Cercasi incazzati disperatamente
È davvero interminabile il Sessantotto che c’è nella testa di alcuni nostri commentatori. Un tic che scatta ogni qual volta si parla di giovani e di manifestazioni.
Questa volta il pretesto sono la scuola in Francia e l’emergenza casa in Spagna. Ci sarebbe molto da dire su entrambi i casi — diversi tra loro — in cui si intrecciano problemi complessi e responsabilità politiche precise (a partire da quelle di Emmanuel Macron e Pedro Sánchez) su cui i grandi giornali preferiscono regolarmente sorvolare. Ma il punto che oggi vorremmo sottolineare è un altro: il modo grottesco in cui questi fenomeni vengono raccontati e strumentalizzati in Italia.
Il mito della piazza
Chi cercasse una conferma empirica della tesi di Giancarlo Cesana sulla mentalità dei “formidabili anni” che ancora imbriglia il cervello della nostra intellighentia, non dovrebbe fare altro che leggersi l’editoriale firmato la settimana scorsa da Concita De Gregorio su Repubblica. Un distillato di luogocomunismo sessantottino in purezza. L’ex direttrice dell’Unità si chiede smaniosa perché in Spagna ci sia un «fermento attivo» che spinge i giovani in piazza a combattere per la casa, mentre noi «stiamo a guardare».
Nel suo racconto, l’Italia sarebbe la morta gora di una società anestetizzata, assuefatta alle peggiori ingiustizie: un popolo di teleidioti senza altro orizzonte che commentare sui social le puntate di Ballando o Temptation Island. Lì invece no, c’è il mito della piazza, la “lotta”, la rivolta romantica. «I moderati, noi abbiamo i moderati. In Spagna hanno gli indignati, gli incazzati». È «un tempo stanco, questo. Stanco sfinito», sospira amareggiata De Gregorio. Nessuno che spacchi più niente, che peccato.
Un mondo multietnico
Sulla stessa lunghezza d’onda, Beppe Severgnini dalle colonne del Corriere della Sera si accoda al coro dei delusi: ma come, con tutti i motivi che ci sarebbero per ribellarsi, perché da noi «la situazione è relativamente tranquilla»? La risposta di Severgnini? Colpa di mamma e papà. C’è «una generazione che ne sta mantenendo un’altra». Un fatto innegabile, certo. Ma se l’osservazione serve solo a rifilarci l’ennesima omelia sull’urgenza di aprirsi al «mondo multietnico che i nostri figli già abitano con naturalezza», l’occasione per un’analisi seria è persa da un pezzo.
Ciò che sconcerta nel tono di Severgnini è quel sottile disprezzo per la società italiana, trattata quasi fosse una colpa il fatto che esista ancora un tessuto familiare solido, capace di sorreggere i figli invece di abbandonarli al loro destino.
Magari è meglio lavorare
Per fortuna ci ha pensato l’economista Nicola Rossi, sul Foglio, a smontare questa narrazione superficiale. Anche lui, come noi, è rimasto sconcertato di fronte al «coro di opinionisti che si interrogano sul perché mai l’Italia non dia fuoco ai cassonetti o non prenda a legnate i presidi come in Francia, non occupi le piazze o non passi il tempo a scontrarsi con le forze dell’ordine come in Spagna».
Rossi — che ha una storia politica a sinistra e conosce i numeri — non nega i problemi. L’inflazione morde, la sanità pubblica affanna, trovare casa nei grandi centri è un’impresa. Ma ricorda anche che ci sono indicatori economici in ripresa e che, soprattutto, la protesta cieca non è l’unica reazione possibile a una difficoltà. Rossi lancia una provocazione banale quanto rivoluzionaria: è davvero così incomprensibile il fatto che molti italiani apprezzino la stabilità di questi anni? In un mondo stravolto da guerre e crisi energetiche, dopo la giostra surreale dei governi tecnici e delle coalizioni arlecchine (con Giuseppe Conte capace di governare prima con la Lega e poi col Pd), l’Italia vive una fase di fisiologica tranquillità. È davvero così scandaloso che la gente preferisca lavorare piuttosto che andare a fare guerriglia urbana?
Questi giovani vanno bene?
A dire il vero, qualcuno in piazza c’è andato eccome. Sono i collettivi che hanno sfilato in molte città nei giorni scorsi. La Palestina era solo la facciata: il piatto forte erano i cori contro lo Stato ebraico, gli scontri fisici con la polizia e slogan da miliziani di Hamas: «Viva il 7 ottobre», «la fine del genocidio è la fine del sionismo», «fasci e sionisti appesi».
Sarebbero questi i giovani che piacciono a Concita De Gregorio? È questo il livello di “incazzatura” che si augurava per risvegliare il paese dal torpore? Non c’è da stupirsi se queste piazze – da Parigi a Madrid, fino alle nostre città – finiscano quasi sempre nel vandalismo e nella violenza pretestuosa. È lo sfogo sterile di una generazione a cui è stato insegnato che l’odio e l’ostentazione di sé valgono più di qualsiasi proposta concreta.
E i primi responsabili di questo cortocircuito sono proprio gli intellettuali che, dalle loro comode cattedre editoriali, soffiano sull’odio sociale per il solo gusto di rivivere, sulla pelle degli altri, la loro eterna e mai superata giovinezza.
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