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Travolti da un insano desiderio

Di Caterina Giojelli
18 Dicembre 2025
Storie di genitori in lotta per strappare i loro figli allo spietato algoritmo che trasforma ogni ansia riguardo alla propria “identità di genere” in un nuovo giovane trans da “affermare” e celebrare. E chi osa porre domande e dubbi è un mostro
Persona con scarpe bianche e jeans che cammina sopra una bandiera arcobaleno LGBTQ+ dipinta a terra

L’8 ottobre è approdato in commissione Affari sociali della Camera il ddl Roccella-Schillaci «per l’appropriatezza prescrittiva e il corretto utilizzo dei farmaci per la disforia di genere». Un tentativo di reintrodurre un grammo di clinica nel carnevale identitario: diagnosi multidisciplinare, psicoterapia documentata, farmaci solo con il nullaosta del Comitato etico pediatrico, registro Aifa in ordine. È la stessa inversione di marcia già vista all’estero, dal Regno Unito agli Stati Uniti ai Paesi Bassi: dal culto affermativo alla prudenza, soprattutto per quelle adolescenti (otto su dieci) spaventate dalla pubertà.

Ma i media italiani pretendono la loro favola edificante: transizione come diritto naturale, famiglia come nemico, complessità ridotta a catechismo arcobaleno. Il lunghissimo servizio “Inside – La libertà sessuale nell’era di Vannacci” delle Iene è la summa teologica del genere: il Generale Lucifero opposto al Virgilio pop da 3 milioni di follower Vincenzo Schettini; la sfilata delle vittime della famiglia tradizionale; le Iene che infilano microcamere in confessionale, orchestrano coming out, benedicono raccolte fondi e testimonial vip. Finale d’obbligo: gli eroici minori in transizione dell’ospedale Careggi, i bloccanti come farmaci salvavita, il genitore buono solo se affermativo.

In questo clima da “viva la società civile salvifica, abbasso la famiglia oscurantista e mortifera”, il ddl Valditara sul consenso informato osa imporre che la cosiddetta educazione sessuo-affettiva non venga somministrata ai figli a insaputa dei genitori. Apriti cielo: “medievale”, “femminicida”, gridano gli stessi che recitano il copione Iene in piazze e talk show tacendo sul resto del mondo e sulle famiglie reali. GenerAzioneD, l’associazione nata da un manipolo di madri e padri travolti dal tema della disforia nei figli, raccoglie da anni storie che non entrano nei palinsesti. Tempi ne ha scelte due.

Bella soggiogata dai “bimbi libellula”

Ora Bella sta facendo crescere i capelli, indossa vestiti della sua taglia, si trucca. Da un anno e mezzo non sente più i vecchi amici, né i prof che la incitavano a chiamare i servizi sociali. Ci sono giorni in cui l’umore l’abbandona e la vergogna la travolge. «E non ha preso ormoni, ha fatto solo la transizione sociale. Ma per loro è inaccettabile». “Loro”, spiega a Tempi la madre di Bella (nome di fantasia), sono «compagni, professori, amici di TikTok: l’hanno applaudita quando è diventata “lui”, non le perdonano di essere tornata indietro».

Bella ha sedici anni quando, nel 2021, lancia la prima granata a cena: «Sono nata in un corpo sbagliato». La madre tenta di capire chi abbia davanti: una ragazza bellissima, eppure arrabbiata, introversa, fragile fin dalle medie, già in cura. Poi il Covid e l’isolamento le avevano spalancato un mondo online. «Anni dopo mi confessò: “Mamma, ogni volta che aprivo TikTok c’erano ragazzi che parlavano di transizione, di disforia. Mi proponeva solo quello”. Era finita in un algoritmo. E quando sei fragile, quell’algoritmo è una calamita. Pensavo che internet l’aiutasse a non restare sola, invece l’ha risucchiata».
La madre non immagina che “tutti”, compagni e professori, la chiamino già al maschile. È furiosa per l’autodiagnosi, così dettagliata da sorprendere: «Seguiva pagine sulla disforia che anticipavano reazioni e comportamenti».

