Cosa intende papa Francesco quando parla di misericordia, peccato, giustizia

L’intervento del cardinale segretario di Stato vaticano Pietro Parolin alla presentazione del libro-conversazione del Pontefice con Andrea Tornielli

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Riproponiamo dall’Osservatore Romano ampi stralci dell’intervento del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin alla presentazione in Vaticano (foto sopra) del libro Il nome di Dio è misericordia, edito dalla Lev e Piemme, che raccoglie una conversazione tra papa Francesco e il giornalista Andrea Tornielli.

Chi è alla ricerca di rivelazioni scorrendo queste pagine rimarrà forse un po’ deluso: non è un libro in cui Papa Francesco racconta inedite curiosità o particolari aneddoti su se stesso. Non si tratta neppure di un’intervista a tutto campo su questioni di attualità che riguardano la vita della Chiesa e del mondo. Quello che presentiamo oggi è invece un libro con il quale il Papa vuole farci entrare, quasi prendendoci per mano, nel grande e confortante mistero della misericordia di Dio. Un mistero lontano dai nostri calcoli umani, eppure così necessario e atteso da noi pellegrini smarriti in questi tempi di sfide e di prove.

«La misericordia è vera», dice il Papa rispondendo a una domanda dell’intervistatore a proposito del rapporto tra misericordia e dottrina. La misericordia, aggiunge Francesco, è «la carta d’identità del nostro Dio»: un’immagine che ci aiuta a comprendere la reale portata di questa verità cristiana. La carta d’identità, infatti, ci definisce, descrive i dati personali, basilari e oggettivi, da sapere su ciascuno di noi.

Il volume, che si legge agevolmente, ha una caratteristica che è peculiare del suo principale autore, cioè il Papa: è infatti un libro che apre delle porte, che le vuole mantenere aperte e intende indicare delle possibilità, che desidera far almeno balenare, se non brillare, il dono gratuito dell’infinita misericordia di Dio, senza la quale «il mondo non esisterebbe», come ebbe a dire una vecchietta – un’abuela – all’allora monsignor Bergoglio, da poco vescovo ausiliare di Buenos Aires.

È questo un episodio che il Santo Padre ha raccontato nel suo primo Angelus, domenica 17 marzo 2013, che ha ripetuto di recente in un’omelia a Santa Marta e che nel libro descrive con l’aggiunta di qualche particolare in più.

Papa Francesco non ha, in queste pagine, lo scopo di «definire», delimitare, mettere paletti o affrontare la casistica, scendendo nei singoli aspetti particolari riguardanti le scelte di vita delle persone. Permettetemi qui il richiamo a una risposta data nel dialogo con i giornalisti sul volo da Bangui a Roma lo scorso 30 novembre, sollecitato da una domanda sui modi di combattere l’aids che il Papa ha paragonato, a prescindere dalle intenzioni di chi gliela poneva, a quelle che spesso i Dottori della legge facevano a Gesù per metterlo in difficoltà: «È lecito guarire di sabato?».

A me pare che lo scopo di queste pagine non sia, appunto, di scendere nei singoli casi, ma piuttosto di allargare lo sguardo, di accendere nel cuore di tutti il desiderio dell’incontro con l’amore infinito del Signore, il desiderio di sperimentare nelle nostre vite il dono divino, lontano dalle nostre logiche umane, e tuttavia necessario per sostenerci, incoraggiarci, risollevarci e renderci capaci di ricominciare sempre.

Proprio perché lascia aperte delle porte e cerca di far intravvedere la misericordia di Dio, è un libro che in alcune pagine può commuovere. Commuove perché Papa Francesco, rievocando e calando nella sua esperienza i passi evangelici, le citazioni dei Padri della Chiesa o alcune parole dei suoi predecessori, presenta il volto del Dio di misericordia, il Padre che tocca i cuori e che cerca instancabilmente di raggiungerci per donarci il suo amore e il suo perdono. Egli cerca ogni spiraglio, spiega il Papa, ogni fessura anche minima del nostro cuore, per raggiungerci con la sua grazia.

