Andrea Minuz spiega perché è rimasta ben poca realtà nell’idea secondo cui i soliti noti artisti e intellettuali avrebbero ancora «il potere di far cambiare idea alle persone, in un’epoca in cui le persone stanno più dietro ai meme sui social che ad altro». Un libro
Fabio Fazio e Luciana Littizzetto nello studio di "Che tempo che fa", il salotto più politicamente corretto della tv italiana (foto Ansa)
Quella per l’egemonia culturale è un’ossessione molto italiana, figlia dei Quaderni di Antonio Gramsci (che quasi nessuno di quelli che lo citano ha letto) e di un sistema che ha eretto a dogma – almeno a parole – quello che il sociologo francese Pierre Bourdieu chiamava “il culto della cultura”, il feticismo narcisistico per ciò che è “presentabile” e che diventa strumento di dominio sociale. In Italia si parla sempre degli stessi libri e degli stessi autori, gli scrittori, i registi e gli attori si incontrano e premiano agli stessi festival e negli stessi salotti televisivi. Di egemonia culturale si parla come se fosse una strategia da studiare a tavolino quando si arriva al potere, da una parte, o se ne nega l’esistenza continuando a illudersi di esercitarla dall’altra.
Sul tema ha scritto un bel libro Andrea Minuz, docente di Storia del cinema alla Sapienza di Roma, autore di saggi e firma preziosa del Foglio. Si intitola Egemonia senza cultura, è pubblicato da Silvio Berlusc...
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