Michael Mann va dicendo da anni che sia Omero il più grande sceneggiatore di tutti i tempi. Lui, che proprio dall’Iliade ha tirato fuori un film intero, il magnifico Heat – La sfida, non tira in ballo i Tragici o Shakespeare, che spesso campeggiano nei manuali di sceneggiatura. Omero. E come dargli torto?
L’Omero dell’Odissea inventa, tra le decine di altre cose, la metamorfosi dell’eroe, cioè quel meccanismo che poi diventa il fondamentale discrimine tra il film demmerda e il film molto fico, sempre per dirla con i nostri amati greci. L’Ulisse omerico, oltre, come è noto, a viaggiare fisicamente, lo fa anche nel carattere, nella mente, sempre diversa, sempre sfuggente. Ulisse è il signore della metamorfosi: ora mendicante, ora abile artigiano, ora eroe epico, ora viaggiatore verso l’Ignoto, ora seduttore di giovani innocenti, ora interprete di sogni, ora amante ruvido, ora imitatore degli dèi. Eroe mobile, dinamico: muta sempre, celando il suo nome. Persino i suoi capelli mutano di colore nelle pagine eccezionali sull’isola dei Feaci.
Cinema ad altezza d’uomo
Quando un eroe è mobile, il suo carattere ha sfumature diverse, quando il nostro eroe rischia di diventare l’antieroe o di farsi contaminare dal Male, la storia si fa più interessante, anche al cinema. Qualche esempio, senza scomodare i grandissimi che tanto li conosciamo a memoria: i personaggi screziati di Tolkien oppure lo stesso Darth Vader che è un tipaccio fatto e finito per poi diventare il padre perduto.

In Va’ e uccidi di John Frankenheimer (Prime Video), uscito all’inizio degli anni Sessanta, la storia si fa complessa sin dall’inizio. Frank Sinatra finisce prigioniero durante la guerra di Corea. Assieme ad altri prigionieri subisce un terribile lavaggio del cervello che lo fa diventare, tornato in patria tra sommi onori, una terribile macchina da guerra ad uso dei sovietici. Il film dà i brividi sin dalle prime immagini: i soldati americani pensano di essere a una conferenza con delle improbabili vecchiette che dissertano di floricoltura, in realtà sono nelle mani di terribili medici russi. Film d’altri tempi – uscito in piena Guerra fredda – eppure così moderno, straordinario nel gestire la tensione: il merito, oltre che del grande Frankenheimer, è di una sceneggiatura che gioca con le attese dello spettatore. Non si capisce mica chi sia con gli americani e chi no. Non si capisce a che gioco vogliano giocare Sinatra, i compagni, il governo americano che pare un gigante con i piedi di argilla. È la realtà complessa, è l’uomo incasinato, la politica degli interessi mescolati agli ideali più alti: in poche parole è un film ad altezza d’uomo.
Simile per complessità e anche per i risvolti inquietanti che guardano all’attualità, è un film girato decenni dopo ad altre latitudini, il terribile Il sospetto diretto dal danese Thomas Vinterberg, un tempo sodale di quello scombinato ma a me simpatico di Lars von Trier. In questa glaciale cronaca dagli inferi, Mads Mikkelsen è un bel professore, empatico, intelligente, che si trova la vita sconvolta da un’accusa infamante: pedofilo. Perde lavoro, soldi, affetti, dignità. Perché lo additano tutti, a prescindere dal procedimento penale. Vinterberg gioca in modo crudele con lo spettatore che è naturalmente attratto dalla vittima e dalla sua discesa infernale. Però, man mano che si procede, il dubbio viene anche a noi. E se fosse davvero pedofilo? Tante cose non tornano: però, vox populi…
Confezione senza sbavature, grande prova di Mikkelsen che interpreta più personaggi: carnefice, vittima, persino persecutore di se stesso fino a un finale che è meglio non rivelare. La caccia all’uomo di Vinterberg è il racconto di una metamorfosi interiore, stavolta giocata tutta al ribasso, verso uno stadio che – complice il contesto accusatorio che circonda il protagonista – rasenta il subumano. Vero pedofilo o presunto, i personaggi più inquietanti sono gli altri, quelli che giudicano, che scagliano la prima pietra e pure la seconda e che rimangono terribilmente sempre uguali a se stessi, senza cambiare di una virgola.

Carie dappertutto
Preferisco di gran lunga, cinematograficamente, un “cattivo” screziato, complesso, fatto di luci e ombre, un guazzabuglio che poi riflette la vita vera, piuttosto che stuoli di agenti dalla faccia pulita, che non sbagliano mai, che non si mettono mai in discussione nella loro testarda, proterva caccia al bandito di turno. Un’ossessione, quella di fare piazza pulita del male, estirpandolo dal mondo, che mi ricorda un bell’horror della metà degli anni Novanta, The Dentist del grande, poi persosi per strada, Brian Yuzna. Nel film, ambientato nei quartieri splendidi di Beverly Hills, un dentista di fama scopre che la moglie procace se la fa con un tipo. Si mette allora, armato di turbine odontoiatriche, manipoli, frese, cotrangoli, punte, pinze, pinzette, ablatori, lime, otturatori, irrigatori, bisturi, forbici, calibri e l’immancabile da me odiato apribocca, a togliere ovviamente la carie dai pazienti. Il problema è che poi, complice l’ossessione per l’ablazione del tartaro, comincia a vedere carie dappertutto, in bocca e anche fuori. E la distrugge, tra fiumi di sangue. Bel film, almeno per chi ha lo stomaco forte e i denti a posto. E un bell’ammonimento per tutti: usate il filo interdentale e fuggite chi ha la pretesa di estirpare il male dal mondo.
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