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Dossier – Se il brutto è il bello di chi vede un’artista in un alienato
In un universo artistico dove il gusto è spesso guidato dagli eventi (biennali, triennali, grandi mostre politicizzate) e dai potenti (collezionisti, critici di parte, galleristi affamati) come e dove inquadrare quella libertà espressiva prodotta da alienati, visionari, outsider e carcerati? Il genere dell’Art Brut, relativo a quelle produzioni <<spotanee e inventive, poco debitrici dell’arte convenzionale e dei luoghi comuni culturali>> – come scriveva Jean Dubuffet nel 1953 – si è già da tempo conquistato qualche paginetta nei libri di storia dell’arte contemporanea, ma solo adesso pare stia avendo un momento di gloria, testimoniato da un crescente interesse verso le creazioni svincolate da qualsiasi gusto preconfezionato di questi artisti o, come li chiama qualcuno, autori di Art Brut.
<<Il bello è brutto, il brutto è bello>> cantavano le streghe di Macbeth, ma come spiegare questa nuova attrazione da parte del mercato dei fortunati liberi compratori? Il galleriesta Christian Berst, rispondendo a una intervista fattagli da Il Giornale dell’Arte, ha affermato che <<Grazie all’azione congiunta di collettivi, associazioni e istituzioni, l’Art Brut sta finalmente uscendo dall’ombra in cui la storia dell’arte l’ha alungo relegata>>, e ha poi paragonato la scoperta di questo universo artistico ancora da esplorare a quella delle arti primitive avvenuta nella prima metà del Novecento. Che ci si sia già stancati di quella’idea generalista di arte contemporanea che mette insieme tutto e niente, dove a volte bisogna inventarsi improbabili giustificazioni per trovare un significato a qualcosa che non ci dice, nè a prima, nè a seconda vista, davvero nulla? E’ forse l’incoscienza e l’immediatezza di uno sfogo nato dall’incoscienza mentale a trasmettere a un pubblico di non alienati – lo si spera – nuove inesplorate emozioni?

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