Belen non farebbe così notizia, se non fossimo tutti inquisitori superiori e scaltri

Belen Rodriguez è bellissima ma non è questo il motivo per cui tutti parliamo di lei. Ce lo spiega David Foster Wallace.

Belen Rodriguez è bellissima. La fenomenologia della valletta argentina, nei suoi sviluppi e nelle sue deviazioni, è piacevolmente stampata sulle prime pagine delle riviste. Tutti i programmi televisivi cercano di accaparrarsene un occhiolino, uno schiocco di labbra, una falcata – meglio se a coscia nuda e con tanto di “farfallina” tatuata -. Funziona, fa alzare lo share e la televisione vive di questo: di pubblico. O meglio, vive dell’ironia e del moralismo del facile disgusto del pubblico. Non è la bellezza di Belen ad alzare gli ascolti, e nemmeno i satelliti di gossip, dichiarazioni e scandali che orbitano attorno alle sue curve perfette. Ma è una sottile macchinazione mediatica che fa sentire tutti i singoli ascoltatori dei giudici, dei “fuori dal coro”, degli inquisitori superiori e scaltri. Parola dello scrittore David Foster Wallace.

Infatti Foster Wallace, una delle menti più sottili della generazione scorsa, ha avuto un bel dire dei meccanismi che legano l’amata tivù al voyeuristico osservatore americano medio. Lo scrive all’interno di Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più (minimumfax, Roma, 2012, pp. 379, 12,50 €) dove analizza il rapporto tra letteratura, pubblico e programmi televisivi in una società – quella americana – che mediante il piccolo schermo fa pantagrueliche scorpacciate di fiction, talk show e spot vari. In un saggio comparso nel ’90, dal titolo E unibus plurima: gli scrittori americani e la televisione, Foster Wallace inscena un dibattito tutto personale con Joe Valigetta, entità platonica che astrae “l’americano medio” a categoria, in cui spiega le sottili lusinghe a cui il pubblico è soggetto. Senza farne una battaglia culturale. Foster Wallace non ne è il tipo. Ma la coperta è corta, e a lui piace sfilarla.

Un esempio su tutti è significativoper comprendere la situazione di casa nostra, e Belen dalle lunghe gambe ne è l’icona. Foster Wallace racconta una pubblicità della Pepsi. Spiaggia californiana assolata. Costumi succinti, afa da sciogliere le sinapsi. Un furgone frigorifero con tanto di altoparlanti compare in scena. L’autista accende i megafoni. Stappa una bottiglia, e il suono frizzante delle bollicine invade la costa, svegliando i bagnanti. Un sorso voluttuoso e appagante convince la giovane fauna della costa a catapultarsi al furgone per comprare il rinfrescante elisir. Tutto si conclude con la frase: «Pepsi, la scelta della Nuova generazione». «Lo spot mette in luce con la tipica franchezza ciò per cui gli spot sono largamente disprezzati – dice l’autore di Brevi interviste a uomini schifosi –: l’uso di un tipo di seduzione primitiva e ingannevole per vendere merda zuccherata a persone la cui identità si esaurisce nel consumo di massa».

Effettivamente, il concetto di “scelta” di questo spotè più simile all’azione-reazione della riflessologia pavloviana. E lo smascheramento è abbastanza semplice, per tutti. «La pubblicità – prosegue Foster Wallace – evoca una complicità tra questa sua arguta ironia e il fatto che Joe, lo spettatore veterano, il vecchio volpone, è cinicamente in grado di afferrare quell’ironia. Invita Joe a essere complice in una specie di scherzato tra amici in cui il bersaglio è il pubblico». Tutti noi si guarda Belen e si scuote la testa. Bella sì, ma il resto lascia a desiderare. Tanto che la vita privata della velina è decriptata come un complotto per restare sulla cresta dell’onda. Tutti a criticarla, tutti ad aspettare la prossima mossa, a informarsi sull’ennesima fuga d’amore, quasi fossimo dei censori morali che puntano il dito per ogni centimetro di spacco che separa la gamba dall’anca. Insomma, se ha tanto successo, alla fine è colpa nostra. Meglio leggere un bel libro. E, se permettete, David Foster Wallace può essere una scelta saggia.