Cinema Fortunato
“Il diavolo veste Prada” di nuovo ma sembra la macchietta di se stesso
Il testo che segue è tratto dalla puntata settimanale di “Cinema Fortunato”, la newsletter di recensioni cinematografiche riservata agli abbonati di Tempi. Abbonati per riceverla ogni giovedì.
Legenda: ★★★★ pazzesco | ★★★ ci sta | ★★ ’nzomma | ★ imbarazzante
Il diavolo veste Prada 2 ★
Di David Frankel
Dove vederlo: al cinema
Non diciamolo ad alta voce che m’ha fatto schifo che poi nessuno va più a vederlo… Minestra riscaldata, traboccante di pubblicità più o meno occulte. C’è pure la Versace che ha anche una battuta memorabile: il film riesce a far rimpiangere il primo episodio che era una buona satira del mondo modaiolo, grazie a interpreti ben amalgamati e a una sceneggiatura frizzante e cattiva. Qui si naviga a vista, quando non sembra proprio una rimpatriata sul lago di Como che peraltro si vede solo a sprazzi. Meryl Streep va avanti col pilota automatico, Emily Blunt, che era l’elemento comico del primo episodio, non ha una battuta buona e risulta antipatica, Anne Hathaway sembra in viaggio premio, Stanley Tucci fa la macchietta. Di gran classe la sequenza del buffet preso d’assalto sotto il Cenacolo vinciano.

Nel tepore del ballo ★★
Di Pupi Avati
Dove vederlo: al cinema
Diretto – ahimè – come “Gli occhi del cuore 2” del rinomato maestro René Ferretti, l’ultimo film di Pupi Avati sconta i soliti problemi di tanta parte del suo cinema. Il piccolo mondo antico, magari popolato da pretini e suorine, la nostalgia, il candore del tempo perduto e, di contro, la volgarità del presente, i cialtroni dell’oggi. Pare un film di 3 ore e invece è poco più di un’ora e mezza. Sarà perché non si capisce per quale strana forma di sadismo Avati regali a Raoul Bova le scene più drammatiche del film, col risultato che davvero sembra di essere davanti a una puntata particolarmente caciarona di Boris, sarà che l’ultrasettantenne Massimo Ghini truccato da cinquantenne è improbabile, sarà che il finale – tristemente pascoliano – ti mette addosso un’angoscia. Salvo soltanto Giuliana De Sio, sommersa dai ritocchini che fa il verso a una gran dama della televisione a caccia di scandali (si chiama La Morta, pensa un po’), e salvo anche una certa sincerità di Pupi che, ormai da qualche anno, confeziona i suoi film come delle grandi bare intessute di ricordi più meno delicati. Titolo di rara bruttezza.

Breakdown – La trappola ★★★
Di Jonathan Mostow
Anno di uscita: 1997
Dove vederlo: Paramount+
Gran bel thrillerone che mescola in modo intelligente la struttura classica del road movie con le caratteristiche del film di tensione. Il copione saccheggia senza pudore un intero immaginario (la paranoia provinciale di Frantic, il predatore anonimo di The Hitcher, il duello meccanico di Duel), eppure sembra tutto nuovo grazie al ritmo notevole che conferisce alla narrazione il bravo Jonathan Mostow, lanciato proprio da questo film la cui forza non seppe poi replicare con i lavori successivi. Il bellico U-571 era un buon lavoro con qualche problema narrativo, ma poi il disastroso Terminator 3 – Le macchine ribelli avrebbe affossato la carriera di un buon regista che probabilmente sarebbe dovuto stare lontano da Hollywood.

Marnie ★★★★
Di Alfred Hitchcock
Anno di uscita: 1964
Dove vederlo: RaiPlay
Capolavoro disturbante e complicato di Alfred Hitchcock. Anche a distanza di così tanti anni mantiene la sua forza. Tratto da un racconto di Winston Graham, il film doveva essere interpretato da Grace Kelly ma poi passò a Tippi Hedren. Lavorazione burrascosa e rapporto complesso tra lei e il regista. La storia ne risente: trauma infantile, sessualità patologica, senso di colpa sepolto sotto anni di rimozione, un certo schematismo nelle svolte ma anche la consueta capacità del regista di giocare con le attese e i dubbi, persino la psicologia dello spettatore.
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