Gli imperdibili e le peggio ciofeche del 2016. Un anno Fortunato al cinema

Il nostro pazzo pazzo recensore passa in rassegna il 2016, portandosi a casa in special modo un horror, un film da squarciare lo stomaco e il solito inossidabile Clint

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

La prima volta non si scorda mai. Del resto come si potrebbe dimenticare? Venerdì 27 ottobre 2000 esce il nuovo film di Peppuccio Tornatore, Malèna, con la divina, scosciatissima Monica Bellucci. Due giorni prima ero andato a vederlo in anteprima stampa all’Odeon Multisala di Milano. Mi aveva mandato il megadirettore Amicone. Mi aveva detto, con il suo savoir-faire, a me, pischello vagamente cinefilo e senza un minimo di esperienza: vai vai, spacca tutto. E io ci ero andato, baldanzoso e un po’ strafottente. Mi ero ritrovato a una specie di party di benvenuto dove si mangiavano a sbafo tartine con la senape e mi aveva accolto l’ufficio stampa che si prodigava in inchini anche se poi ti guardava storto. Mi ero riempito di olivette e focaccine e ci avevo dato dentro con l’alcol.

Insomma, non conoscevo nessuno e lì era tutto uno sbaciucchiamento tra critici, addetti stampa, tizi della distribuzione, e invece a me non baciava nessuno e quindi bevevo. Avevo fatto incetta delle foto di scena, di quelle che in teoria dovevi portare in redazione e invece me le ero tenute io. Ce le ho ancora, da qualche parte: ritraevano tutte Malèna. Malèna con le zinne di fuori. Malèna con una zinna mezza di fuori. Malèna scosciata. Malèna scosciata ferita e sanguinante. Malèna in reggiseno trasparente. Malèna che piange in reggicalze. Malèna in mutande.

Ecco, il film era una roba così. C’era la Bellucci sempre nuda e sullo sfondo una storia di nazisti e partigiani che poi chissenefrega se hai da vedere la Bellucci nuda. Mi fece abbastanza schifo ma la Bellucci era una meraviglia. Combattuto tra il 10 alle tette della Divina e il 2 alla storia, ne venne fuori un 6 striminzito e una minirecensione dove mi sforzavo di trovare il senso di una storia che si perdeva suppergiù al secondo capezzolo puntuto. Fu la mia prima recensione, il mio primo voto a un film, la prima cosa scritta per questo giornale.

Le uscite natalizie
Sedici anni e passa dopo, diecimila e rotti film dopo, ridiamo i numeri passando in rassegna un bell’anno, a conti fatti. Partiamo dalla fine: a Natale sono usciti dei buoni film accanto alle inevitabili ciofeche. Erano molto buoni Rogue One (voto 8,5), spettacolare, con tante buone trovate di un regista in gamba, e GGG (7,5) del caro vecchio Steven Spielberg, uno che non sbaglia mai un film: una bella storia ad altezza di ragazzo, forse non il massimo della profondità. Ci ha fatto molto ridere Poveri ma ricchi (7), che tra i cinepanettoni svettava per il mestiere di De Sica & Co. e poi per quella donna eccezionale che è la signorina Silvani, Anna Mazzamauro (nel film pericolosamente somigliante al neo ministro della Pubblica istruzione). Facevano abbastanza pena i poveri Aldo, Giovanni e Giacomo con il misero Fuga da Reuma Park (4), inutilmente volgare e vecchissimo nelle gag. Era un po’ meglio il film targato De Laurentiis, Natale a Londra, in realtà girato in Trentino (voto 5), con un’unica battuta degna: Lillo che si chiama Ottone di cognome e di nome Erminio. Erminio Ottone. Nulla a che a vedere con Quo vado? di Zalone, grazie a cui noi lavoratori del cinema abbiamo stappato champagne per mesi, che era non originalissimo ma di tutt’altra pasta (voto 7,5).

