A Milano il primo Centro di accoglienza diurna per senza dimora, «una stampella per ricominciare»

Novanta posti letto, pasti caldi, volontari pronti a fare quattro chiacchiere e assistenza medica. Grazie a quattro onlus che hanno accettato la sfida del Comune.

A Milano fa freddo, molto. Il giovane Holden si chiedeva dove vanno a finire le anatre del Central Park in inverno, ma in pochi si chiedono dove vanno le persone senza fissa dimora quando la mattina i dormitori chiudono. Dal 19 dicembre scorso a questa domanda si può rispondere: in via Aldini 74 a Milano, dove prima c’era una scuola e ora c’è un Centro di accoglienza e luogo di cura e degenza per le persone senza dimora. 1500 metri quadrati e 90 posti letto di cui 20 per degenza. È una risposta che sa di vittoria, di impegno e di costanza e di quattro organizzazioni non profit che hanno accettato la sfida del Comune.

UN POSTO CALDO. Alberto Sinigallia è il presidente di Fondazione Progetto Arca, un’importante ente non profit milanese che dal 1994 si occupa delle persone che vivono per strada. Racconta con entusiasmo questa nuova sfida che la sua fondazione ha abbracciato. «Quando i centri di accoglienza notturna chiudono, i senza tetto devono tornare sulla strada, qualunque sia la loro condizione, che siano malati, affaticati, stanchi, senza un posto dove andare, senza nessuno con cui parlare. Questo posto che abbiamo messo in piedi è un luogo caldo e accogliente che mette al centro la persona. Dove ci sono i dottori e gli infermieri di Medici senza frontiere pronti a curare chi sta male, volontari disposti a scambiare quattro chiacchiere, dove ci sia qualcosa da mangiare».

NATALE PER TUTTI. Perché anche il reinserimento sociale è importante, per le persone che la strada l’hanno abbandonata e per quelli che ancora, purtroppo, ci vivono: «Amiamo definirci una stampella, non un sostegno definitivo. Se una persona vuole, facciamo di tutto per aiutarla, per cercare di reinserirla socialmente e permetterle di ricominciare a vivere». Una stampella molto solida, dove i senza dimora possono fare colazione e pranzare al caldo, grazie al sostegno della Fondazione Patrizio Paoletti. Il presidente, Marco Benini, ha accettato la sfida di portare pasti caldi in Italia, dopo averlo fatto per anni all’estero: «Ci sono sempre più poveri in Italia, quest’anno tre milioni di persone hanno chiesto un pasto caldo. È importante esserci, aiutare chi non ce la fa nemmeno ad arrivare a fine mese. È questa la nuova emergenza che siamo chiamati a fronteggiare. Durante le feste non ci fermiamo di certo, distribuiremo pasti caldi nel centro e fuori». Accanto alla Fondazione Patrizio Paoletti e a Progetto Arca c’è un’associazione di volontariato costituita da cittadini milanesi da anni impegnati sulla strada, Milano in azione. Molti di loro ora danno una mano al Cento di Quarto Oggiaro e tra di loro ci sono alcuni ex senza fissa dimora che oggi, grazie all’associazione, hanno cominciato una nuova vita.

MEDICI SENZA FRONTIERE. A dare sostegno medico e infermieristico ci pensa invece Medici senza frontiere, la più grande organizzazione umanitaria indipendente di soccorso medico, che ha accolto l’invito del Comune di Milano. Il responsabile del coordinamento è il dottor Gianfranco De Maio: «All’interno dell’ex scuola abbiamo trovato tutto: un’infermeria, una sala d’attesa, un ambulatorio e dei servizi. Il nostro scopo è quello di curare e assistere le persone senza dimora che al mattino sono costretti a lasciare i dormitori e magari hanno la febbre o un quadro clinico che non gli consente di tornare al freddo. Spesso queste persone si rivolgono al Pronto Soccorso, ma spesso non sono codici verdi. Così vanno solo a ingrossare le fila dei pazienti in attesa». Lo scopo della presenza di Medici senza Frontiere nel centro di degenza è proprio quello di fornire assistenza di base alle persone che ne hanno bisogno «anche per far sì che non costituiscano una spesa aggiuntiva per la sanità in termini di soldi, tempo e risorse umane». All’interno della struttura lavorano cinque infermieri ventiquattro ore su ventiquattro e tre medici che si alternano nelle ore più critiche della giornata: «Spero che questa struttura diventi un modello per gli altri grandi centri urbani italiani». Ce lo auguriamo tutti.