Casca il mondo
Giocarsi la pellaccia
Una delle ipotesi più accreditate sull’estinzione dei dinosauri è la caduta di un meteorite. Per immaginare l’estinzione dell’uomo, però, non occorre scomodare oggetti celesti ingombranti, né chiamare in causa guerre globali. Basta meno, molto meno. Lo confermano certe notizie relegate nei trafiletti delle curiosità bizzarre.
In Australia una donna è rimasta priva di sensi dopo aver subìto un trauma cranico durante una sfida di Runit, definito dagli organizzatori un «evento di intrattenimento ad alto impatto», nel quale tutto converge verso la collisione. La sfida consiste in uno scontro frontale fra due atleti, su una corsia lunga circa venti metri. In sostanza, ci si corre addosso. Il “runner” tiene in mano un pallone ovale e punta diritto verso l’avversario; il “tackler” corre nella direzione opposta e cerca di fermarlo con un placcaggio. Vince chi domina la collisione.
Tolte la squadra, il gioco e l’idea tutt’altro che brutale dietro il placcaggio, del rugby resta soltanto l’urto. Senza altro scopo. Alan Pearce, neuroscienziato ed esperto di commozioni cerebrali, ha proposto di vietare il Runit: «La grande differenza, negli sport organizzati, è che hai l’opportunità di sfuggire a un avversario. Anche negli sport da combattimento puoi difenderti».
Dietro il Runit non è ancora documentato un vasto mercato ufficiale di scommesse sugli incontri, ma c’è già il sostegno diretto di Stake, uno dei maggiori marchi mondiali di casinò online e scommesse sportive. La disciplina nasce dunque dentro un modello di spettacolo particolarmente compatibile con il betting: confronti brevissimi, esito immediato, knockout, premi elevati e contenuti costruiti per circolare sui social.
I caproni si prendono a cornate per stabilire chi domina il branco e chi avrà accesso alle femmine. Gli uomini sembrano percorrere una singolare parabola evolutiva: è rimasta soltanto la “cornata”, trasformata in spettacolo, montepremi e contenuto da condividere.

Si può arrivare all’autodistruzione anche da pigri, sdraiati sotto il sole. Nell’ultimo mese i dermatologi statunitensi hanno lanciato l’allarme per la crescita del fenomeno chiamato “tanmaxxing”: la tendenza virale a ottenere un’abbronzatura estrema esponendosi al sole nelle ore più calde, senza creme protettive, e accelerando il processo con oli abbronzanti e lettini solari. L’effetto barbecue va, naturalmente, ostentato sui social mostrando i segni del costume: più le linee sono nette, più si scalano posizioni nel regno dei “tanfluencer”, gli influencer dell’abbronzatura. Il tanmaxxing rovescia perfino l’uso dell’indice Uv. Uno strumento costruito per indicare quando proteggersi dal sole viene consultato per sapere quando esporsi al massimo. È come leggere l’indice di pericolosità di un incendio per individuare il momento migliore in cui entrarci.
Anche in questo caso viene spontaneo ricorrere a un paragone con il mondo animale. Tempo fa andava di moda il mantra: «Ogni mattina, in Africa, una gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più veloce del leone, altrimenti verrà uccisa». Siamo riusciti a compiere un imprevedibile passo oltre. Che goduria per il leone, vederci comodamente sdraiati e cotti a puntino come una bella costoletta alla brace.
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