Nella prefazione l’intervistatore racconta quello che definisce un «piccolo retroscena» molto significativo. Scrive Tornielli: «Si stava parlando della difficoltà a riconoscersi peccatori, e nella prima stesura che avevo preparato, Francesco affermava: “La medicina c’è, la guarigione c’è, se soltanto muoviamo un piccolo passo verso Dio”. Dopo aver riletto il testo, (il Papa) mi ha chiamato, chiedendomi di aggiungere: “o abbiamo almeno il desiderio di muoverlo”, un’espressione che io avevo maldestramente lasciato cadere nel lavoro di sintesi. In questa aggiunta, o meglio in questo testo correttamente ripristinato c’è tutto il cuore del Pastore che cerca di uniformarsi al cuore misericordioso di Dio e non lascia nulla di intentato per raggiungere il peccatore».

A Dio basta ogni minimo spiraglio e, se manca la forza di fare un passo verso di Lui, basta il desiderio di compiere quel passo, perché l’azione della Grazia possa avere inizio.

Alla domanda sul perché oggi l’umanità abbia così bisogno di misericordia, il Papa nel libro risponde: «Perché è un’umanità ferita, un’umanità che porta ferite profonde. Non sa come curarle o crede che non sia proprio possibile curarle. E non ci sono soltanto le malattie sociali e le persone ferite dalla povertà, dall’esclusione sociale, dalle tante schiavitù del terzo millennio. Anche il relativismo ferisce tanto le persone: tutto sembra uguale, tutto sembra lo stesso. Questa umanità ha bisogno di misericordia. Pio XII, più di mezzo secolo fa, aveva detto che il dramma della nostra epoca era l’aver smarrito il senso del peccato, la coscienza del peccato. A questo si aggiunge oggi anche il dramma di considerare il nostro male, il nostro peccato, come incurabile, come qualcosa che non può essere guarito e perdonato. Manca l’esperienza concreta della misericordia. La fragilità dei tempi in cui viviamo è anche questa: credere che non esista possibilità di riscatto, una mano che ti rialza, un abbraccio che ti salva, ti perdona, ti risolleva, ti inonda di un amore infinito, paziente, indulgente; ti rimette in carreggiata. Abbiamo bisogno di misericordia».

Qui, mi sembra, Francesco tocca un altro punto sensibile, un’altra caratteristica del nostro tempo. Abbiamo smarrito il senso del peccato, ma abbiamo anche smarrito la fiducia nella possibilità di trovare una luce, un appiglio che ci permetta di uscire dalla disperazione, dal nostro errore, dalle gabbie che talvolta ci costruiamo.

La nostra società, che oggi amiamo definire «liquida», sembra aver perduto non soltanto il senso di ciò che è male, ma anche la fede nell’esistenza di Qualcuno che possa salvarci, rigenerarci, accoglierci sempre, risollevarci quando cadiamo.

Mi ha colpito leggere la reazione degli alunni di una scuola del Nord Italia di fronte alla proposta dell’insegnante di religione che aveva chiesto di scrivere un tema libero basato sulla parabola del figliol prodigo. Il finale scelto dalla stragrande maggioranza dei ragazzi è stato questo: il padre riceve il “figliol prodigo”, lo punisce severamente e lo fa vivere con i suoi servi. Così impara a sperperare tutte le ricchezze di famiglia».

Una reazione tutto sommato molto umana, tipica di chi, sperimentando troppo poco la misericordia di Dio, fatica a comprenderla. Non possiamo nascondercelo: tutti noi, saremmo, in fondo, portati a ragionare nello stesso modo. Il Papa commenta questo episodio con poche efficaci parole: «Ma questa — dice — è una reazione umana. La reazione del figlio maggiore, è umana. Invece la misericordia di Dio è divina».

La misericordia di Dio è l’irruzione nelle nostre vite di un altro criterio, di un criterio nuovo: lontanissimo dai nostri calcoli, dai nostri umani ragionamenti sulla giustizia, dalla nostra «etica del bilancino». Eppure è proprio di questo che abbiamo bisogno noi e tutti coloro che ci capita di incontrare ogni giorno.

