Alfie Evans. Per monsignor Paglia potrebbe trattarsi di «sospendere una situazione di accanimento terapeutico»

Intervista al presidente della Pontificia accademia per la vita sulla sentenza del giudice che cita anche papa Francesco per giustificare la sospensione delle cure al neonato inglese

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Lui si chiama Alfie Evans e ha 21 mesi. Una sentenza dell’Alta Corte londinese, del 20 febbraio scorso, consente ai medici dell’Alder Hay Children Hospital di Liverpool di far morire il piccolo sospendendo ventilazione e nutrizione. Con tutta la forza di cui sono capaci, Tom Evans e Kate James, i genitori, chiedono che la sentenza venga ribaltata. Come per Charlie Gard, anche questa volta ad alzarsi in piedi è il popolo, “l’esercito di Alfie”, e appelli e veglie di preghiera dalla Liguria si stanno già diffondendo in giro per l’Italia. Questa volta a rendere ancor più doloroso il caso c’è un particolare raggelante: per giustificare la sua decisione, il giudice Anthony Hayden ha ripreso un passo sul fine vita tratto dal messaggio che papa Francesco ha inviato il 7 novembre 2017 a monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita. Tempi.it ha incontrato l’arcivescovo.
Eccellenza, la strumentalizzazione del giudice inglese Hayden ai danni di papa Francesco è stato un fatto inedito e, per un credente, particolarmente odioso. Che idea si è fatto della vicenda?
Desidero anzitutto premettere quanto mi stiano a cuore questi temi della tutela e della promozione della vita delle persone. Soprattutto quando sono in gioco soggetti particolarmente fragili, sento la responsabilità di annunciare e praticare il Vangelo della vita. Quanto alla sua domanda sarebbe bene leggere il testo del giudice per intero per comprendere la complessità e la delicatezza della situazione clinica di Alfie. Come pure si deve tener presente – e con serietà – la drammaticità di quello che i genitori stanno vivendo. Alla fine di un’ampia e articolata analisi medica, il giudice, considerando che i genitori sono cattolici, decide di prendere in esame anche la posizione della Chiesa. E si riferisce allora a tre testi, riscontrando tra di essi una completa coerenza: il Catechismo, il documento sull’eutanasia della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1980, il discorso del Papa del 2017.
Che parole di incoraggiamento vorrebbe far arrivare a quei due giovani sposi cattolici a cui il giudice – ci scuserà per la crudezza – in sostanza dice: non insistete a voler tenere in vita il vostro Alfie, anche il vostro Papa sarebbe per la sua soppressione.
Anzitutto il dramma dei genitori va tenuto in grande considerazione e desidero manifestare loro tutta la mia vicinanza, anche nella preghiera, per loro e per Alfie. Proprio per questo dobbiamo fare molta attenzione ai termini che utilizziamo. Occorre che siano corretti e rispettosi: parlare di “soppressione” non è né corretto né rispettoso. Infatti se veramente le ripetute consultazioni mediche hanno mostrato l’inesistenza di un trattamento valido nella situazione in cui il piccolo paziente si trova, la decisione presa non intendeva accorciare la vita, ma sospendere una situazione di accanimento terapeutico. Come dice il Catechismo della Chiesa cattolica si tratta cioè di una opzione con cui non si intende «procurare la morte: si accetta di non poterla impedire» (CCC 2278). Il Catechismo rimanda con questa frase a due limiti con cui dobbiamo fare i conti: quello proprio della condizione umana e quello della medicina.
Naturalmente questo non significa abbandonare o “staccare la spina”, che è un altro modo di dire del tutto scorretto. Molto importanti sono le cure palliative, che possono recare sollievo al paziente e trattare eventuali disagi e dolore. Questo sarebbe anche un modo per sostenere e accompagnare i genitori, dando loro un messaggio di solidarietà e di effettiva vicinanza. È molto comprensibile che essi si trovino in una situazione di intenso coinvolgimento emotivo. E certo il clima conflittuale che si produce in una controversia legale non aiuta per nulla ad affrontare una situazione drammatica come questa. Il ripetersi di casi di questo genere segnala poi l’importanza di lavorare sulla relazione tra medico e persona malata e con la famiglia, soprattutto nella rianimazione neonatale. Favorire la fiducia e la comunicazione nel reciproco rispetto è un compito su cui la medicina contemporanea deve ancora lavorare molto.
Ovviamente papa Francesco non deve «smentire se stesso», come scioccamente scrive qualcuno. Non crede, però, che alcuni passaggi della lettera papale a lei indirizzata potessero essere forieri di qualche fraintendimento?
Mi sembra che se abbiamo la pazienza e la disponibilità di collocare la lettera di papa Francesco nel discorso che il Magistero ha sviluppato su questi temi, diventa molto difficile fraintenderla, salvo la presenza di pregiudizi. Già Pio XII nel 1957 sosteneva che ci sono casi in cui è legittimo sospendere la ventilazione assistita; una riflessione che si è poi ulteriormente approfondita precisando il criterio di proporzionalità dei trattamenti. L’impiego di mezzi sproporzionati definisce la situazione di “accanimento terapeutico”, termine che oggi si preferisce sostituire con ostinazione o eccesso terapeutico. Questo è quanto viene ribadito e approfondito dalla Dichiarazione della Congregazione della Dottrina della Fede sull’eutanasia del 1980 e dal Catechismo della Chiesa.
È la domanda che tutti si stanno facendo: il Vaticano interverrà per scongiurare il distacco del respiratore del bambino, almeno per puntualizzare “non in mio nome”; magari consentendo che Alfie sia accompagnato a casa come chiedono i genitori?
La Chiesa non sta abbandonando la famiglia: Alfie e i suoi genitori Tom e Kate. In Inghilterra esiste una Conferenza episcopale che può intervenire sulle tematiche sensibili come queste. E sappiamo che sta seguendo attentamente la vicenda. L’Anscombe Centre, il più qualificato centro cattolico di bioetica del Regno Unito, ha emesso un comunicato in cui richiama i valori e i criteri a cui riferirsi per le scelte in questione. C’è una comunità locale che accompagna queste persone. Loro possono conoscere la situazione più da vicino e con maggiore esattezza. Non vorrei mai che un dramma così intenso si riduca solo a una battaglia su princìpi astratti.

