni Sinodo e tre di nomina pontificia. Pare che Francesco abbia risposto: «Quelli sono i rappresentanti eletti dai vescovi, io voglio scegliere i miei consiglieri». E una volta nominati gli otto cardinali avrebbe respinto anche il consiglio di formalizzarne la nomina in una commissione: «Non voglio un altro organismo burocratico, voglio un consiglio» (i virgolettati, ovviamente, sono un escamotage linguistico utile a chi scrive e a chi legge, ma riportano il contenuto di testimonianze dirette).

Va detto, infine, che Jorge Mario Bergoglio, per sua stessa ammissione (nel libro-intervista confessa che la sua prima reazione di fronte ai problemi è di solito sbagliata), è un uomo che vuole darsi tempo per prendere le decisioni. E non è un leader che umilia le persone, anche se sbagliano. Non ci si devono quindi aspettare – dice chi ha avuto l’opportunità di collaborare con lui – cambiamenti clamorosi in curia prima dell’estate. È certo che i vertici della segreteria di Stato cambieranno, ma è improbabile che a sostituire il cardinale Tarcisio Bertone sarà monsignor Pietro Parolin, attuale nunzio in Venezuela di cui Bergoglio si fida molto, come qualcuno ha scritto. «Parolin è persona di fede e diplomatico di grande esperienza – dice un funzionario vaticano di lungo corso che lo conosce bene –, ma sarà più prezioso e utile come segretario per i rapporti con gli Stati, il ministro degli Esteri vaticano, un incarico strategico per papa Francesco». Inutili, per ora, anche le voci e le previsioni sul futuro segretario di Stato. Nonostante le continue citazioni sui media del cardinale Giuseppe Bertello, uno degli otto consiglieri del Papa, non pare, a chi ne ha parlato con il pontefice, che il prescelto verrà da quel gruppo.

Gli appunti di Ratzinger
In attesa, infine, della sua prima enciclica (sono insistenti le voci di un documento sulla fede, al quale ha lavorato a lungo il suo predecessore: Francesco potrebbe utilizzarne gli appunti come Benedetto fece con quelli di Giovanni Paolo II per la Deus Caritas est), il Papa procede con il suo magistero quotidiano delle omelie mattutine nella cappella di Santa Marta. I testi non appaiono sul sito della Santa Sede tra i discorsi ufficiali del Pontefice, ma ufficiosamente vengono pubblicati sull’Osservatore Romano. Un Papa che parla tutti i giorni? Qualcuno storce il naso, ma lui agli intimi confida: «Mi alzo alle cinque, prima delle sette e mezza ho almeno due ore per pregare, meditare e pensare a quello che dico».