Gli altri di Natale: Oceania, solito gran spettacolo della Disney dal punto di vista visivo ma senza troppi guizzi (voto 7), Miss Peregrine di Tim Burton che finalmente torna alle sue atmosfere migliori e strappa un buon 7,5, mentre il fantascientifico Passengers ha molte trovate visive ma ha una storia che si avvita su se stessa nonostante la presenza della Lawrence che fa sempre la sua porca figura (6 striminzito).

Una grande storia sulla speranza
Il migliore, però, dei film di dicembre è stato senza dubbio il film numero 38 dell’ottantaseienne Clint, Sully (9), che non è semplicemente la rievocazione di un clamoroso incidente aereo (o peggio, come hanno scritto alcuni, non è certo il film che “celebra l’uomo trumpiano”, qualunque cosa intendessero), ma è il racconto asciutto, come è nel suo stile, del contributo che ciascuno di noi può portare in questo mondo brutale. Fare il proprio mestiere bene, essere scrupolosi, metterci la faccia, guardare con amore all’altro. Ecco, Clint è uno così, uno che fa film di questo tipo da quasi trent’anni.

In ordine sparso, quest’anno abbiamo visto parecchie cose notevoli: il film più bello, riuscito e inaspettato è stato Room (10), storia da distruggerti lo stomaco ma gran regia, interpretazione formidabile dei due protagonisti e soprattutto un grande film sulla speranza, su una via di fuga nel cielo – il lucernario – dentro un’esperienza di male e di colpa che sembra non dare tregua. Anche dal Male più grande, misteriosamente, può venir fuori letteralmente una strada per te e una compagnia. Sono dei grandi film anche The Revenant (8,5), più per la regia che lascia senza fiato che per l’interpretazione di Di Caprio che altrove ha fatto meglio; Il libro della giungla (8), un altro film splendido sotto l’aspetto tecnico. E ancora: il brutale, selvaggio Animali notturni (9), una storia complessa con personaggi e situazioni violente che non ti lasciano tranquillo per giorni, un viaggio simbolico e notturno nella morte, nel lutto, in tutto ciò che abbiamo amato e che abbiamo perso.

Un film italiano ha fatto il botto. Ancora Virzì, quello de Il capitale umano e – il più bello di tutti – Tutti i santi giorni. La pazza gioia (8) è un bell’esempio di commedia drammatica, con un cast notevole e una storia che, pur con qualche forzatura narrativa, mette insieme i cocci di una famiglia perduta. Altri film italiani validi: l’adrenalinico Veloce come il vento (7,5); l’originale Lo chiamavano Jeeg Robot (7,5) e Perfetti sconosciuti (8), amaro ma ben sceneggiato.

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I supereroi e il superfazioso
E poi c’è stato il ritorno di Stallone, colpevolmente dimenticato agli Oscar. Creed (8,5), a metà tra il sequel e lo spin-off, è un gran film per tensione narrativa, definizione dei personaggi e tono nostalgico, dove Stallone si ritaglia un ruolo commovente e mai patetico. Un omaggio a un cinema che non c’è più, quello delle star tutte d’un pezzo, non semplici indossatori, ma gente viva che ci metteva la faccia, che credeva nel progetto (e anche nei quattrini derivanti da esso) e teneva in piedi film senza storia, con effetti traballanti e sceneggiature piene di buchi. Gente come Arnold, Sly, Bruce, eccetera. Che nostalgia.

