Addio a Tom Finney, il fedelissimo del Preston che portava le scarpe nelle buste della spesa

Preston, la statua che immortala uno dei gesti più belli di Tom Finney fuori dall’Old National Football Museum ricorda ai più giovani che l’attaccante dei Lillywhites è stato un pezzo di storia del pallone d’Oltremanica. Quell’omaggio è chiamato lo Splash (foto da Wikipedia), ed è il fiore deposto in ricordo di un calcio che non c’è più, dove il fango e la pioggia si mischiano con la lealtà e la tenacia: è la riproposizione di una foto che nel ’56 fu scattata al giocatore del Preston North End a Stamford Bridge. È quasi sdraiato a terra, ma riesce a vincere il doppio contrasto di due avversari, tra le vere e proprie onde d’acqua che accompagnano l’azione.

Tom-Finney-Training-PA164096SEMPRE FEDELE AL PNE. È stata costruita quasi 10 anni fa quella statua, una decade prima della morte di Sir Tom, avvenuta lo scorso venerdì. Non serviva attendere il suo addio per comprendere che uno così era da leggenda e una statua se la meritava tutta. Specie a Preston, terra che gli ha dato i natali 91 anni fa e che a lui deve tantissimo: nei suoi 14 anni di calcio giocato ha sempre indossato la maglia bianca del PNE, senza mai andarsene, senza mai battere ciglio se di trofei non ne arrivavano. Per due volte è stato scelto giocatore dell’anno, nel ’54 e nel ’57. Due volte è pure andato vicino al titolo nazionale, spingendo coi suoi gol (tanti, 187 in 14 stagioni) la sua squadra al secondo posto. Giocò pure per la Nazionale inglese per 76 volte, firmando 30 centri. E quando lasciò il PNE, la squadra retrocesse, non riuscendo, ad oggi, a tornare mai più ai vertici del pallone inglese. Ma i racconti della sua vita offrono pennellate di un’epoca dove il calcio era altro: Finney viveva a poche centinaia di metri da Deepdale, lo stadio, e alle partite ci andava a piedi, portando le scarpe in un sacchetto di carta. Chiacchierava coi tifosi, era uno di loro. E fu a lungo fedele al business del padre, idraulico, che aiutava in settimana, arrotondando lo stipendio che riceveva dal club di 14 sterline ogni 7 giorni.

IN ITALIA DURANTE LA II GUERRA MONDIALE. Ma la fama di grande giocatore andò ben al di là della cittadina del Lancashire, e tutt’ora lo porta ad essere considerato uno dei più grandi di sempre del pallone british. Con una carriera calcistica che cominciò relativamente tardi, poiché fino al ’44 Tom rimase tra le fila dell’esercito impegnato nella Seconda Guerra Mondiale: partecipò alla campagna in Nord Africa, poi fu impiegato nello sbarco in Sicilia e nella liberazione dell’Italia. Solo una volta tornato a Preston, si riavvicinò 23enne al pallone, con un talento covato nei match che nei campi al fronte africano rendevano un po’ più sopportabile la lontananza da casa (piccolo aneddoto: in una di queste partite suo avversario fu Omar Sharif, poi diventato celebre attore e vincitore di due Golden Globe Awards). Nel ’52, dopo la promozione del PNE in First Division, era lì lì per venire in Italia: lo voleva il Palermo, e l’offerta sembrava sostanziosa. Ma alla fine la dirigenza rifiutò, lasciando Tom a casa sua. Dove scrisse la storia pur vincendo poco. E servendo un pane genuino fatto di fedeltà al Preston e umile impegno (non fu mai espulso), ingredienti mischiati alla perfezione da tanti gol.