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Voltaire cattolico. L’illuminista che parlava da credente perfino quando attaccava la Chiesa

giugno 24, 2013 Nicholas Cronk

Uomo dai molti volti e dalle molte fedi, il “libero pensatore” non ha mai ignorato la dottrina cristiana. Oggi i suoi scritti italiani sono raccolti in una sorprendente antologia

In queste pagine pubblichiamo la prefazione di Nicholas Cronk, direttore della Voltaire Foundation dell’Università di Oxford, al nuovo libro di Antonio Gurrado, Voltaire cattolico edito da Lindau.

Voltaire cattolico? L’epiteto desta una certa sorpresa ma è assolutamente vero. È vero anzitutto nel senso letterale, poiché Voltaire era nato in seno alla Chiesa cattolica. Nel 1755, quando decise di porre fine alla vita peripatetica che aveva condotto fino a quel momento trasferendosi una volta per tutte a Ginevra, pur di riuscire ad acquistare la tenuta di Les Délices fu costretto a chiedere a un amico calvinista di condurre la transazione: a Voltaire non era consentito possedere alcuna proprietà sul territorio della repubblica protestante di Ginevra proprio perché era cattolico in maniera conclamata. Si trattava di un paradossale contrattempo che, per quanto irritante, di sicuro deve averlo divertito. Dopo tutto perfino Diderot poteva scrivere di sé, con un’accuratezza un po’ pedante, di essere «nato in seno alla Chiesa cattolica» – e pensare che chiunque sapeva che Diderot era dichiaratamente ateo. Tuttavia nel caso di Voltaire l’epiteto “cattolico” è accurato anche quale caratterizzazione della sua forma mentis o, per essere più precisi, di una delle sue formae mentis. Voltaire è stato indubbiamente un libero pensatore ma non ha mai, proprio mai, ignorato la Chiesa. Di sicuro la sua critica biblica era sferzante; ma tali attacchi risultavano efficaci proprio perché basati su una notevole cultura esegetica – fra tutti i philosophes del tempo, nessuno eguagliava Voltaire nella sua familiarità con la dottrina cristiana.

Giuseppe Baretti era indubbiamente troppo severo nella sua condanna delle capacità linguistiche di Voltaire. Voltaire non era in grado di leggere correntemente il greco classico (per quanto finga di riuscirci) ma se non altro si sforzava: in una lettera del 1745, ormai cinquantenne, si lamentava che problemi di salute avevano interrotto il suo studio del greco. Quanto al tedesco, per sua stessa ammissione non si sforzò affatto, nonostante gli anni trascorsi in Prussia: era il francese – e non il tedesco – la lingua parlata alla corte di Federico il Grande. Da piccolo aveva appreso in maniera eccellente il latino da professori gesuiti, e da autodidatta riuscì a leggere agevolmente l’inglese e l’italiano. La competenza linguistica di Voltaire ebbe un notevole impatto sulla sua formazione intellettuale e letteraria.

Ogni tanto faceva il musulmano
Il Settecento può essere ritenuto il secolo nel quale, come dice Marc Fumaroli, «l’Europa parlava in francese»; tuttavia una conclusione del genere forse è troppo affrettata. Il francese era parlato dall’aristocrazia in ogni corte d’Europa, ma non raggiungeva l’ubiquità goduta dal latino quale lingua dotta nel Rinascimento. Voltaire, come Diderot, fu sempre in grado di leggere Orazio nel testo originale; e, sempre come Diderot, fu altrettanto in grado di espandere i propri orizzonti culturali apprendendo le lingue moderne a cominciare dall’inglese. L’erudizione che Voltaire aveva accumulato sull’islam (Voltaire era cattolico, ma ogni tanto faceva il musulmano) derivava dalla sua capacità di leggere, in inglese, l’edizione del Corano tradotta e commentata da George Sale. Voltaire poté parlare di Os Lusiadas, poema del portoghese Luís de Camões del quale all’epoca non esisteva una traduzione francese, perché ne aveva letto una versione inglese. Anche la sua conoscenza dell’italiano gli consentiva di schiudere nuove prospettive culturali: poté leggere il Dei delitti e delle pene prima ancora che Morellet lo traducesse in francese. La sua vasta e profonda conoscenza di Ariosto, sempre nell’originale italiano, lasciò un’impronta ben marcata nel suo poema eroicomico La Pucelle d’Orléans (…). Lo scrittore irlandese Oliver Goldsmith nel 1760 descrisse Voltaire come «il poeta e il filosofo dell’Europa»; di fatto Voltaire era abbondantemente letto in Italia, come attestano le numerose traduzioni delle sue opere compiute nel corso della sua vita. Già nel 1728 Paolo Rolli pubblicò una risposta all’Essay on epic poetry, un saggio che Voltaire aveva da poco pubblicato in inglese; Rolli, un italiano che all’epoca viveva a Londra come Voltaire, volle scrivere la sua risposta… in inglese!