So di non giocare in casa ma Il caso Spotlight è un film che funziona (8), non spettacolarizza il dramma, per quanto sia fazioso. Ma si possono amare anche i film faziosi, no? Eppoi è girato da dio, ha un impianto narrativo che riprende certo cinema d’inchiesta degli anni Settanta. Tanti anche i film medio alti: quasi tutti i supereroi: Strange (7,5) con un grande Cumberbatch, Captain America: Civil War (7,5) e il suo grande spettacolo. X-Men: Apocalisse (7) è meno efficace dei precedenti ma ha talmente tanti personaggi da farci una dozzina di sequel e spin off; Deadpool (7), volgarissimo e scorretto, brilla per la performance di quell’altrimenti ciofeca di Ryan Reynolds che si piglia per i fondelli da solo. Il più brutto, ma non orribile, era Batman v Superman (6), una cosa scritta male male dove non si capisce né per quale motivo i due se le diano di santa ragione per due ore e passa di film né perché ritornino amici. Il più riuscito, nonostante i tanti problemi in produzione e i tagli qua e là, è stato Suicide Squad, davvero potente nella definizione dei personaggi e nel tentativo di trovare una strada alternativa all’universo Marvel. E poi quella pazza furiosa di Harley Quinn, un po’ zoccola un po’ sciroccata, è davvero irresistibile (voto 8).

Animazione tutta di qualità almeno tecnica, sulla scia dei capolavori Pixar. I migliori sono Alla ricerca di Dory (voto 8) e Zootropolis (7,5). Il primo non raggiunge i vertici di Nemo ma è ricco di spunti profondi; l’altro è divertente, ha un sacco di personaggi e una storia coerente. In seconda fascia gli altri animali di Pets (voto 6,5, ma Sing, della stessa casa e uscito da pochi giorni, è divertentissimo); L’era glaciale 5 (6), che ormai replica senza troppa fantasia gag e situazioni già viste; Kung Fu Panda 3 (6,5), un po’ bolsetto ma ben fatto. Più un certo numero di pellicole di animazione di livello più basso ma nel complesso sufficienti: Il viaggio di Norm, Kubo, Angry Birds, Cicogne in missione (voto 6 per tutti). Erano una rottura di palle notevole il sequel delle Tartarughe Ninja, con loro che ci provano con Megan Fox, mentre Il drago invisibile è un buon remake (voto 7).

Una strega memorabile
Rimanendo in zona teenager, Animali fantastici ci è parso troppo lungo, ma noi non sopportiamo Harry Potter, e lui ci pare fuori ruolo, però il film è ben diretto, pur senza grandi invenzioni (voto 7). Abbiamo dormito per metà Allegiant, brutta copia di Hunger Games, a sua volta brutta copia di certi film anni Ottanta (voto 5 alla prima parte), mentre sia PPZ sia Il cacciatore e la regina di ghiaccio cercano di bissare il successo di Maleficent senza troppo impegno. Il primo ha una storia che fa ridere i polli e non è mai verosimile (voto 4,5), il secondo ha almeno Charlize che salva capra e cavoli (6). De La quinta onda ho rimosso praticamente tutto appena uscito dalla sala, ma era piattissimo (5, sulla sfiducia). Ghostbusters invece ce lo ricordiamo purtroppo bene: una cosa che non si capisce come potesse funzionare, con quattro interpreti che fanno ridere a sprazzi (4,5).

Quest’anno si è un po’ ravvivato il filone cosidetto religioso ma con esiti banali. Risorto era il meno peggio (5) ma senza un briciolo di sentimento religioso autentico. Almeno non era girato come una soap opera, al contrario di Ben-Hur (3), un disastro sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista dell’interpretazione dell’opera di partenza. Anche questo comunque è un film che si dimentica già sui titoli di coda. C’era più senso religioso in alcuni horror, come ogni tanto accade. Alcuni erano orrendi, mal fatti, mal strutturati. Man in the Dark (5) ha una storiella di poco conto con dei tizi presi in ostaggio da un cieco; Lights Out se la gioca male sulla suspense (4,5); un po’ meglio Ouija: L’origine del male che ha almeno una buona produzione alle spalle (6,5). Era ottimo The Conjuring – Il caso Enfield (voto 8), sequel del film omonimo, diretto da un grande e giovane talento del genere (James Wan, quello che si è inventato la saga di Saw e ha diretto uno dei capitoli migliori di Fast & Furious, il settimo). È la storia di una coppia di cattolici che compie esorcismi, gli unici laici riconosciuti dalla Chiesa. Un bel taglio anni Settanta, un bell’affondo nei dubbi della fede. Gran tensione e grande spettacolo in It Follows (voto 8), con ’sta creatura che insegue il malcapitato che può passare la maledizione solo per via sessuale. Regia notevole e forte componente simbolica: sembra un film del miglior Craven.

