Se non avete visto Interstellar, non leggete questa recensione. Ma se la leggete, vi verrà voglia di vederlo
Christopher Nolan ci ha abituati a illusioni e colpi di teatro di ogni tipo. Da Memento, passando per The Prestige, si è divertito a coinvolgere gli spettatori con paradossi logici e azzardi scientifici. Nella trilogia del Cavaliere Oscuro ha cominciato a mettere a tema questioni come la giustizia, la fiducia, il male e la libertà. La grande domanda che attraversa questi film è quella sulla verità: come riconoscere ciò che è vero dall’illusione? Perché mostrare la verità se questa è terribile? Non è meglio illudersi piuttosto che soffrire?


Cooper è uno dei pochi uomini che non ha mai smesso di lasciarsi attrarre da quell’immensità: «Siamo esploratori, non guardiani». E per dare alla figlia e al mondo una vita migliore, si tuffa nella fredda oscurità dello spazio. Interstellar non è un trattato sui buchi neri, ma la storia di un padre che per amore si allontana dalla figlia ad una distanza che ha dell’eterno. Lei lo bestemmia per questo, non ne capisce la ragione. Tutti mandano messaggi alla nave spaziale, convinti che l’equipaggio possa ancora sentire (ed è così!). Ma dal buio infinito proviene solo un lunghissimo e tetro silenzio.
La scena finale è la chiave di tutto il film. Con il geniale stratagemma della libreria, filtro fra le diverse dimensioni, Nolan dice una cosa chiarissima: quella distanza interstellare non era un’assenza, ma una presenza vicinissima seppur enigmatica, che nell’intimità della casa non aveva mai smesso di lasciare le sue tracce. Il padre era sempre rimasto lì.
All’inizio la parola “stay” è il grido della figlia perché il padre non se ne vada. Poi si scopre che quella parola era il grido del padre alla figlia, perché non smettesse di credere nella promessa che le era stata fatta. «Murph non te ne andare, credi in me».
Interstellar è tutto qui. Probabilmente molti saranno rimasti delusi. Era davvero necessario trascinarci in complicate teorie della fisica per raccontarci solo questo? Forse no, ma ogni grande regista ha il suo modo fabbricare le storie, e a Nolan piace da morire farlo così.
Come il rampollo di Inception implora al padre che il suo amore sia vero, così accade anche in Interstellar. Ma ciò che in quel film era sogno, in questo diventa realtà.
La piccola Murph aveva visto giusto. Nella casa del padre gli era stata fatta una promessa che non poteva non essere mantenuta. Quell’amore non era il sogno di una bambina, l’illusione di una visionaria, ma la forza che muove l’universo. «Ti prego papà dimmi che manterrai la promessa. Sì piccola, un giorno ritornerò».
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5 commenti
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Sono d’accordo con la recensione.Non trovo assolutamente forzata questa interpretazione,anzi..è esattamente quello che ho pensato anche io
Si concordo un po’ noioso! troppo lungo…un paio di passaggi belli e basta!
Concordo con Carmelo, film deludente, e non bastano un paio di frasi ad effetto a riscattarlo.
ho visto il film.
come sempre le interpretazioni sono il fascino suppletivo alla visione.
ma in questo caso mi sembra forzata.
ho trovato il film contorto, troppo lungo e l’idea metafisica della assenza che in realtà è una presenza nascosta ma intima bella a livello teorico, ma assurda nella sua realizzazione cinematografica.
la frase siamo esploratori ma non guardiani è la cosa più bella del film.
ma non basta a mio avviso a riscattarlo dalla, posso dirlo?, noia
Splendida recensione.
Hai centrato pienamente il cuore pulsante di Nolan: sul rapporto padre-figlio ci gioca anche in Batman Begins e in Superman (di cui ha curato la storia come produttore esecutivo).
Grazie.