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Andate al Meeting per non stare tranquilli. E per abbonarvi a Tempi

agosto 21, 2017 Luigi Amicone

Non è questione di essere d’accordo. E’ questione di un “punto di fuga”, di una posizione di ricerca, di un giudizio non appiattito sulla tranquillità del mainstream

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Cari amici che siete arrivati al Meeting o che vi state ponendo il problema di come e quando arrivarci, vi scrivo perché provocato dall’articolo del nostro direttore. Ecco, leggendo Alessandro Giuli, reagendo alle sue riflessioni su questa estate segnata dal terrorismo (per esempio l’idea che non è più una guerra tra padri, ma tra fratelli, al cospetto di una umanità europea resa “pecora turista di natura”, incapace di giudicare e facile preda dei cliché di correttezza politica o di mera reattività rabbiosa) mi sono reso conto che tentativi di giudizio così originali è difficile trovarli fuori da qui.

Non è questione di essere d’accordo. E’ questione di un “punto di fuga”, di una posizione di ricerca, di un giudizio non appiattito sulla tranquillità del mainstream, che chi frequenta il Meeting sono sicuro apprezzerà. Perché chi frequenta il Meeting è gente che conosce, se non addirittura è cresciuta, in un movimento che ha insegnato a stimare ogni giudizio che tenti il paragone tra i fatti e le inquietudini di amore, bellezza, ragione e senso che contraddistinguono l’essere umano da tutti gli altri esseri naturali.

Dico queste cose anche perché, pur trovando molto intelligenti e molto ben intenzionate dal punto di vista etico, tutte le parole che ho letto o ascoltato in presentazione dell’edizione di quest’anno – dall’intervista al Corriere della Sera di Giorgio Vittadini a quelle di Repubblica di Emilia Guarneri – nessuna parola mi è sembrata di più bella e pertinente inquietudine di quelle usate da Giuli sul terrorismo per introdurci al tema del Meeting di quest’anno. «Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo».

Infatti, il nemico dell’eredità, il nemico dell’umano, non è solo il terrorismo, che, come direbbe il Vangelo, può toglierci il corpo ma non l’anima. Il nemico, il nemico totale, quello che porta via corpo e anima, è la menzogna. Il mondo della menzogna. Il mondo che chiama verità l’esaltazione di tante parzialità. Che edulcora i fatti. E che riduce i fatti a cliché prendendo di un fatto l’aspetto che fa più comodo a un certo pregiudizio, fissandolo in modo da supportare una certa interpretazione del mondo, laica o religiosa che sia.

Per dirla tutta, il Meeting di quest’anno ha bisogno come il pane di un giornale come Tempi. Un giornale oggi diretto da un non ciellino che sa cogliere verità e menzogna di un mondo in cui la guerra è ovunque, perché è eliminata l’eredità e condannata la facoltà di giudicare, cioè la capacità di vagliare ciò che abbiamo ricevuto “per riconquistarlo”.

Nel nostro piccolo, per fare solo un esempio tratto dalla cronaca di questi giorni, siamo proprio dei diseredati, cioè degli incitati ad andare fuori dalla realtà e a fabbricare mondi paralleli, se i professionisti delle notizie si accecano al punto di non pronunciare i fatti per quello che sono e compiacere così un cliché che si suppone farà maggiore notiziabilità. Come è piaciuto ai giornali e, in modo anche più negativo, ai Tg di prima serata che hanno imposto addirittura come seconda notizia, dopo quella sull’attacco terroristico di Barcellona, il titolo «Rimini, donna incinta rapinata, picchiata e insultata perché nera». Una banda di malavitosi l’ha seguita, sono saliti sull’autobus, picchiata e rapinata di 1.400 euro. “Perché nera”?

Nel grande, altro esempio dalla cronaca di questi giorni, il presidente Trump può avere torto in tutto tranne nell’aver ragione quando si rammarica per quello che una élite di diseredati sta incitando a fare dei monumenti della storia americana, furia iconoclasta, sedicente “democratica”, perché, come la statua al generale sudista Lee, quei simboli non stanno bene, non stanno comodi, non stanno con correttezza politica nell’immaginario collettivo che questa élite della comunicazione di massa si affanna a cementificare nella testa del cittadino “modello democrat”. E così hanno usato e abusato in giro per il mondo della foto del povero bimbo profugo affogato, riverso sul bagnasciuga, ma sempre criptano le immagini delle povere vittime del terrorismo. Anche in questo caso l’ansia pedagogica dei diseredati vuole insegnarci che le vittime del terrore non devono essere mostrate per non suscitare emozioni contrastanti il “dialogo” e la “pace”. Ma cos’ è “dialogo”, se il dialogare non è fondato sulla verità? E cos’è “pace”, quando la verità è surrogata da una pietà strumentale e menzognera?

Un ultimo esempio. Don Luigi Giussani, che pure era assolutamente convinto della posizione di papa Wojtyla contro la guerra in Iraq, non disse che Bush Jr era un guerrafondaio e che i pacifisti erano la parte giusta. Disse che «il vero dramma dell’umanità attuale non è che gli Stati Uniti vogliano distruggere l’Iraq per trarre vantaggi dalla loro azione, o che Saddam rappresenti una minaccia per l’Occidente, ma il fatto che sia gli uni che l’altro non hanno un’educazione pari alla grandezza e alla profondità della lotta fra gli uomini». E che «dovrebbero riflettere anche certe guide dei movimenti pacifisti: se non sia solamente altro odio che viene scaraventato in piazza».

Noi oggi siamo in guerra totale nella campana di vetro quale è diventato il mondo, piccolo granello di sabbia sottoposto al potere di mezzi di comunicazione sociale mai visti prima e senza alcuna attenzione, da una parte e dall’altra, a «un’educazione pari alla grandezza e alla profondità della lotta fra gli uomini». Siamo all’epoca della luce pubblica che oscura tutto. E così nell’oscuramento di tutto è tutto un trionfo di Caini che uccidono Abele. E non c’è nessuno che si interessi veramente a quei 2 milioni di ragazzi e ragazze italiani citati da Vittadini che non vanno a scuola né cercano un lavoro. Così come, dal frangersi di flutti contrastanti – di là, giovani che emigrano da società della fame e dell’essere umano trattato come un cane, di qua giovani che muoiono di noia nella società del benessere e delle “pecore turiste della natura” – nasce l’estraneità, l’afasia, la perdita di ogni vocabolario dell’essere comune.

Infine, ricordo che al Meeting Giussani ci venne una volta sola. E ci venne per augurarci di “non stare mai tranquilli”. Perché così, solo così, il Meeting merita di essere visto e partecipato. Perciò, quest’anno, forse più che in altri anni, merita di andare al Meeting. Con lo spirito di un Giuli, e per abbonarsi al “suo” Tempi.

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