Ma lo spettacolo viene da un film che non ti aspetti, The Witch, diretto da un esordiente e ambientato nel New England del Seicento. Dialoghi scritti in inglese arcaico, scenario da Flannery O’Connor con una famiglia rigidamente piegata alla religione che viene cacciata da un villaggio e va a vivere vicino a una foresta in cui ha attecchito il Male. Roba forte, non per tutti. È una rappresentazione cruda e senza speranza della lotta tra il bene e il male. Per chi scrive, un film memorabile (10).

Da Star Trek ai Trafficanti
Non era un horror ma un fanta horror il soprendente 10 Cloverfield Lane, girato con due lire e lanciato quasi di nascosto (7,5). Ha una buona tenuta ed è meglio di Star Trek Beyond (7), solido ma senza guizzi, molto meno riuscito dei precedenti. Conviene recuperare anche Mine (7), filosofico e non banale, diretto da due registi di San Donato Milanese; il danese Land of Mine (7), che riprende una storia triste della Seconda Guerra mondiale con protagonisti i prigionieri tedeschi; Deepwater (7,5), spettacolare e solida rievocazione di un disastro petrolifero; Julieta (8), il ritorno al grande melodramma di Almodóvar dopo le sciocchezze degli ultimi anni; 13 Hours che, al di là della retorica, è un buon film d’azione ambientato nella Libia di oggi (7); Paradise Beach (7) se vi piacciono squali e ragazze in bikini; I magnifici 7 (7,5) se apprezzate Denzellone Washington e il western in generale; Pericle il nero (6,5) se vi piace Scamarcio che lo piazza in quel posto (letteralmente, non è un modo di dire) ai poveri cristi che non pagano il pizzo; 7 minuti (7,5) se vi piacciono i film con sole donne protagoniste, impostazione teatrale, il lavoro come tema; Paterson di Jarmusch (voto 7,5) se vi piacciono film in cui non succede nulla ma in cui in qualche modo vi immedesimate nel protagonista un po’ depresso, a cui non succede nulla; Eddie The Eagle (7) se vi piacciono i personaggi stralunati; La grande scommessa (7,5), rievocazione acida della crisi economica degli ultimi anni. Menzione d’onore per Sing Street (8) e Trafficanti (8). Il primo è una commedia musicale del regista di Once. È fresco positivo, c’è un sacco di musica anni Ottanta. Il secondo è un altro film che non ti aspetti: la vicenda semiseria e grottesca di due ragazzi che si improvvisano trafficanti d’armi. Due attori magnifici.

