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«Vivere come se Dio esistesse» è l’unica scommessa che ci conviene fare

aprile 13, 2015 Renato Farina

Il laicismo lascia prigionieri della dittatura del relativismo. Il relativismo è come l’asino di Buridano. Siccome non si può conoscere la verità, eppure bisogna mangiare, inghiotte il niente. E alla lunga si muore.

IL PAPA INCONTRA I COMPONENTI DELL'ORDINE DI MALTAArticolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

La persecuzione dei cristiani colpisce il cuore vuoto dell’Europa. Ernesto Galli della Loggia, sulla prima pagina del Corriere della Sera esprime il giorno di Pasqua il dolore acuto di constatare che il nostro continente ha rinunciato ad avere una identità. Per cui come può opporsi a chi invece di identità ne ha troppa? Non può. In Europa si punisce chiunque osi accennare alla formula “radici giudaico-cristiane” poiché questo finisce per escludere l’“altro”.

Alain Finkelkraut in un libro imperdibile, L’identità infelice (Guanda), spiega che l’Europa ha scelto sì una identità: quella di non avere identità, di essere un’identità aperta. Il valore che essa proclama come assoluto è il “rispetto”. Ma è un comandamento bifronte. L’europeo deve darlo atteggiandosi in modo umile. Chi lo pretende invece impone sia onorato ciò che egli crede di essere: un universo forte, assoluto, destinato a vincere. Questo è oggi lo stato delle cose davanti all’invasione islamica. Questa invasione succede a un’altra invasione: quella del vuoto, che ha scacciato qualsiasi memoria cristiana.

Il cardinal Giacomo Biffi fu il primo a prevedere che questo secolo ventunesimo sarebbe stato o musulmano o cattolico, laico è impossibile: perché il laicismo è vuoto, non dà nulla, lascia prigionieri della dittatura più stupida che ci sia, quella del relativismo. Il relativismo è come l’asino di Buridano. Siccome non si può conoscere la verità, eppure bisogna mangiare, che fa: inghiotte il niente. E alla lunga si muore. Dinanzi a questo, a che cosa può aggrapparsi l’Europa per non finire sottomessa alla sharia o a un conservatorismo lepenista, cristiano senza fede e senza amore?

Io penso ci sia un compito immenso di quella «minoranza creativa» (come diceva l’allora cardinale Ratzinger) che è la comunità cattolica. Essere testimoni edibili (non è un errore di stampa: intendo proprio “mangiabili”, commestibili, come il corpo di Cristo) da parte di chiunque abbia fame di totalità-felicità-libertà-amore-giustizia-bellezza. Che lo mangino i laici, se sono uomini, cioè religiosi, e lo assaggino i musulmani, se comprendono come il parossismo violento del Corano non è riformabile.

Intanto? Perché uno che non ha fede dovrebbe difendere l’identità europea intesa come giudaico-cristiana? Non si ricadrebbe nell’obbrobrio del “cristianismo”, cioè della pretesa di far valere i valori cristiani senza la fede? A questo proposito, più che le polemiche ingenerose dei neo-anti-costantiniani contro Giuliano Ferrara e gli atei-devoti, è decisivo san Paolo: «Se poi abbiamo avuto speranza in Cristo solo in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini». Don Giussani chiosa questo passo della Prima Lettera ai Corinzi dicendo che questo accade «se Cristo è un nostro partito, un nostro contenuto ultimo, ideologico o anche pratico» (La familiarità con Cristo, pagina 74, meditazione liturgica sulla Pasqua).

E allora? Se uno non ha fede, poiché essa è una grazia, è un’intelligenza oltre l’intelligenza, ma sempre grazia, che strada resta a chi non crede? Io penso che ci sia un sentiero spinoso e affascinante. Intanto il rifiuto della falsa identità, l’uscire da una patologia che Robert Scruton chiama «oicofobia», odio della propria casa. Non si tratta allora di rivestirsi come corazza di un cristianesimo senza fede, ma investire quel cristianesimo che pure è la nostra storia, anche la storia degli atei, di una scommessa. Non sui valori, ma sulla verità esistenziale e cosmica di Cristo presente nella storia. È la scommessa che ha proposto il medesimo Ratzinger: quella di venire ad assaggiare il vino e il pane di Cristo, il sangue e il corpo divino-umano: «Vivere come se Dio esistesse».

Non si vede in giro altra potenza spirituale-reale-carnale di questa umanità crocifissa che canta dolore e resurrezione nella testimonianza dei fratelli martiri.

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2 Commenti

  1. maurizio scrive:

    Grazie Renato di questo commovente contributo soprattutto nel suo finale..”Non si vede in giro altra potenza spirituale-reale-carnale di questa umanità crocifissa che canta dolore e risurrezione nella testimonianza dei fratelli martiri”.
    Ecco io questa potenza,questa umanità crocifissa,questo dolore e risurrezione lo vedo ogni volta che vado a trovare un amico “svuotato”della parola,della ragione,della propria autonomia carnale-verrebbe da dire-della propria identità a causa di un micidiale ictus.Poi vedi il figlio o la moglie che gli parlano,lo accarezzano e lo baciano e lui fissarli con sguardo interrogativo,curioso,sospettoso ma alla fine ci scappa sempre una smorfia di sorriso e tanti baci,anche sensuali mi verrebbe da dire.Cos’é tutto questo? Cos’é quello che é capitato a me quando,recatomi a trovarlo dopo l’incontro con il Papa,mi sono messo a raccontargli quei due giorni incredibili con al centro le parole del Papa..e lui che per un po’mi ignora,poi comincia a scrutarmi-il tutto é durato un’oretta buona-e ,infine,anche a fissarmi e sorridere. Cos’è tutto questo se non l’evidenza-perché é ciò che è realmente accaduto-di un Bene che attraversa e dà speranza,senso e prospettiva certa,presente ad un dolore cosi grande e devastante.Anche questo é vivere la Croce,il cammino del Calvario..ma a due passi-proprio così,io ci sono stato-dal Calvario c’é il Santo Sepolcro…morte e Resurrezione…e parteciparvi é sentirsi un po come il Cireneo..accompagnare Gesù-nell’altro che lì si incontra-nel suo cammino di sofferenza che si compie nella Risurrezione.É anche il mio,il nostro cammino.Questo è anche il modo migliore,più vero e personale di essere partecipi (e non vanificare così)il sacrificio dei tanti dal Pakistan alla Nigeria,passando da Libia e Siria,Kenia ed Iraq che ogni giorno ci richiamano alla verità del nostra fede,della nostra umanità.

  2. Giosuè scrive:

    Grande!

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