Argo, il nuovo Clint Eastwood si chiama Ben Affleck

Grande, solidissimo thriller politico questo Argo, firmato dal sempre più sorprendente Ben Affleck che dopo due buoni film come Gone Baby Gone e The Town centra il suo capolavoro. La storia è affascinante, la classica vicenda in cui la realtà supera, e di molto, la finzione cinematografica. Fine 1979: l’ambasciata Usa a Teheran è attaccata dagli studenti di Khomeini. Il caos e il terrore regnano ovunque quando gli studenti riescono a superare il muro di cinta e a entrare nell’ambasciata: sei funzionari americani decidono di propria iniziativa di fuggire e trovano riparo presso la residenza dell’ambasciatore canadese. Ma devono essere tirati fuori al più presto: i fanatici di Khomeini infatti sono già sulle tracce dei transfughi. E nel frattempo, dopo tante, comprensibili, incertezze, dal comando della Cia parte l’ordine dei più folli: imbastire un finto film canadese che dovrà essere realizzato in Iran, una copertura geniale per portare a casa i sei disgraziati.

FEDELISSIMO. Straordinariamente curato nei dettagli, nella messinscena e nella ambientazioni, il film di Affleck riesce a rispettare la veridicità dell’azione (e i titoli di coda, splendidi, con cui si accostano scene di fiction alle scene vere della storia testimoniano questa grande attenzione alle fonti e ai fatti) senza dimenticare un gusto per lo spettacolo tipicamente hollywoodiano. Lo si vede bene nelle prime sequenze: l’assalto all’ambasciata è realizzato con grande perizia tecnica, vanta un montaggio (di William Goldenberg, montatore di tanti film di Michael Mann ) fulminante con cui il regista-attore riesce a far coincidere totalmente il punto di vista dello spettatore con i vari funzionari dell’ambasciata alle prese con il terrore, il caos, la fretta di far sparire al più presto documenti che in mani nemiche sarebbero potuti diventare vere e proprie bombe. Cambio scena e siamo alla stanza dei bottoni. Al comando Cia i vari capi interpretati tutti da attori in grande forma come Bryan Cranston e Kyle Chandler non sanno che pesci pigliare: alla fine, per il rotto della cuffia, passa “l’opzione Hollywood” ideata dall’agente Tony Mendez (Ben Affleck). Si fingerà di fare un film di fantascienza, Argo, e durante i sopralluoghi in Iran verranno prelevati gli ostaggi. Assai debitore della stagione del thriller politico degli anni 70, Affleck mette a punto un grande racconto all’insegna della libertà contro nemici cattivissimi e spietati: la sceneggiatura di Chris Terrio che si basa sui documenti ufficiali resi pubblici sotto l’amministrazione Clinton e sulla ricostruzione giornalistica di Joshua Bearman è precisa e puntuale. I fatti sono ben circostanziati e anche il pubblico più giovane e che si ricorderà meno della crisi Iran-Usa non faticherà a cogliere gli eventi e entrare del vivo nell’azione. Inoltre, Terrio riesce a dare corpo ai suoi personaggi: Mendez è il classico eroe raccontato da tanto cinema americano degli anni 70. Sconfitto nella vita privata, ma tenace, coraggioso, moralmente irreprensibile, si colloca a metà tra certi eroi western e ricorda molti protagonisti del cinema di Mann, Insider e Heat – La sfida su tutti.

VERO COME LA FINZIONE. Ma non è solo Mendez a colpire emozionalmente: anche figure minori eppure ben delineate come i vari ostaggi sull’orlo di una crisi di nervi, l’ambasciatore canadese interpretato da Victor Garber, il già citato Cranston avvincono e la loro azione sarà decisiva ai fini della vicenda. Capitolo a parte merita tutta la narrazione, ai limiti dell’assurdo, incentrata sulla costruzione del falso film: anche qui la cura dei dettagli è importante e Affleck riporta tutti gli elementi che portarono al lancio del film Argo, compresi storyboard, sceneggiatura, un ufficio di produzione e un’incredibile lettura del copione alla stampa in abito di scena. I responsabili dell’operazione sono due uomini di Hollywood, un celebre truccatore che aveva lavorato a film come Star Trek e Il pianeta delle scimmie, John Chambers (John Goodman nel film) e il produttore Lester Siegel impersonato con grande ironia da Alan Arkin. Saranno loro i veri artefici del successo dell’operazione.

HOLLYWOOD E LIBERTA’. Da ultimo, la questione ideale che sta dietro un film tecnicamente realizzato dai migliori di Hollywood, Geroge Clooney e Grant Heslov alla produzione, Goldenberg al montaggio, Rodrigo Prieto alla fotografia, Alexandre Desplat alla colonna sonora: nel solco di una tradizione di cinema politico alla ricerca della verità e in difesa del bene, il regista di The Town dirige un film in cui mette a confronto due mondi, gli Stati Uniti dei buoni, ma soprattutto terra di liberà e dove il cinema e in particolar modo il cinema hollywoodiano è espressione di libertà e di intraprendenza, sia quando da Hollywood vengono fuori capolavori, sia quando i lavori sono un po’ più mediocri per quanto accattivanti come sarebbe potuto essere un film come Argo. Dall’altro: un Iran che finisce dalla padella alla brace passando dallo Scià all’Ayatollah ma dove a dominare paiono solo barbuti violenti, le donne imbracciano le armi e i bambini vengono usati in funzione antiamericana. Una visione forse manichea, tipicamente americana ammorbidita dal giudizio comunque pesante sullo Scià dato da Affleck sui titoli di testa e anche nei primi momenti della narrazione, ma allo stesso tempo una fotografia netta di due mondi e due stili diversi. Dove da una parte la dittatura religiosa vieta gli alcolici persino nello spazio aereo, dall’altra la libertà consente i progetti più folli ed affascinanti come quello che un gruppo di cinematografari salvi il mondo e scongiuri un confitto armato.