Le peggio ciofeche
E ora: gli oribbili, le ciofeche, quelle cose che un po’ ti vergogni pure di averle viste. Independence Day (4) fa venire la nostalgia di un film che era già brutto vent’anni fa ma che almeno aveva degli effetti notevoli. Questo manco gli effetti ha. Era pure peggio il remake tamarrissimo di Point Break (2). Indigeribile. Verdone e Albanese hanno fatto proprio una grossa boiata con L’abbiamo fatta grossa (voto 5), con poco ritmo e sprazzi di comicità. The Legend of Tarzan è il classico film costato troppo con un interprete inespressivo e una storia stravista (voto 4,5). Poi c’erano Inferno, statico, senza ritmo né coerenza (4), e The Neon Demon del nostro amato Refn (quello di Drive), tanto talento buttato via (5). Tarantino non può fare cose brutte, ovvio. Il suo The Hateful Eight però è infinitamente il meno brillante e originale dei suoi film, e poi è francamente troppo lungo (voto 6). Le confessioni con Servillo si parla troppo addosso (voto 4,5), mentre Muccino, da noi difeso per anni, si butta via in una cosa zeppa di cliché su gay e i grandi sogni dei ragazzi che si esauriscono alla fine di agosto. L’estate addosso (voto 2) è tra i peggiori dell’anno. The Accountant ha una sceneggiatura delirante così come lo pseudothriller Conspiracy (5 a entrambi). Brutto brutto Gods of Egypt (3), un sandalone con effetti speciali vecchi di vent’anni. Il sogno di Francesco è un film fantasioso sulla vita del Santo (4,5). Il film di Kim Rossi Stuart, Tommaso, ha più pelo che storia (voto 5), Knight of Cups di Malick è verboso e fa scappare la pazienza (voto 5) e La corrispondenza di Tornatore è semplicemente senz’anima (5).

Il piccolo principe è una scommessa persa: tecnicamente è valido ma c’entra poco o nulla con il romanzo di partenza (voto 5). Orrendo Cell, un catastrofico con gli zombie e Nicolas Cage, ormai confinato nelle produzioni di serie B (voto 2) e capace solo di inanellare un disastro dietro l’altro. Con lui nel 2016 sono usciti anche i debolissimi Pay The Ghost (4) e Dog Eat Dog (4), da un romanzo di Bunker. Rimane da dire di Hardcore, uno sparatutto in prima persona che fa venire la nausea (4), e di Jason Bourne, non il massimo, con lui simpatico come un calcio negli zebedei (voto 6). Il film di Faenza sul caso Orlandi è brutta fiction (La verità sta in cielo, 4). Il peggiore dell’anno è Sausage Party, storia animata di un würstel che vorrebbe entrare in una bella panina e alla fine ce la fa, in un trionfo di senape e maionese (voto zero). Cinema raffinato che ci ha un po’ ricordato l’indimenticabile Uncut di Gionata Zarantonello, uscito nel 2002, la storia in soggettiva di un pene e delle sue fantastiche avventure, visto anni fa in una sala piena di vecchi allupati. Decisamente due film del cazzo.

Gli imperdibili del 2017
Per il 2017 abbiamo già gli imperdibili. È in sala Silence di Scorsese, un gran film sulla fede di un regista contraddittorio ma affascinante. Mel Gibson con il suo La battaglia di Hacksaw Ridge ha già diviso il mondo in due, chi lo ama e chi non lo sopporterà. Ci piace già pur non avendolo ancora visto. Escono anche un musical che farà incetta di Oscar (La La Land), il nuovo film di Lonergan (quello di Conta su di me) con un grande cast, Manchester by the Sea, vari sequel (Pirati dei Caraibi 5, Fast & Furious 8, Guardiani della galassia 2, Transformers 5), il nuovo film di Nolan (Dunkirk), altri supereroi tra cui il nostro preferito (Logan). Funzionerà quasi sicuramente la versione live de La bella e la bestia, mentre non so come sarà il fantascientifico Arrival, ma il regista, Denis Villeneuve, è un fenomeno. E ancora: Lego Batman, che se sarà simpatico anche solo la metà di Lego Movie sarà un bello spettacolo; il sequel della bella commedia Smetto quando voglio; e poi ci sono Jackie con la Natalie Portman che fa Jackie Kennedy e il più imperdibile di tutti, Baywatch, con Dwayne Johnson, Zac Efron e Alexandra Daddario, una con due occhi grandi così, da far impallidire un altro nostro punto di riferimento cinematografico, un’attrice coi fiocchi, la nostra Musa ispiratrice, il motivo vero per cui abbiamo iniziato a fare questo lavoro: Pamela Anderson.

Foto Pixar Animation Studios, Walt Disney Pictures

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