Da quel momento Bella cambia tutto: abiti, voce, postura, andatura. «La mia reazione iniziale è stata pessima. Ho alzato un muro per paura e rabbia. Se potessi tornare indietro non lo rifarei, ma ero umana. Consultavo medici, pediatri, volevo proteggerla». Per un anno e mezzo è un incubo: Bella non si cura, litiga, usa linguaggi volgari. Una notte prende le valigie e se ne va.

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«Non ho chiamato i carabinieri per non perderla»

«Si sentiva forte, popolare, le compagne facevano a gara per ospitarla. Non ho chiamato i carabinieri per non perderla». Mentre Bella è fuori, la scuola convoca i genitori per parlare di “loro figlio”. «Era minorenne, avrebbero dovuto avvisarci. La carriera alias non era attivata, e comunque serviva il consenso dei genitori. Tutto illegittimo. Una violenza». «Signora, deve accettare il lutto di sua figlia», le dice una professoressa. La madre vorrebbe esplodere («Conosco chi ha perso davvero un figlio»), ma decide di mettersi in discussione: «Io e mio marito spieghiamo che amiamo nostra figlia e avremmo fatto qualsiasi cosa per vederla felice. Ma vogliamo capire l’origine reale del malessere prima di iniziare qualsiasi percorso». La risposta della scuola è glaciale: «Il problema siete voi. Bella sta male perché non l’accettate come ragazzo».

I giorni passano. «Cercavo informazioni online, ma trovavo solo il mantra: ascolta e afferma. I giornali celebravano bambini libellula, ragazzi fluidi, identità queer. Discutere era transfobia». Finché una notte non si imbatte in GenerAzioneD. «Divoro le testimonianze dei genitori: copia e incolla della mia esperienza. Sveglio mio marito: “Ho trovato qualcuno come noi!”».

Celebrazione del Pride in un parco con bandiere arcobaleno, bolle di sapone e una folla festante

Il vero stigma è su chi torna indietro

Quando Bella torna a casa, la madre ha già contattato l’associazione: «Pensavo chiedessero soldi; invece mi hanno detto: “Non sei sola. La prima cosa è riportare a casa tua figlia”». Da lì cambia approccio: «Vuoi fare il percorso? Bene. Parliamo prima con i medici veri». Bella è soggiogata dal racconto di una ragazza già operata e popolarissima sui social. Un amico medico le spiega con pazienza cosa significherebbe iniziare la transizione. La madre si documenta giorno e notte: “detransitioner” inglesi e americani, studi, retromarce. Bella odia queste testimonianze, il mondo ideale dei social vacilla. È furiosa, provoca la madre per giustificare, come suggeriscono scuola e compagni, la fuga in una “casa famiglia”. La madre, forte del sostegno di altre donne che hanno passato lo stesso inferno, ingoia rospi, evita scontri, resiste.

«Grazie all’associazione cambiamo psicologo, scopriamo che Bella alle medie ne ha passate di tutti i colori e ricominciamo a comunicare con più serenità». La pazienza prepara il momento decisivo: «Andiamo in vacanza in un posto senza internet. Quindici giorni disconnessa, senza stimoli, senza social». Lì Bella inizia a fare sport con i vicini, si diverte, si sente parte di qualcosa. «Al rientro mi dice: “Mamma, cerchiamo una squadra?”». Ne trovano una mista amatoriale, dove Bella si presenta come ragazza. Quando si lascia con la fidanzata: «Mamma, mi sa che hai ragione. Ho sbagliato».

