Comune di Milano: il vero buco di bilancio è di 800 milioni, non “solo” di 437

L’ex assessore Giacomo Beretta fa i conti in tasca all’amministrazione Pisapia. Dalle casse meneghine manca «una cifra stratosferica»

Profondo rosso per il comune di Milano. Il bilancio approvato dalla giunta Pisapia registra un buco da 437 milioni di euro. Secondo Giacomo Beretta, assessore al bilancio della precedente giunta Moratti (incarico ora ricoperto da Francesca Balzani), questo è l’esito di una «errata impostazione iniziale del mandato». Ecco perché.

Partiamo dal buco di 437 milioni.
Si tratta di qualcosa di assolutamente nuovo. L’esigenza del comune per raggiungere il pareggio di bilancio, infatti, è sempre stata di circa 250 milioni. Ciò vuol dire che, negli ultimi due anni, non sono stati affatto tenuti sotto controllo i costi e le spese di gestione.

Per esempio, le spese per consulenze sono aumentate del 30 per cento…
Già, è da due anni che aumentano le spese per consulenze. Alla faccia degli attacchi sulle consulenze d’oro a suo tempo rivolti contro i sindaci Gabriele Albertini e Letizia Moratti! Ma non è solo questo che preoccupa.

Cos’altro c’è?
C’è che i revisori dei conti di Palazzo Marino, in una nota dell’anno scorso, chiedevano alla giunta Pisapia di tornare sui passi della spending review intrapresi dalla giunta Moratti, che aveva approvato tagli per circa 160 milioni. E che ne aveva in programma altri per ulteriori 160 milioni in due anni. Come giunta, avremmo ridotto notevolmente il fabbisogno del comune di anno in anno. I revisori non sono stati ascoltati.

E adesso?
Adesso la spesa è lievitata ed è fuori controllo. E c’è un altro aspetto da considerare.

Quale?
Ha a che fare con il versante entrate. Infatti, nonostante il buco da 437 milioni, le entrate sono aumentate di 300 milioni, soprattutto grazie ai rincari dei biglietti Atm e ai proventi di tasse come la Tarsu e la Cosap e alle addizionali Irpef.

Questo cosa significa?
Significa che il vero buco di bilancio vale 800 milioni. Che è una cifra stratosferica.

C’è la crisi: si potrebbe obiettare che tutti devono tirare un po’ la cinghia…
Guardi che anche le entrate legate alle attività economiche e produttive sono diminuite sensibilmente. Ciò significa che Milano è una città morta. Questo si evince da una lettura attenta del bilancio. È da due anni che le attività che chiudono superano quelle che nascono. Noi, invece, abbiamo sempre registrato saldi positivi. Ora è il contrario. Ma ciò è una conseguenza di una errata impostazione iniziale del mandato di Pisapia.

Cioè?
Tutti i progetti iniziali di dismissioni che loro avevano messo a bilancio si sono rivelati infondati, a partire dal mancato collocamento in borsa di Sea, che si è tradotto in una perdita di almeno 500 milioni di euro. Lo stesso si può dire per diversi immobili. Tutte cose irrealizzabili… ma finalmente se ne sono accorti. E, per pudore, hanno messo dati reali nel bilancio.

Come si spiega il crollo delle spese per investimento a 567 milioni?
A parte il fatto che nelle spese per investimento calcolano anche la linea della metropolitana M4 che era già stata finanziata da noi; ma è l’impostazione iniziale che non funziona. Io, come assessore al bilancio sono sempre stato contrario all’introduzione di nuove tasse, tranne la tassa di soggiorno legata agli alberghi, che però era legata a un investimento reale in termini di eventi e altre offerte per i turisti. Si poteva rivederne alcuni aspetti, ma in linea generale era giusta. Milano, infatti, è una città che offre servizi a una media di 2 milioni di cittadini al giorno, quando è abitata da 1 milione e trecentomila persone.

Cosa suggerisce?
Una ricerca che commissionammo alla Fondazione Civicum e al Politecnico di Milano ha dimostrato che, se Milano vuole mantenere un certo standard di servizi per tutte le persone che vi abitano e anche quelle che vi transitano o si fermano per lavoro o turismo, dovrebbe ricevere almeno 280 milioni in più di trasferimenti dallo Stato. Il tema è quello di parametrare i trasferimenti statali non alla spesa storica ma ai costi standard. Che, poi, è il tema del federalismo. Purtroppo Pisapia ha preferito seguire la strada della dismissione di Sea pensando che potesse essere la panacea di tutti i mali o di chiudere i derivati pensando che potesse essere la soluzione definitiva. Invece, non sono stati nemmeno tamponi. E ora si scoprono nuove falle nel sistema.