La reputazione “cattolica” di Voltaire provocò reazioni vivaci; la studiosa Laurence Macé ha recentemente dimostrato quanto vasto e profondo fosse l’interesse che il Vaticano nutriva nei confronti di Voltaire. I lettori italiani erano interessati anche al ruolo di Voltaire nella diffusione del newtonianismo, tanto che molte delle sue opere al riguardo vennero tradotte all’istante. In Italia Voltaire andava talmente a ruba che spesso le sue opere apparivano non solo in fretta ma anche in circostanze più che misteriose, quasi per magia. Ad esempio nell’agosto 1768 il Felix Farley’s Bristol Journal, una pressoché ignota rivista inglese, pubblicò una lettera che Voltaire aveva scritto all’ugonotto John Vansommer e in cui condannava esplicitamente l’ingerenza in Polonia da parte di Caterina di Russia. Nessuno sa come la lettera fosse arrivata nelle mani del sedicente Felix Farley. Un mese dopo la stessa lettera apparve (stavolta in italiano) nella Gazzetta di Firenze. Com’era stato possibile? Chi l’aveva tradotta? Per conto di chi? Sono passati duecento anni e ancora non lo sappiamo; il dato di fatto è che Voltaire appariva ovunque, e soprattutto in tutte le lingue.

Voltaire aveva anche viaggiato attraverso l’Europa ed è piuttosto rivelatrice la scelta delle sue destinazioni. Sin dalla gioventù si era diretto verso nord, verso nazioni protestanti come i Paesi Bassi e l’Inghilterra, la cui etica religiosa – ha spiegato Max Weber – portò all’ascesa del moderno capitalismo e della liberal-democrazia. Il suo viaggio in Prussia fu organizzato soprattutto per incontrare di persona Federico il Grande, ma anche in questo caso si trattava di una nazione in cui predominava un influsso protestante; e per altri cinque anni della sua vita Voltaire visse nella repubblica protestante di Ginevra. Non viaggiò mai verso sud: non seguì Montesquieu verso le cattoliche lande d’Italia né Diderot verso la Russia ortodossa. Disse ripetutamente alla zarina Caterina di star morendo dalla voglia di raggiungerla in Russia e lei gli assicurò altrettanto spesso che sarebbe stato il benvenuto: ovviamente erano entrambi consapevoli di stare un po’ recitando. Voltaire comunque scrisse a Caterina che «la luce arriverà dal settentrione […], le ombre cimmerie si rifugeranno in Spagna e alfine saranno dissipate».

La terra del Papa
Il sole dell’Illuminismo, dunque, sorgeva a nord. Ma ben più importante era la sua Italia immaginaria, l’Italia sulla quale Voltaire fantasticava senza mai risolversi a vederla. Il fallimento dei progetti di viaggio nella penisola è un leitmotiv perfino contagioso: nel 1770 d’Alembert e Condorcet decisero di raggiungerla partendo da Parigi ma a mezza strada si fermarono a Ferney per far visita a Voltaire. Restarono lì: la conversazione con lui evidentemente divenne una degna sostituta della gita in Italia. Voltaire non smaniava per vedere l’arte italiana, a differenza di Montesquieu; né cedette all’Italia onirica, patria del libertinaggio sessuale e come tale estremamente cara ai milord inglesi nel corso del loro Grand Tour. Tuttavia attinse a questo mito in Candide, quando spedì il protagonista a Venezia nel corso dei cosiddetti capitoli italiani; e il ricorso all’italiano nella sua narrativa comica coincide con scopi erotici, con il bisogno di attrarre l’attenzione su ciò che lui stesso fingeva di pensare che dovesse restare nascosto.