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Oggi porta i capelli lunghi, si trucca, si depila. «Ma porta dentro il peso della vergogna. La società accetta chi va in una direzione, non chi torna indietro». Ha perso amici e identità sociali, ha finito la scuola dove gli educatori si sostituivano ai genitori, pagando con voti più bassi. «Nel 2020, quando dissi che era seguita da una psichiatra, mi risposero: “Non ci interessa, se rischia dovremo bocciarla”. Con la disforia: “Non si preoccupi, capiamo”». Bella ammette che se sua mamma non si fosse messa di traverso, «ora sarei qui senza seno e imbottita di ormoni». Ma la mamma ribadisce: «A salvarla è stata la psicoterapia esplorativa, dove ha potuto parlare finalmente di sé». Ha speso una fortuna in analisi, mentre famiglia e matrimonio venivano scossi dalla violenza della figlia. «Le istituzioni non ci hanno aiutato. Mi hanno aiutato altre madri, indicando i professionisti giusti, e assicurando una compagnia concreta e presente. Sono ancora furibonda, ma so di essere sopravvissuta grazie alle testimonianze di altri genitori e ragazzi. Voci che nessun algoritmo renderà mai virali».

Alice nel paese dei “diritti”

Prima del Covid i genitori di Alice (ancora un nome di fantasia) avevano stabilito una liturgia domestica: prima i compiti, poi, se avanzava tempo, un po’ di cellulare. Poi arrivò il lockdown: «Improvvisamente il computer era necessario per tutto: lezioni, compiti, amicizie. Sembrava uno strumento utile, quasi salvifico», racconta a Tempi il padre, consapevole delle difficoltà di due anni di Dad, ma ignaro di un apparato digitale che agiva silenzioso. La rivelazione arriva una sera di dicembre del 2021: «Papà, mamma, ho la disforia di genere». Nessun preambolo, una autodiagnosi confezionata con un lessico sorprendentemente tecnico: «Voglio un nome maschile e voglio iniziare la transizione biologica». Il padre osserva la figlia, adolescente in tutto e per tutto, fino a quel momento con lunghi capelli e unghie smaltate, alle soglie dei diciassette anni, e resta spiazzato. Non è conservatore né bigotto, ma vuole delle ragioni: «Le abbiamo detto che le volevamo bene, ma che prima di cambiare la sua vita volevamo sentire un medico».

Il medico di base cade dalle nuvole. Il pediatra pure. L’unico approdo è il centro pubblico per la disforia di genere. Lì, al primo incontro, una psicologa che non ha mai visto Alice propone un percorso affermativo rapido: «Ci dice: “Dovete assecondarla in tutto. Queste ragazze sono ad alto rischio suicidio. Faremo sei sedute, una al mese, e poi iniziamo gli ormoni”. Chiedo per quanto tempo dovrà prenderli. Risposta: “Per tutta la vita”. E subito dopo: “A diciotto anni potrà avviare il percorso chirurgico”. Non conosceva nostra figlia ma aveva già deciso tutto. Siamo usciti devastati. Non potevamo farlo, non così».

Due persone camminano durante una parata o un evento LGBTQ+. La persona a destra indossa una bandiera transgender (a strisce orizzontali azzurre, rosa e bianche con il simbolo di genere unificato) come mantello. La persona a sinistra ha i capelli corti verdi e indossa bretelle arcobaleno. Sullo sfondo, un edificio classico con colonne e altre persone sfocate camminano lungo la strada
(Foto di Delia Giandeini su Unsplash)

L’universo monotematico del web

Cercano allora un’altra psicologa, specialista di adolescenti, che conferma senza esitazioni la nuova identità della ragazza. Il padre insiste con la figlia: come hai capito di essere trans? Risposte vaghe finché emerge il dettaglio decisivo: «Papà, l’ho capito quando a scuola ci hanno parlato di sessualità e identità di genere. Degli esperti ci hanno spiegato queste cose. Mi sono riconosciuta. È un mio diritto». E lì, dice il padre, si apre il varco: «Alice, qui non parliamo di diritti ma di interventi medici irreversibili».