Sulla legge sul fine-vita la Chiesa è sembrata spaccata. «Una legge preoccupante che presenta un percorso eutanasico e in cui non ci riconosciamo», ha affermato don Massimo Angelelli, direttore dell’ufficio nazionale per la Pastorale della salute della Cei. Però, mentre il presidente della Cei Bassetti appoggiava con sollecitudine e veemenza il giudizio di don Angelelli, il Gruppo di studio sulla bioetica dei Gesuiti (7 persone capeggiate da don Maurizio Chiodi) sosteneva su Aggiornamenti sociali che il testo approvato contiene «numerosi elementi positivi e rappresenta un punto di mediazione sufficientemente equilibrato da poter essere condiviso». Le chiedo: come ci si può lamentare se un laico giudice inglese strumentalizza una lettera su temi sensibili quando, all’interno della Chiesa, su una specifica legge, esistono queste distanze? E ancora: cosa pensa delle conclusioni del Gruppo di studio dei gesuiti?
Su temi che richiedono conoscenze specifiche e riguardano la vita sia della persona, sia della società, le idee maturano nel dialogo e nel confronto, anche all’interno della comunità ecclesiale. La diversità di opinioni nella Chiesa costituisce una ricchezza, a patto che non si riduca a una sterile polemica tra fazioni. La rivista Aggiornamenti sociali ha da anni avviato una riflessione su temi delicati e complessi, argomentando le proprie posizioni in modo ampio e circostanziato. Anche il Consiglio direttivo dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani ha redatto un comunicato il 14 febbraio scorso in cui afferma che «la pretesa di dare alla legge una lettura eutanasica è arbitraria e contraria allo spirito della stessa». Quindi è bene procedere sia evitando di disorientare inutilmente le persone insistendo su ciò che divide e semina zizzania, sia mostrando pacatamente le ragioni con cui si argomenta. Le leggi di uno Stato rappresentano una mediazione tra posizioni differenti. E possono venire modificate e migliorate. Non è forse questo il compito dei cattolici in quanto partecipano con responsabilità alla vita democratica?
Alcuni “Giuristi per la vita”, legali italiani della famiglia di Alfie, affermano, carte alla mano, che non vi è alcuna diagnosi: Alfie potrebbe vivere mesi o anni, come dimostrano i video presenti anche su YouTube in cui il bimbo interagisce con il padre aprendo gli occhi e sorridendo. «Si parla spesso di “bene comune” ma non lo si definisce quasi mai», scrive monsignor Crepaldi. È un’ipocrisia, questa, che porta a volere la morte sicura di un bambino in Inghilterra e a negargli un viaggio altrove perché «non privo di rischi» (parole dell’ospedale di Liverpool). Eccellenza, com’è possibile arrivare a dire che il “miglior interesse” per Alfie (come per Charlie Gard) sia la sua morte?
Come già dicevo, dobbiamo leggere in maniera integrale il dispositivo del giudice: è un testo difficile, articolato, complesso. Ne risulta che i video sono stati seriamente esaminati non solo dal giudice ma anche e ripetutamente da medici esperti e qualificati. È comunque molto imprudente basare la diagnosi e la prognosi di una situazione clinica così intricata, chiaramente di tipo degenerativo, su immagini registrate trasmesse via internet. Il miglior interesse per Alfie è poter vivere in modo corrispondente alla sua dignità anche negli ultimi giorni della sua vita, accompagnato da chi si prende cura di lui.
Così scrive Costanza Miriano a papa Francesco: «La preghiamo Santo Padre, noi sappiamo che lei cerca di parlare nel modo meno divisivo possibile, andando incontro al mondo, nelle periferie culturali, negli angoli più lontani dalla sensibilità cattolica (…) dal farisaismo di chi si sente popolo eletto. (…) Ma adesso c’è la vita di un bambino che sta per essere ucciso. Non permetta che venga fatto a nome suo. Non permetta che si usino le sue parole con tanta malizia. La supplichiamo». Pensa che queste parole siano una “posa” di chi ha chissà quali reconditi fini oppure riconosce il dolore e lo struggimento di una donna che in un momento particolare della Chiesa scrive a nome di tanti cattolici senza etichette?
Se ci fosse in gioco un’uccisione non potremmo che essere contrari. E in maniera decisa e netta. Qui invece la questione riguarda una possibile sospensione di trattamenti. E non è una questione di differenze semantiche ma il tentativo di assumere una situazione tragica nella sua complessità, come esortano gli stessi testi del magistero. Si tratta di camminare insieme per cercare quali scelte realizzino maggiormente il bene del malato sulla base di quanto comprendiamo e degli strumenti, purtroppo limitati, che abbiamo per compierlo.
Foto: Ansa

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