Per Voltaire, come quest’antologia rivela in maniera più che convincente, l’Italia era la sede mitica del cattolicesimo e la terra del Papa. Il cattolico Voltaire costruì così il suo proprio, e assolutamente singolare, mito dell’Italia; e lo costruì scrivendo in italiano. Un giorno la zarina Caterina, scherzando riguardo alla propria potestà sulla Chiesa russa-ortodossa, suggerì a Voltaire di diventare Papa così da poter riunire la Chiesa greca a quella romana: «Già scorgo un gran beneficio per la cristianità», gli scrisse. È una battuta graziosa, ma fa ridere soprattutto se si pensa che con ogni verosimiglianza Voltaire avrebbe potuto prenderla piuttosto sul serio… È anche vero che Voltaire sentiva di non poter sottrarsi al linguaggio del cattolicesimo e, per certi versi, anche alle sue insidie. Rispose a Caterina che «la tolleranza è ciò che desidero e la religione che predico; voi siete a capo del sinodo nel quale io non sono che un semplice monaco»: perfino quando protestava contro il cattolicesimo, Voltaire si atteneva al suo vocabolario. In questo caso non si trattava solo di un deliberato calembour ma anche – e soprattutto – di una forma mentis piuttosto automatica.
Voltaire è un uomo dai molti volti e dalle molte voci. Orazio, in una delle Satire (I.6), dice che ogni uomo dovrebbe restare nella propria pelle: ma Voltaire, per quanto citi questo verso nelle sue lettere, si guardò bene dal seguirne il consiglio. Antonio Gurrado punta significativamente il dito sul “complesso di Zelig” da cui Voltaire sembra affetto, con la sua capacità di adattarsi come un camaleonte al suo interlocutore e, spesso, di imitarne la voce. Nel corso della sua lunga vita, Voltaire continuò a reinventarsi come autore creando diversi personaggi e diverse posture a seconda degli eventi e delle circostanze. Molti dei suoi testi sono firmati con pseudonimi di pastori protestanti, quaccheri, rabbini… e perfino dall’arcivescovo di Novgorod. Non sorprende che Voltaire riuscisse a replicare alla perfezione lo stile dei cattolici del tempo. Si lasciò addirittura sfuggire una battuta su questa sua personalità multipla piuttosto raffinata: nel 1759 scrisse da Ginevra al suo amico svizzero Théodore Tronchin: «Uno Svizzero come me […] non sa niente di marina» (in questo caso, con ogni evidenza, Voltaire si sentiva non solo cattolico ma anche calvinista). Gli studiosi sono sempre stati a conoscenza del fatto che Voltaire avesse scritto in italiano ma, raccogliendo per la prima volta i suoi scritti italiani, quest’antologia pone in una luce completamente nuova la peculiare personalità della voce italiana di Voltaire. La voce inglese di Voltaire (quando oltre al cattolico faceva anche l’anglicano) è la voce dell’uomo libero: dopo aver trascorso solo pochissimi mesi in Inghilterra, scrisse all’amico Nicolas Thieriot che si trattava di un paese in cui «aveva imparato a pensare», parlando in seguito della «energia della lingua» che lo aiutava a esprimersi con maggior libertà.

Come Arlecchino
Nel 1728 scrisse, ancora dall’Inghilterra, a un corrispondente che si trovava in Francia: «Penso e scrivo come un Inglese libero». Quando leggeva (ovviamente in inglese) l’Essay on Man di Alexander Pope, ai margini annotava i propri commenti talvolta in francese, talvolta in inglese: queste improvvise variazioni linguistiche sono affascinanti anche dal versante psicologico. La voce italiana di Voltaire, così come quest’antologia rivela, parla la lingua del cattolicesimo. Ed è anche, specialmente nei racconti e nella sua corrispondenza segreta con M.me Denis, la lingua dell’erotismo. Voltaire scriveva al Papa e, in Candide, inventava il personaggio della figlia del Pontefice. Quando viveva a Berlino, Voltaire spedì alla sua nobile amica la contessa di Bentinck una poesia d’amore scritta in latino, italiano e inglese – un collage linguistico che combinava nel breve volgere di pochi versi l’antico (il latino) e il moderno (l’inglese), il pratico (ancora l’inglese) e l’erotico (l’italiano): «La gran’ lite delle tre dee vi condusse a / Berlino e l’amor vi ritiene. Fortunate / puer I pray you to send this letter…». Un’artista che stava tentando di ritrarre Voltaire si lamentò perché era difficile afferrarne la natura intrinseca. Era una figura arlecchinesca, disse, che continuava a muoversi per la stanza e che non sarebbe mai riuscita a star ferma per consentirle di finire il ritratto. Forse, alla fine, Arlecchino è il ritratto più accurato che possiamo tracciare di Voltaire; e Arlecchino, quando parlava, parlava italiano.

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