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FOTOGALLERY/Sanità, quelli che si rimboccano il camice

febbraio 4, 2011 Benedetta Frigerio

Diario di una settimana in corsia, tra gli infermieri e gli specializzandi del Sacco di Milano e del san Gerardo di Monza. Un sorprendente ritratto di una diversità che contraddice il cliché della “generazione annichilita”

Pubblichiamo la prima parte dell’articolo “La sana gioventù” uscito sul numero 5 di Tempi, dal 3 febbraio in edicola, insieme alla fotogallery esclusiva.

«In Italia mancheranno 20 mila medici». È l’allarme lanciato in prima pagina dal Corriere della Sera il 22 gennaio scorso. Secondo la Federazione nazionale dei medici, dagli attuali 300 mila professionisti si passerà a 250 mila nel 2015 e a 200 mila nel 2030. I problemi sarebbero «turni massacranti» e «stipendi rimasti al palo».

Per tamponare l’emorragia il Corriere sostiene che il Piano sanitario, che dovrà essere approvato dal Parlamento, punti «su correttivi economici». Ma sono davvero questi i problemi che scoraggiano le nuove leve? Tempi ha passato una settimana in diversi reparti di due grandi strutture ospedaliere, il Sacco di Milano e il San Gerardo di Monza, fra giovani infermieri e medici specializzandi.

«Spasmo coronarico con natura da identificare. Ma è sotto controllo, venite», dice Ivana, infermiera di 40 anni, in pronto soccorso da dodici. La seguono Lucia, 22 anni, infermiera neolaureata, Andrea, 24 anni, infermiere da due, e Chiara, 26 anni, nell’ospedale milanese da tre. I ragazzi guardano Ivana, che spiega: «È la seconda volta per questo paziente: ha una storia lunga che io conosco». Nella stanza a fianco un panettiere sta su una barella: «Non è da urgenza, ma a volte, se la diagnosi non è certa, per cautela mandano qui anche chi non è acuto», spiega Chiara.

Per questo i giovani sono affiancati a infermieri con esperienza, a cui «basta un’occhiata al volto per capire subito il livello dell’urgenza», dice Andrea. I turni sono di otto ore, che si aggiungono alle dieci passate in reparto la notte cinque volte al mese. Ivana ammette che «la responsabilità è grave: devi fare diagnosi in fretta. Perciò, oltre che fisicamente, è dura anche psicologicamente, ma anche se non ci riempiono d’oro non cambierei il mio lavoro con altri: cosa c’è di più appagante della soddisfazione di alleviare, anche solo un minimo, la sofferenza di un altro?».

Leggi tutto l’articolo in formato digitale sul numero 5 di Tempi.

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