Carminati sindaco, altro che Mafia capitale

La sceneggiatura non era credibile, il film era già visto. L’indagine portava ovviamente su corruzioni ma la mafia no, la mafia vuole altro. Quella era la mafia dei cravattari

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Vedo che non mi ero sbagliato, anche se la valutazione finale non dipende dal giudizio dei tribunali, compreso quello che mi dà ragione. Roma non è una città mafiosa. Non c’è ombra di moralismo in quel che dico fin dall’inizio dell’inchiesta dei non-romani (milanesi, siciliani, fiorentini et alteres). Roma sa anche essere porca, feroce, atrocemente disinibita nel crimine. Ma non ha, per così dire, quella stoffa.

Valutazioni di fatto e di impulso mi ispirarono l’immediato rigetto dei caratteri che assumevano le retate ex 416bis, un rigetto passionale, torrenziale, irrevocabile, confermato dalla barbarica e stolida acquiescenza di tutti i media televisivi e di stampa. Per resistere, ci voleva ogni giorno un articolo su un giornale disincantato, per resistere, resistere, resistere a quell’alluvione di conformità e bellettristica del peggior giornalismo del mondo. C’era l’annuncio preventivo portato dal capo togato a un’assemblea politica del Pd, «ci saranno sviluppi a breve», che indicava non tanto la malafede degli inquirenti quanto l’automatismo antimafioso visto all’opera in tante occasioni, e con ben altra forza argomentativa, dato il carattere socialmente incisivo e politico, civile, della criminalità mafiosa tradizionale. C’era il fiume delle trascrizioni e intercettazioni subito divulgate con coordinazione efferata, di qui l’idea non peregrina che l’uso del 416bis fosse sopra tutto un mezzo d’indagine utile alla giustizia come messa in scena.

Lo stesso valeva per il battage sull’arresto di Carminati, la ricostruzione sghemba del suo passato di bandito della Magliana, un po’ dentro e un po’ a lato di quella storia greve, carsica, che riaffiorava spesso da un nulla e si inabissava in altri nulla, storia assassina di guapperia e di coltello. C’era la cooperativa sociale di sinistra, governata da un poverocristo già ergastolano per omicidio, finalizzata al recupero e al riadattamento sociale degli ex detenuti, un’opera di misericordia e di assistenzialismo battezzata da Scalfaro e dalla cara Miriam Mafai che ora diveniva, tra raccolte di foglie, attacchinaggio di manifesti e appalti per campetti di raccolta dei rom, la centrale di una originale e romanesca Cosa Nostra ferrata in appalti da favola, si diceva. C’erano i contenuti delle intercettazioni, la loro ambigua e curiosa qualità letteraria in certi casi, la loro sputtanante laidezza corruttiva in altri, ma sempre e comunque quel tono imbarazzante e tipico di un certo cinismo compiaciuto del romanesco.

La sceneggiatura non era credibile, il film era già visto. L’indagine portava ovviamente su corruzioni, affiliazioni criminali varie, delinquenza e vanità dispiegate insieme, perdita di senso delle cose dette e loro disperante piattezza, le solite storie di vendita all’incanto della funzione pubblica, la cosa meno rispettata che ci sia a Roma, credo da sempre dopo la fine dell’antichità (con belle eccezioni anche lì), e in questo senso era dovuta e sacrosanta. Ma la mafia no, la mafia vuole altro. Quella era la mafia dei cravattari.

Roma ha natura indolente, femminea, eterna e passeggera, autoctona. La mafia è turgida, viriloide, familista, ricca di legge e ordine, altamente formalizzata in tutte le sue liturgie, è fervorosamente cattolica quando Roma, si sa, crede solo nel Papa e dunque in niente, a parte la bonaria devozione popolare. La mafia è araba, a Roma i saraceni non si sono visti mai. Mafia è cultura, linguaggio, quant’è mafioso quel cavallo, quant’è bello e vigoroso, ma a Roma la bellezza si butta sempre via, il linguaggio riscattato da Belli è fatto di sprezzatura, di bruciature dell’anima, di conclusioni opinabili, mai di spirito assertivo, di senso e sicurezza di sé, che è il carattere proprio della mafia a Palermo, a Trapani, ad Agrigento e altrove nella grande isola dei secoli di sottomissione allo straniero, isola di ribellione e comando che si danno la mano in un mitologema chiamato appunto mafia.

Una battuta quasi sentimentale
Devo infine dire che i reati sono reati, e perseguirli è giusto, altro che, ma quando vedo a Testaccio, sotto casa, i camionacci putridi della cooperativa incriminata, che fanno il loro lavoro di raccolta dei rifiuti, che impegnano manodopera intimidita dagli eventi e umana nel fronteggiarli e commentarli in un chiacchiericcio di quartiere, e quando penso a Buzzi trattato come Riina, a Carminati e ai pasticci di sempre della destra romana dell’emarginazione e di Roma Nord, del mondo di mezzo, bè, non so se sia legale o no, ma a me quei tipacci non stanno antipatici.

Lo so, suona scandaloso, ma di fronte al travisamento dei ruoli, alla sconnessione di diritto, al trattamento mafioso accanito di delinquenti comuni, di persone che sono affogate nel brodo di un’amministrazione bacata, vivace anche con le giunte successive, come si vede, mi viene un accidioso languore da “Carminati sindaco”, mi viene la voglia della battuta quasi sentimentale se penso alla mostruosità dei fenomeni di onestà-tà-tà che ora un plebiscito dell’ignoranza e del delirio ci ha imposto, anche grazie a quell’infausto modo di procedere in giustizia.

Foto Ansa

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