Come sempre, uno sguardo alle pagine del Vangelo ci aiuta a focalizzare questa dinamica, che siamo chiamati a riscoprire e a imparare sempre di nuovo. Gli evangelisti descrivono e ci restituiscono con la vivacità della testimonianza oculare alcuni incontri di Gesù: quando perdona l’adultera, quando alza lo sguardo verso Zaccheo, quando chiama Matteo. L’abbraccio della misericordia, il sentirsi guardati e amati in quel modo da Gesù, cambia la vita. E questo cambiamento non è innanzitutto l’esito di un nostro sforzo, o il premio per la nostra ascesi.

Non è il risultato di una nostra predisposizione, né la conseguenza di particolari premesse o pre-condizioni. È piuttosto l’arrendersi di fronte a un dono inaspettato e più grande, di fronte a un amore più grande. Ed è in questo abbraccio, nell’incontro con il sovrabbondare della grazia che noi ci scopriamo piccoli, peccatori, bisognosi d’aiuto. Per sperimentare la misericordia di Dio bisogna riconoscersi peccatori, e anche riconoscersi peccatori «è una grazia», ci dice il Papa.

Afferma Papa Francesco: «La Chiesa condanna il peccato perché deve dire la verità. Ma allo stesso tempo abbraccia il peccatore che si riconosce tale, lo avvicina, gli parla della misericordia infinita di Dio. Gesù ha perdonato persino quelli che lo hanno messo in croce e lo hanno disprezzato. Dobbiamo tornare al Vangelo. Là troviamo che non si parla solo di accoglienza o di perdono, ma si parla di “festa” per il figlio che ritorna. L’espressione della misericordia è la gioia della festa, che troviamo bene espressa nel Vangelo di Luca: “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (15, 7). Non dice se poi dovesse ricadere, tornare indietro, compiere ancora peccati, che si arrangi da solo! No, perché a Pietro che gli domandava quante volte bisogna perdonare, Gesù ha detto: “settanta volte sette” (Matteo 18, 22), cioè sempre».

Vorrei infine soffermarmi su un altro risvolto della misericordia: quello sociale e politico, che attiene anche ai rapporti internazionali. Nel libro il Papa ricorda che il cristianesimo ha assunto l’eredità della tradizione ebraica, l’insegnamento dei Profeti sulla protezione dell’orfano, della vedova e dello straniero. E ricorda anche l’importanza della misericordia e del perdono nei rapporti sociali e nelle relazioni tra gli Stati. San Giovanni Paolo ii, nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2002, all’indomani degli attacchi terroristici negli Stati Uniti, aveva affermato che non c’è giustizia senza perdono e che la capacità di perdono sta alla base di ogni progetto di una società futura più giusta e solidale. La risposta violenta alla violenza, rischia infatti di alimentare una spirale di conflitti senza fine. Ecco perché Papa Wojtyła, anche in quel drammatico frangente — per certi versi non molto dissimile da quelli che ci troviamo a vivere oggi — aveva ribadito che la misericordia e il perdono permettono il realizzarsi della vera giustizia.

Ho voluto concludere ricordando questi aspetti che riguardano la vita delle società e degli Stati, per far comprendere come il messaggio del Papa, il messaggio cristiano della misericordia e del perdono, le tante Porte Sante che vengono spalancate, il richiamo a lasciarci abbracciare dall’amore di Dio, è qualcosa che non riguarda soltanto la conversione di ciascuno di noi, la salvezza dell’anima di ogni singola persona.

È qualcosa che ci riguarda anche come popolo, come società, come Paese e può aiutarci a costruire rapporti nuovi e più fraterni, perché, chi ha sperimentato su di sé il sovrabbondare della grazia nell’abbraccio di misericordia, chi è stato e continua ad essere perdonato, può restituire almeno un po’ di ciò che ha gratuitamente ricevuto: «Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro (…) Amate i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro» (Luca 6, 27-36).

Foto Ansa


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