Fuori dagli studi medici c’è l’ecosistema perfetto: social che moltiplicano conferme, algoritmi che modellano bolle identitarie, influencer che presentano la transizione come un romanzo già scritto, dopamine scrolling che premia subito i desideri dei ragazzi. Su Instagram, scopriranno poi i genitori, l’universo di Alice è monotematico: transizione, disforia, guerrieri dell’identità. Offline, i pari la accolgono come capopopolo: la loro figlia è diventata leader del gruppo, un’autorità morale. E gli adulti, invece di controbilanciare, confermano: la scuola adotta il nuovo nome senza avvisare i genitori. «Nessuno parla di “carriera alias”, nessuno comunica nulla. Chiedo l’accesso agli atti, voglio sapere dalla dirigente: che cosa avete detto agli insegnanti? Quali procedure esistono? Quanti studenti coinvolti? So che in classe di Alice sono almeno tre le ragazze che si dichiarano maschi». La risposta della scuola è disarmante: «Quattro righe per dire che non esiste alcun protocollo, ogni prof fa come crede, l’istituto non ha strumenti. Siamo stati tagliati fuori da tutto».

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Da qui comincia la catabasi, il precipizio in un caos burocratico-medicale dove ogni prudenza e ricerca di informazioni è bollata come odio e transfobia. Finché la famiglia non approda a GenerAzioneD, faro per padri e madri travolti dallo stesso identico copione. Scoprono che il protocollo olandese, nato per adolescenti con incongruenza severa e persistente fin dall’infanzia, oggi viene applicato a una popolazione diversa: quasi tutta femminile, post-Covid, fragile, ansiosa, dipendente da smartphone, identità in costruzione. «Una sofferenza che meriterebbe prudenza, non scorciatoie». Ma per i medici la fretta è tutto. Sei mesi dopo la prima visita, arriva il certificato di incongruenza; una visita dall’endocrinologo e parte la richiesta al tribunale. Diciotto mesi dopo l’ingresso al centro, appena maggiorenne, Alice riceve autorizzazione al cambio anagrafico e agli interventi chirurgici. Irreversibili: mastectomia, isterectomia, fertilità distrutta.

«All’estero frenano, noi acceleriamo»

«E anche qui: nessuno ci ha coinvolti. Il vissuto di chi la conosce da sempre non conta, conta solo ciò che lei sente ora, arrivare velocissimi a ciò che è stato elevato a diritto assoluto. Io ho sempre votato a sinistra perché pensavo ai diritti delle persone», dice il padre di Alice con amarezza, «ma qui non ci sono diritti: c’è violenza, sfruttamento della fragilità adolescenziale per condurre battaglie di adulti». Il ricatto è codificato: “Figlio vivo o figlia morta”. Una frase mostruosa che chiude ogni bocca, che trasforma in “transfobico” chi chiede tempo. Intanto il padre di Alice trova risposte in Finlandia, Svezia, Inghilterra: «Stop ai bloccanti precoci, stop al modello affermativo rapido, ritorno alla salute mentale come priorità. Loro frenano, noi acceleriamo. Loro riscoprono la cautela, noi trasformiamo il genitore in ostacolo da rimuovere». Quando Alice gli mostra l’autorizzazione giudiziaria, lui le dice: «Ti amo più di me stesso. Ma accompagnarti oggi in sala operatoria sarebbe tradirti».

Alice può operarsi da mesi, ma ancora non ha fissato la data. Forse esita, forse il prestigio conquistato tra i pari rende impossibile il dietrofront. Come si fa ad ammettere davanti a tutti di aver sbagliato dopo aver combattuto un anno per quel bisturi? La scuola, intanto, continua a macinare semplificazioni: ogni sofferenza è stigma, omosessualità e transessualità vengono confuse nella stessa narrazione, odio genitoriale, differenze negate. «Ma nel caso delle transizioni parliamo di ormoni a vita e bisturi su corpi sani», conclude il padre: «Il diritto di autodeterminarsi esiste. Ma a sedici anni dovrebbe esistere, sacrosanto e garantito, anche il diritto di sbagliare».

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Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di dicembre 2025 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

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