La preghiera del mattino
La guerra di Trump, il giudizio del Papa e la diplomazia della Chiesa
Scrive Matteo Matzuzzi sul Foglio:
Il Papa condanna esplicitamente le apocalittiche dichiarazioni trumpiane di martedì mattina ma, soprattutto, invita a darsi da fare per spingere il Congresso americano a entrare in gioco in maniera determinante per bloccare le velleità dell’Amministrazione. Leone XIV l’americano, dunque, entra direttamente in gioco nelle dinamiche politiche del suo paese. Un rischio enorme, ma forse calcolato.
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Scrive Mattia Ferraresi su The Free Press:
Le tensioni si sono accumulate per mesi, culminando a gennaio con la convocazione al Pentagono di un alto diplomatico vaticano. […] Funzionari vaticani informati dell’incontro […] lo hanno descritto come una dura lezione che metteva in guardia sul fatto che gli Stati Uniti hanno la potenza militare per fare ciò che vogliono e che la Chiesa farebbe meglio a schierarsi dalla loro parte. […] Il sottosegretario alla Guerra, Elbridge Colby, ha convocato al Pentagono l’allora ambasciatore della Santa Sede negli Stati Uniti, il cardinale Christophe Pierre. […] Un funzionario statunitense si è spinto fino a invocare il papato di Avignone.
Ferraresi descrive un Vaticano e una Casa Bianca ai ferri corti (anche se ieri sera l’ambasciatore americano presso la Santa Sede ha smentito la ricostruzione dell’episodio specifico le tensioni esistono), e dice che la scelta di Leone di andare a Lampedusa il 4 luglio prossimo, e non a Washington come da invito, sarebbe un messaggio ben calcolato nei confronti dell’Amministrazione Trump. In quei giorni cade anche l’anniversario della visita di Francesco nel 2013 all’isola meta di migranti in fuga dal Nordafrica.
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Scrive R R Reno su First Things:
Fin dall’inizio della guerra contro l’Iran, l’amministrazione Trump si è abbandonata a una retorica estremista e sanguinaria. I suoi funzionari credono di intimidire i nemici dell’America e di ispirare il popolo americano. Si sbagliano. La loro retorica bellica, in particolare le dichiarazioni oltraggiose sulla possibilità di spazzare via intere civiltà dalla faccia della terra, degrada il popolo americano e offusca le nostre coscienze.
Ai cattolici conservatori americani iniziano a non piacere più i toni da fine del mondo di Trump.
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Scrive William McGurn sul Wall Street Journal:
La guerra induce i nostri soldati a una profonda riflessione. Il soldato americano in uniforme deve chiedersi: sto facendo la cosa giusta? […] La Chiesa cattolica si è espressa su tutte queste questioni almeno dai tempi di Sant’Agostino. Si chiama tradizione della guerra giusta e, sebbene non offra risposte nette di sì o no, indica le domande giuste. Purtroppo, l’impressione diffusa nell’opinione pubblica negli ultimi decenni è che il pacifismo sia l’unica vera risposta cristiana ai conflitti militari.
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Dice l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi, ad Avvenire:
«Il Papa si è rivolto ai cattolici impegnati in politica, dicendo che devono promuovere la pace. Il magistero dei Papi è chiaro. Un cattolico se promuove la guerra – vende armi, distrugge, ecc. – andrebbe scomunicato. In Pax Christi è in corso un’esplorazione teologica in questo senso».
Servirebbe forse una via di mezzo tra il considerare quella in Iran, con annessi obiettivi e vittime civili, una “guerra giusta”, e chiedere la scomunica per chiunque promuova un conflitto.
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Scrive Jayd Henricks su First Things:
La tradizionale struttura di potere del Vaticano affidava la gestione quotidiana alla Segreteria di Stato; Francesco ha governato in modo diverso. […] Prevost, pur non essendo molto conosciuto al di fuori del Vaticano, era riconosciuto dall’establishment vaticano come un uomo capace di ascoltare e di costruire il consenso, il che è probabilmente uno dei motivi della sua elezione. […] La Segreteria di Stato è tornata a svolgere il ruolo di amministrare gli affari del Santo Padre e il governo dello Stato della Città del Vaticano; Leone ha consultato diverse prospettive su ogni singola questione, come testimoniano le sue udienze private; e uomini con la giusta esperienza ecclesiastica sono stati elevati a posizioni di rilievo.
Durante il papato di Francesco i rapporti diplomatici (ed economici) della Sante Sede con gli Stati Uniti si erano praticamente azzerati. Leone e Segreteria di Stato sono al lavoro per migliorarli.
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Scrive P. Jorge Enrique Mújica, LC su X:
Si è svolto un incontro bilaterale tra gli ambasciatori degli Stati Uniti presso la Santa Sede e della Santa Sede presso gli Stati Uniti nella sede dell’ambasciata americana a Roma. L’ambasciatore Burch ha dato il benvenuto all’arcivescovo Caccia, nuovo nunzio (ambasciatore) del Papa negli Stati Uniti. Secondo le informazioni riportate sui social media, “hanno mantenuto un’ampia discussione sulla relazione USA-Santa Sede, inclusa l’opportunità di lavorare insieme su molti temi di interesse reciproco”.
Come si è capito, il cardinale Pierre non era particolarmente gradito all’Amministrazione Trump. Il nuovo nunzio, Gabriele Caccia, che gode di maggiore stima a Washington, ha il difficile compito di migliorare rapporti che – soprattutto sui temi della guerra e dell’immigrazione – restano tesi.
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Scriveva qualche giorno fa ancora Matteo Matzuzzi sul Foglio:
Molti osservatori si attendevano che davanti all’escalation attorno allo Stretto di Hormuz, il Pontefice avrebbe usato toni ben più duri, quasi da scontro. Invece, lui si dice speranzoso sulle intenzioni manifestate da Trump, facendo però comprendere al contempo tutta la distanza che intercorre fra i propositi della Casa Bianca e gli auspici vaticani. È la cifra di Leone XIV, opposta a quella di Francesco.
L’articolo è antecedente alle minacce di Trump all’Iran, ma racconta la volontà di Prevost di non arrivare a uno scontro con Washington. E la smentita di Burch di cui si parlava prima dice che da parte della Casa Bianca c’è la stessa volontà, al di là di come siano andate davvero le cose tra Pierre e Colby.
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Su Vatican News si scrive:
Nel corso dell’udienza generale di questa mattina, 8 aprile, Papa Leone XIV ha rinnovato a tutti i fedeli l’invito a unirsi a lui in un momento di preghiera per la pace, che si terrà nella Basilica di San Pietro sabato 11 aprile 2026, alle ore 18.00.
Realpolitik o meno, il Papa resta saldo nel suo giudizio sulla pace e nella condanna alla guerra che sta sconvolgendo il Medio Oriente.
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